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IL CENTRO
STORICO DI PALERMO
I quattro mandamenti
MANDAMENTO TRIBUNALI
È quello alle spalle
del cantone sud-orientale, delimitato dagli assi di via Maqueda, di corso
Vittorio Emanuele, di via Lincoln e del Foro Italico, così chiamato per la
presenza dello Steri, dove aveva sede il Tribunale dell’Inquisizione.
Anche questo mandamento, sviluppatosi in epoca medievale e abbellitosi nel
XVIII secolo, ha avuto danni devastanti nell’ultima guerra, specie nella
zona prospiciente il mare.
Al suo interno,
c’è la Kalsa, il quartiere arabo (da al Halisah, “l’eletta”) nato
come residenza dei nuovi dominatori, al di là dei due antichi fiumi, il
Kemonia e il Papireto. Salendo dalla Kalsa, il grande piano della Marina
venne pienamente integrato nel tessuto urbano solo quando, nel
1581,
venne realizzato l’ultimo prolungamento del Cassaro. L’antica cittadella
degli Emiri si andò, così, saldando nel tempo, attraverso un sistema
razionale di strade, alla zona dei mercati dei Lattarini e della
Fieravecchia; per congiungersi alla parte bassa del quartiere ebraico,
sorto nel XVI secolo e gravitante attorno a piazza Meschita (dal termine
“moschita” con cui era indicata la sinagoga, sorta su un’antica moschea),
e da qui al piano del Palazzo di Città.
Una delle zone
più affascinanti di questo mandamento è piazza Marina, al cui
centro si trova Villa Garibaldi, sistemata nel
1861-64
da Giovan Battista Filippo Basile, con una bella cancellata in ghisa, fusa
dalla Fonderia Oretea, che ospita uno splendido esemplare di Ficus
Magnolioides, fra i più grandi d’Italia. All’intorno, una serie di
importanti edifici, fra i quali spicca il maestoso palazzo Chiaramonte,
detto “lo Steri” (da Hosterium Magnum), edificato nel
1306
da una delle famiglie più potenti della Sicilia, ampliato e ristrutturato
nei secoli, residenza regia, poi dei viceré, Tribunale dell’Inquisizione,
tribunale e adesso sede del Rettorato universitario, che custodisce uno
splendido soffitto ligneo medievale.
Ancora sulla
piazza, palazzo Notarbartolo di Villarosa, dall’imponente facciata
ottocentesca; palazzo Galletti di S. Cataldo, d’origine
duecentesca, con un bel prospetto neogotico del
1866;
palazzo Del Castello di S. Onofrio, d’origine seicentesca, poi
trasformato e diventato ai primi dell’800
Hotel de France, uno degli alberghi più rinomati della città; il
Palazzo dell’Intendenza di Finanza, risultante dalla trasformazione di
metà ’800
del Palazzo della regia Zecca (1699);
la cinquecentesca chiesa di S. Maria dei Miracoli, dal
prospetto rinascimentale con decorazioni gaginesche; palazzo Fatta,
d’impianto settecentesco, con una bella terrazza balaustrata; il
tardo-barocco palazzo Trabucco della Torretta. Poco distante, in
via del Merlo, c’è palazzo Mirto, seicentesco ma ristrutturato nel
’700
e poi nell’800,
uno dei rari esempi di palazzo nobiliare rimasto pressoché integro nella
struttura e negli arredi originari, oggi sede di un frequentatissimo museo
regionale.
Alle spalle di
piazza Marina, sulle vie Alloro e Lungarini si affacciavano i più bei
palazzi nobiliari della Palermo settecentesca, fra i quali restano
palazzo Paternò di Spedalotto e palazzo Bonanno di Lungarini.
In via Alloro, nel tratto verso il mare, spicca palazzo Abatellis (1495),
opera dell’architetto Matteo Carnilivari, con un magnifico portale
gotico-catalano, trifore e sculture nel prospetto. È la sede della
Galleria regionale della Sicilia; fra le più belle opere d’arte
custodite: il quattrocentesco busto marmoreo di Eleonora d’Aragona, di
Francesco Laurana; il gigantesco dipinto col Trionfo della Morte,
opera anonima della metà del ’400;
la famosa tavola con l’Annunciata di Antonello da Messina; e il
prezioso trittico fiammingo con la Madonna col Bambino di Jean
Gossaert, detto Mabuse.
