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IL CENTRO
STORICO DI PALERMO
I quattro mandamenti
MANDAMENTO
CASTELLAMMARE
Sempre partendo dai
Quattro Canti di Città, ma guardando a sinistra, il mandamento comprende
l’area alle spalle del cantone di sud ovest. È delimitato da via Maqueda,
da corso Vittorio Emanuele, dal fronte del mare e da via Cavour, e prende
il nome da quello che una volta era il possente Castello a mare, del quale
oggi restano pochi ma significativi resti. Ed è anche il mandamento che ha
maggiormente subìto alterazioni e sconvolgimenti, oltre alle tremende
ferite dei bombardamenti dell’ultima guerra, che cancellarono interi rioni
prospicienti il mare. Esso si svolge interamente al di là della città
fenicia ed era originariamente articolato in un fitto reticolo di stradine
che iniziava dall’antico porto della Cala e dal Castello a mare e che
aveva nel quartiere della Loggia il suo centro commerciale, frequentato in
epoca medievale da mercanti genovesi, pisani, lucchesi, amalfitani e
catalani.
Con la decadenza del
porto, vi presero il sopravvento le attività artigianali e il commercio
minuto, che portarono al fiorire della Vucciria, mercato
probabilmente di origine angioina, il cui nome deriva dal francese
boucherie, “macelleria”, quando esso era deputato solo alla vendita di
carni. Rione che oggi, nonostante il degrado, mantiene ancora il fascinoso
mercato variopinto di voci, suoni e odori, e l’antico impianto urbano, con
gli ornamenti cinquecenteschi della fontana di piazzetta Garraffello e
tardo-seicenteschi, con l’edicola marmorea del Genio di Palermo e
la targa marmorea disegnata da Paolo Amato, a piazzetta Garraffo
(dall’arabo gharaf, “abbondante d’acqua”); mentre la fontana del
Garraffo venne successivamente collocata a piazza Marina. Su piazza
Garraffello prospettano i degradati palazzo Lo Mazzarino-Merlo,
cinquecentesco, dove nacque il padre del cardinale Giulio Mazzarino, e il
seicentesco palazzo Gravina Filangeri di Rammacca al Garraffello.
Il taglio di via
Roma, voluto dal piano regolatore Giarrusso (1885),
mutilò fortemente il medievale quartiere della Conceria (così chiamato per
la presenza delle botteghe di conciatori), distrutto poi definitivamente
dagli interventi di risanamento degli anni Trenta del ’900;
la Conceria gravitava attorno alla via Sant'Agostino, che ha inizio nel
mandamento Monte di Pietà e ha il suo cuore oltre la via Maqueda, in via
Bandiera
La fortezza
del Castellammare, a nord est della Cala, conserva ancora la torre
mastra, il corpo d’ingresso e la torre cilindrica, oggetto oggi di
accurati lavori di recupero; risalente all’età normanna (o forse
addirittura musulmana), il complesso venne ulteriormente fortificato a
partire dal XV secolo, prima di decadere progressivamente in età borbonica
ed essere smantellato negli anni Venti del ’900.
Mentre l’area del rione del Castello S. Pietro, pressoché cancellato dai
bombardamenti, è adesso in fase di lento ripristino, in piazza XIII
Vittime sono in corso scavi archeologici che potrebbero riportare alla
luce abitazioni di età araba (XI-XII secolo), le prime finora rinvenute a
Palermo.
In questa zona,
ricca in passato di porte cittadine seicentesche e settecentesche, nel
tempo abbattute (Porta Carbone, della Doganella, della Pescaria, della
Calcina, di Piedigrotta, di S. Rosalia), meglio conservato è il tessuto
urbano a monte del Castello S. Pietro, con la sequenza di chiese e oratori
serpottiani disposti lungo l’asse che da via Squarcialupo porta al largo
Cavalieri di Malta, fino a via Bambinai. Qui si susseguono: il
Conservatorio di Musica, con un portale gotico-catalano (fine XIV
secolo), unica traccia della chiesa dell’Annunziata distrutta dalle bombe
del ’43;
la chiesa di S. Cita (XVII secolo, ma ristrutturata alla fine del
XVIII secolo), ricca di splendidi altari barocchi e di importanti opere
d’arte, con l’annesso chiostro seicentesco del convento (non più
esistente); l’oratorio del Rosario di S. Cita, che conserva nelle
pareti le straordinarie fasce decorative in stucco di Giacomo Serpotta
(fine ’600-primi
’700);
l’imponente palazzo Raccuja-Branciforti di Pietraperzia (attuale
sede della Fondazione Chiazzese), edificato a fine ’500,
ampliato nella seconda metà del ’700
e rimaneggiato nei primi dell’800,
quando divenne sede del Monte dei Pegni di S. Rosalia; la chiesa di S.
