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Archivio storico

Via Maqueda,157- 90133 Palermo

Tel. (091)6172625 - Fax (091)7405071

Sala di studio dal lunedì al venerdì ore 9,00-13,00 - Lunedì e mercoledì ore 15,00-17,30

 Direttore : Eliana Calandra

I LUOGHI, I FONDI ARCHIVISTICI, LE ATTIVITÀ

Le pagine dedicate all'Archivio Storico tratte dalla Rivista kalos50.gif (205 byte)

 

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I LUOGHI

    A Palermo, nella Via Maqueda (che prende nome da Bernardino da Cardines duca di Maqueda, viceré dal 1598 al 1601) al n°civico 157, attraverso una breve stradina ed uno spazioso atrio, si apre l’accesso all’Archivio Storico comunale.

    L’Istituto, inserito nel comprensorio ove si estendeva la "Giudecca" di Palermo, occupa la zona della "Meschita" (Misgid, moschea araba), divenuta "Sinagoga" ebraica fino alla cacciata degli ebrei nel 1492 e successivamente luogo ove fu edificato il convento dei padri agostiniani di S. Nicolò da Tolentino.

     

Nei primi anni del 1300 il Comune di Palermo conservava, secondo l’uso del tempo, la documentazione più importante (Diplomi, Privilegi, Deliberazioni) fra le mura di chiese, chiostri, monasteri, per sottrarla ad eventuali manomissioni o distruzioni, ma già nel 1320, per ordine reale, la documentazione più preziosa fu raccolta e riposta, insieme al sigillo della città, in una cassa a tre chiavi nella stessa casa comunale.

La regola fu successivamente confermata dallo stesso re Federico con i "Capitoli sull’Ufficio dei Giurati" del 3 novembre 1330, in cui stabilì che i Privilegi di Palermo fossero conservati in un’arca o cassa a quattro chiavi dentro il Tesoro o Archivio della città e le quattro chiavi fossero affidate una al Pretore, una al giudice Legista (esperto di diritto), la terza al senatore Priolo (o Priore, carica occupata a turno per due mesi da ciascuno dei sei Senatori, che all’occorrenza potevano fare le veci del Pretore) e la quarta infine ad un cittadino "bene opinato".

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La cassa si poteva aprire solo in presenza del Pretore, dei Giudici e dei Giurati; dopo varie vicissitudini venne alfine conservata sotto la statua dell’Immacolata nella sala dei congressi senatorii dell’attuale Palazzo comunale (sala Gialla) e la parte dei documenti che conteneva, salvatasi dalla folla scatenata che nel 1866 (rivolta del Sette e Mezzo) saccheggiò il Palazzo, venne infine conservata presso l’attuale Archivio Storico.

Nel 1463, anno di costruzione del Palazzo comunale, la documentazione da archiviare si limitava comunque ai già citati Privilegi, Diplomi ed a pochi Registri, ma ben presto con l’ampliamento delle attività del Comune, la mole della documentazione divenne tale da richiedere una più consona sistemazione.

Finalmente nel 1865, il sindaco Antonio Starrabba di Rudinì chiese al governo l’occupazione temporanea del convento di S. Nicolò da Tolentino, particolarmente adatto alla conservazione delle documentazioni e per le grandi sale e per la comodità logistica della vicinanza al Palazzo comunale.

In forza della legge 7 luglio 1866 il Comune ottenne che il convento fosse inserito fra i locali delle soppresse corporazioni religiose, avendone infine la concessione.

La prima sala (1866) adattata ad archivio fu la sala degli "Abbaini" o dei "Lucernari", ben presto saturata di documentazione dal Palazzo e da altri archivi sparsi per la città; seguì quindi (1870) la sala "Rettangolare", probabilmente usata all’origine come refettorio del convento, lunga mt 24, larga mt 8, per una altezza di mt 15 ca., ben presto anche questa ricolma di documentazione.

Venne deciso a questo punto di ampliare ulteriormente gli spazi e di costruire ex novo una grande sala di deposito abbattendo alcune casupole fatiscenti della adiacente Piazza Meschita.