Parallela interna
al Foro Italico, la via Butera inizia da piazza S. Spirito; lungo la
strada, palazzo Benso (XVIII secolo), un tempo uno dei migliori
alberghi della città, dove soggiornò Goethe nel
1787;
il settecentesco palazzo Massa-Pojero, che ospita il Museo
internazionale delle Marionette “Antonio Pasqualino”; lo
splendido palazzo Branciforti di Butera, d’impianto seicentesco,
con ampio prospetto sul Foro Italico; palazzo Amato di Galati, di
origine seicentesca, dalla seconda metà dell’800
proprietà dei principi Tomasi di Lampedusa; e poi, sul prolungamento, via
Torremuzza: la chiesa di S. Maria della Pietà, iniziata nel
1678
e ultimata da Giacomo
Amato nel
1723
in un barocco tipicamente romano, con importanti opere d’arte all’interno
(tele di Vincenzo da Pavia, G. Borremans, O. Sozzi, F. Manno, G. Serpotta;
il settecentesco palazzo Petrulla; l’ex Noviziato dei Crociferi,
con l’attigua chiesa di S. Mattia, iniziati nella prima metà del ’600
e con importanti
trasformazioni nel secolo successivo, attuale sede dell’assessorato
comunale al Centro storico; palazzo Lancellotto Castello di Torremuzza,
totalmente riconfigurato nell’800,
che dà il nome alla strada.
In piazza Kalsa
si erge la chiesa di S. Teresa, dei primi del ’700,
progettata da Giacomo Amato, dall’imponente prospetto di ascendenza
romana. Sulla via dello Spasimo, sorge il tardo seicentesco oratorio
della Compagnia dei Bianchi, recentemente recuperato, sul luogo dove – secondo la
tradizione – c’era una delle porte della cittadella araba, dalla quale
entrò Roberto il Guiscardo nel
1072.
Più avanti, il
complesso di S. Maria dello Spasimo: fondata nel
1509
in stile tardo-gotico dai padri Olivetani e mai completata, la chiesa è
stata nei secoli bastione fortificato, magazzino, teatro pubblico,
lazzaretto; nel
1520
vi fu collocato lo Spasimo di Sicilia, appositamente dipinto da
Raffaello, e poi al Museo del Prado; a metà ’800,
con l’aggiunta di alcuni corpi, fu ospizio di mendicità e nosocomio; dopo
essere stato deposito di materiali provenienti dalle rovine della guerra,
dal ’95
è stato restaurato come affascinante rudere romantico. Più avanti, nei
pressi dell’ampia area di piazza Magione, devastata dai bombardamenti
dell’ultima guerra, c’è la normanna chiesa della SS. Trinità o della
Magione, che fonde stili arabi e nordici, con opere d’arte
cinquecentesche all’interno e un bel chiostro dell’antico monastero
cistercense; e sulla via Castrofilippo, il Teatro Garibaldi (1861),
inaugurato dall’“eroe dei Due mondi”, poi abbandonato e oggi in fase di
recupero.
Tornando in via
Alloro, nel tratto orientale, si trova la bella chiesa di S. Maria
degli Angeli, detta la Gancia, i cui lavori iniziarono alla fine del ’400;
l’interno, rimaneggiato a più riprese, ha un soffitto ligneo cassettonato
cinquecentesco ed è ricchissimo di opere d’arte; il settecentesco
palazzo Castel di Mirto Bonagia, del quale resta solo lo scenografico
scalone; e palazzo Naselli d’Aragona, trasformato nell’800
in albergo (Hotel Patria).
La via Alloro
termina in piazza Croce dei Vespri, dove spicca palazzo
Valguarnera-Gangi (XVIII secolo), uno degli esempi più riusciti
dell’architettura siciliana del tempo, splendido nello scalone, negli
affreschi e negli arredi interni. Di fianco, palazzo Lucchesi Palli di
Campofranco, riedificato nell’800
in stile neogotico; sulla piazza – dove svetta una colonnina ottocentesca
a ricordo della Rivoluzione dei Vespri (1282)
– prospetta il quattrocentesco palazzo Bonet, che nei primi del ’600
fu inglobato nell’attiguo convento di S. Anna la Misericordia, ed
oggi “liberato” dopo lavori di ripristino, prossima sede della Civica
Galleria d'Arte Moderna. A fianco, sull’omonima piazza,
si trova la coeva chiesa di S. Anna, con una movimentata facciata
barocca. Siamo nel cuore del mercato dei Lattarini (dall’arabo
suq el Attarin, “mercato delle spezie”), al cui confine si apre una
strada che porta al Teatro di S. Cecilia, costruito dall’Unione dei
Musici nel
1692.