Maria del Piliere, edificata nel ’500,
ma il cui impianto attuale è della metà del ’700,
con affreschi di Vito D’Anna; la chiesa di S. Maria in Valverde, il
cui interno fu rinnovato alla fine del ’600
in un raffinato barocco, con un elegante portale laterale di Paolo Amato (1691),
e a fianco il campanile del
1730;
palazzo Niscemi-Statella di Spaccaforno, rifatto nel ’600,
ma che mantiene una parete loggiata cinquecentesca e il portale del ’700;
il settecentesco palazzo Requesens di Pantelleria; l’oratorio
del Rosario di S. Domenico (d’impianto cinquecentesco, ma rifatto nel
’700),
con la fastosa decorazione a stucco di Giacomo Serpotta del secondo
decennio del ’700.
E ancora, la
chiesa di S. Giorgio dei Genovesi, uno dei più interessanti esempi di
architettura cinquecentesca a Palermo; la chiesa di S. Maria la Nova,
edificata a partire dal
1524,
che risente di una molteplicità di stili, con una loggia ad arcate di tipo
gotico-catalano nella parte inferiore, mentre la zona superiore, in stile
gotico, è stata aggiunta nell’800;
la cinquecentesca chiesa di S. Andrea, fondata nel XII secolo dagli
Amalfitani e passata nel XVI secolo alla Confraternita degli Aromatari
(farmacisti); la chiesa di S. Nicolò Lo Gurgo, costruita nel ’300
e rimodernata nel ’600;
palazzo Coglitore, opera del secondo ’700
di Giuseppe Venanzio Marvuglia, con affreschi di Elia Interguglielmi e
Francesco Riolo; la chiesa di S. Sebastiano, costruita tra ’500
e ’600;
la chiesa della Madonna del Lume, progettata tra fine ’700
e primi ’800,
con composta facciata neoclassica; la chiesa di S. Eulalia dei
Catalani, in piena Vucciria, fondata nel XV secolo per la comunità
catalana, in stile plateresco.
Al di là di
via Roma, troviamo: l’oratorio di S. Caterina d’Alessandria, con le
decorazioni in stucco di Procopio Serpotta (1719-24)
e il vicino oratorio di S. Filippo Neri, progettato nel
1769
da Giuseppe Venanzio Marvuglia; l’imponente chiesa di S. Ignazio all’Olivella,
iniziata a fine ’500,
ma i cui lavori si protrassero fino a tutto il ’600,
con altri interventi nel ’700;
formulata secondo modelli del Barocco romano, ha all’interno importanti
opere d’arte, fra cui dipinti di Sebastiano Conca, Pietro Novelli,
Guglielmo Borremans, Ignazio Marabitti. Annesso alla chiesa, nell’ex
convento dei Padri Filippini, ha sede il Museo archeologico regionale
“Antonino Salinas”, uno dei più ricchi d’Italia, che contiene, tra
l’altro, i reperti provenienti dagli scavi di Selinunte, Tindari e Solunto.
In via Bandiera,
poi: il cinquecentesco palazzo Termine-Marassi di Pietragliata, con
caratteristiche gotico-catalane (restaurato negli anni Trenta del ’900
da Ernesto Basile); il settecentesco palazzo Oneto di Sperlinga;
palazzo Pilo della Torretta, cinquecentesco, riconfigurato nel ’700,
con un grande portale ad arco affiancato da colonne; e palazzo Lionti,
cinquecentesco, al cui angolo si trovava un putto marmoreo sorreggente una
bandiera: da qui il nome della strada. Nei pressi, palazzo Ossada,
della cui fondazione originaria, quattrocentesca, rimane un’elegante
bifora; la chiesa di S. Gioacchino, progettata nei primi del ’700
da Andrea Palma, con una severa facciata barocca; il seicentesco
palazzo Sammartino di Ramondetta con un grande portale a sesto
ribassato; il monastero di S. Maria delle Vergini, di origine
trecentesca e riedificata nel ’600,
che inglobò i resti dell’araba Porta Oscura; e il cinquecentesco
palazzo Bonanno di Castellana.
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