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Il I° avviso d’asta fu del 15 maggio 1879 e rimase deserto, il II° avviso del 20 gennaio 1880 fu regolarmente appaltato per la somma di £ 128.000.

Fu costruita pertanto su progetto dell’architetto comunale Giuseppe Damiani Almeyda, l’Aula Grande, meglio conosciuta, per l’appunto dal nome del progettista, come sala Damiani Almeyda.

A pianta quadrangolare (lunghezza mt 20, larghezza mt 17, per una altezza di mt 17 ca.) è uno dei rari esempi europei nel XIX° secolo di costruzione progettata specificamente per archivio.

Si tratta di un ambiente suggestivo ed imponente, caratterizzato da quattro grandi pilastri di tipo protodorico, completato da un arredo strutturale di scaffalature in legno pregiato, che rivestono interamente le pareti.

Alle scaffalature si accede da una scala a chiocciola attraverso lunghi ballatoi perimetrali costruiti nello stesso legno pitch pine degli scaffali e del bellissimo controsoffitto.

Il gioco delle luci e la tipologia delle aperture nei muri, suggeriscono al visitatore l’impressione di trovarsi all’interno di un edificio di culto, mentre i prospetti esterni rievocano una architettura tardo-cinquecentesca.

È questa oggi la sede dell’Archivio Storico del comune di Palermo.

I FONDI ARCHIVISTICI

 L’Archivio storico del Comune di Palermo conserva la documentazione originale prodotta dagli organi del governo cittadino dalla fine del XIII secolo alla metà del XX, attraverso la quale è possibile ricostruire l’evoluzione politica e amministrativa della città.

L’esemplare più antico che si conserva è un protocollo del notaio Adamo de Citella, del 1298-99, uno dei tre superstiti esemplari siciliani di registri notarili risalenti al secolo XIII.

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La gestione del governo della città dall’anno 1311 è documentata dal prezioso fondo archivistico denominato Atti del Senato. Il Senato della città, cioè la giunta amministrativa presieduta dal Pretore (attuale Sindaco), aveva ampi poteri: oltre ad amministrare la città, infatti, partecipava anche all’esercizio del potere politico e legislativo, in quanto il Pretore di Palermo, a partire dal periodo svevo, era capo del braccio demaniale nei parlamenti di Sicilia; inoltre godeva giurisdizione civile e criminale tramite la Corte Pretoriana (il Pretore aveva anche titolo di "Capitano d’armi").

I provvedimenti presi dal Senato, che formano la serie denominata Atti, Bandi, Proviste, a partire dall’anno 1311 furono trascritti in un unico registro, formando quindi un’unica serie.

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Successivamente (dal 1551 per gli "Atti" e dal 1575 per le "Proviste"), aumentata la mole della documentazione prodotta, si rese necessario realizzare tre distinte serie, avendo riguardo alla tipologia del provvedimento adottato: gli Atti (1551-1823) raccolgono le deliberazioni prese del Senato sotto la presidenza del Pretore, circa diversi argomenti (incameramento di beni di debitori del Senato, capitoli di opere pubbliche, atti e capitoli di maestranze, conferma di cariche ecc.).

Le deliberazioni che, per la loro particolare materia o ai fini dell’osservanza di determinate prescrizioni dovevano essere comunicate alla popolazione formano l’archivio di Bandi, attuali ordinanze, che un pubblico banditore preceduto dal suono di tromba leggeva in luoghi prestabiliti. Si tratta di 193 volumi, dal 1573 al 1826.

Infine, tutte le richieste rivolte al Senato non solo dai cittadini (sotto forma di suppliche, petizioni ecc.), ma anche da varie autorità o dai suoi stessi ufficiali venivano trascritte dal maestro notaro , o dal promaestro notaro, in appositi registri, che costituiscono l’archivio delle Proviste. In calce alla stessa richesta veniva riportata la decisione (la "provista", per l’appunto), adottata dal Senato.