Tornando in via
Alloro, a monte, preceduta dalla chiesa di S. Carlo dei Milanesi (1616),
con raffinato interno a marmi policromi, si apre piazza Rivoluzione,
con la fontana tardo-cinquecentesca del Genio di Palermo (o Vecchio
Palermo); il Genio è effigiato in abiti regali mentre allatta un
serpente, secondo un’iconografia presente in altre simili statue (nel
Palazzo pretorio, nella piazzetta del Garraffo, nella fontana di Villa
Giulia); il motto che solitamente accompagna l’immagine del Genio è
Alios nutrit, suos devorat, a simboleggiare la generosità di Palermo
nei confronti degli stranieri e l’ostilità verso i suoi figli
(secondo altri, esso è la personificazione del dio greco Kronos che
divora i suoi figli).
Piazza
Rivoluzione – così detta perché qui scoppiò la rivolta antiborbonica del
1848,
la prima rivoluzione contro la tirannide dei popoli europei – era chiamata
in precedenza piazza della Fieravecchia, sede fin dal Medioevo di una
fiera per la vendita del bestiame; vi prospettano il settecentesco
palazzo Naselli-Flores e il cinquecentesco palazzo Scavuzzo,
con un portale di tradizione gotico-catalana. Dalla piazza si entra in via
Garibaldi, dove si trovano il settecentesco palazzo Burgio di
Villafiorita e soprattutto il magnifico palazzo Ajutamicristo,
della fine del ’400,
opera dell’architetto Matteo Carnilivari, che ebbe ampliamenti e decori
nel ’700
e nell’800.
Dall’altra parte di piazza Rivoluzione, su via Alessandro Paternostro (già
via dei Cintorinai, cioè gli artigiani del cuoio) prospetta palazzo
Bonanno della Cattolica (primi del XVIII secolo), con due suggestivi
cortili interni, e si apre piazza S. Francesco d’Assisi, con due fontane
settecentesche e la magnifica chiesa di S. Francesco d’Assisi,
edificata tra il
1266
e il
1277:
il fronte è di stile romanico, mentre l’interno ha avuto nel tempo varie
trasformazioni, dal Rinascimento al ’700,
e conserva numerosissime opere d’arte, fra cui capolavori di Antonello e
Domenico Gagini, di Francesco Laurana e di Ignazio Marabitti. Lungo la
stretta via di fianco alla chiesa, c’è l’oratorio dell’Immacolatella,
dei primi del ’600
e rinnovato nel secolo
successivo, ricco di eleganti stucchi; e subito dopo, l’oratorio di S.
Lorenzo, la cui aula, progettata da Giacomo Amato nel ’600,
gode di uno straordinario ciclo scultoreo, capolavoro di Giacomo Serpotta;
qui si trovava la celebre Natività di Caravaggio, trafugata nel
1969.
Nei pressi, in via Merlo, palazzo Merlo di S. Elisabetta, di
origine seicentesca.
Sul fonte a mare
del Foro Italico, si svolge la quinta rappresentata dai prospetti dei
palazzi Branciforti di Butera, Amato di Galati, Petrulla, del Noviziato
dei Crociferi e di palazzo Forcella (poi De Seta), costruito nel
1832
in stile eclettico, sul cui bastione si trova la tardo-cinquecentesca
Porta dei Greci; dinanzi, il monumento a Vincenzo Florio (1875).
All’inizio della passeggiata a mare (un tempo detta Strada Colonna), sulla
soprastante cortina muraria, nella prima metà dell’800
fu costruita la Passeggiata delle Cattive (o Mura delle Cattive) –
così chiamata perché era il luogo appartato dove solitamente passeggiavano
le vedove (da captivae, cioè “prigioniere” del lutto) –, con ampia
scalinata d’ingresso dalla piazzetta S. Spirito; sempre lungo il Foro
Italico spicca il neoclassico Palchetto della Musica (1846).
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