Gli estremi cronologici vanno dal 1573 al 1823 per n.242 registri

Gli argomenti più importanti e di interesse generale per la cittadinanza (vendite di gabelle, spese straordinarie, provvedimenti di salute pubblica, culto, ecc.) erano trattati nei Pubblici Consigli.

Il fondo denominato Consigli civici ne conserva le deliberazioni.

 Il Pubblico Consiglio, istituito da Federico III con diploma del 3 novembre 1330, era la più importante magistratura municipale. Ne facevano parte i cosiddetti probiviri, cioè cittadini ragguardevoli appartenenti ai diversi ceti. Il popolo era rappresentato dai consoli di arti e mestieri.

Udita la relazione del Pretore, il Consiglio per mezzo del Sindaco rispondeva alle proposte, accogliendole, respingendole o modificandole.

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Quarta.gif (31156 byte) In un altro fondo archivistico che si conserva nell’Archivio storico, denominato Cerimoniali, è descritto il modo di convocazione del Pubblico Consiglio: il popolo veniva avvisato di buon mattino con tre rintocchi della campana della Parrocchia di S.Antonio.

Riunitisi i cittadini nella sala senatoria, il Senato prendeva posto da una parte, coi Mazzieri, Contestabili ed Ufficiali nobili. Il maestro Notaro prendeva posto nel seggio a lui riservato. Quindi, il Pretore apriva la seduta e un attuario leggeva la proposta del Senato, alla quale rispondeva il Sindaco, a nome dei cittadini, dopo averli consultati. Anche la risposta era letta dallo stesso attuario. Terminata la lettura, si raccoglievano i voti.

Chiudeva la seduta il Maestro Notaro, con la formula conclusum est.

Nei Cerimoniali(1568-1802) si trovano descritte minuziosamente feste di gala, solenni funzioni ecclesiastiche, arrivi o partenze di Vicerè e arcivescovi, funerali di ragguardevoli personaggi, sedute di accademie letterarie ecc.

Fra i documenti più pregevoli dell’Archivio ricordiamo ancora il Tabulario, cioè la raccolta di pergamene, fra le quali molte di concessione di privilegi ; l’Archivio del Libro Universale del patrimonio(1607-1800), che registra sia le entrate che le spese della città, le Burrature d’atti (contengono molte notizie relative alle maestranze e corporazioni d’arti e mestieri) i Ricordi patrii(Album dei Mille, lettere di Crispi e Garibaldi ecc.) e, fra la documentazione postunitaria, i volumi di Amministrazione dei Teatri(S. Cecilia e Carolino,1822-1858) e l’importante fondo dei Lavori Pubblici(1858-1957), punto di riferimento obbligato di ogni progetto di conservazione e valorizzazione urbana.

 

LE ATTIVITA

L’Archivio storico, oltre ai suoi compiti istituzionali di conservazione-trasmissione della memoria storica della città, si fa promotore di un progetto di valorizzazione e diffusione della conoscenza del patrimonio storico-documentario anche tra il pubblico dei non specialisti.

Pertanto, ai tradizionali servizi offerti all’utenza in sala di studio (orientamento archivistico, supporto scientifico nella ricerca, trascrizione paleografica e regestazione dei documenti antichi), si affiancano attività di promozione e divulgazione quali mostre documentarie, pubblicazioni, visite guidate, attività didattica, realizzazione di audiovisivi, collaborazione con scuole ed enti per la ricerca ecc.

Fra le pubblicazioni dell’Archivio, segnaliamo la collana Acta Curie felicis Urbis Panormi, edizione paleografico-diplomatica delle fonti, e i cataloghi delle mostre storico-documentarie curate dall’Istituto, Il Seicento e il primo Festino di Santa Rosalia (1996), L’Immacolata e il rito delle cento onze(1996), Il Teatro Massimo cento e più anni fa (1997) che fanno parte della collana Itinerari della memoria.

Rientrano tra i compiti di conservazione e tutela del patrimonio cui l’Archivio riserva particolare attenzione i restauri del materiale pergamenaceo e cartaceo e l’attività di riordiamento e inventariazione dei fondi archivistici, anche con l’ausilio di mezzi informatici.

 

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