
1. Gli scolari di Felice Casorati (1927),
esposto alla Civica Galleria darte moderna. |
Il museo immaginario teorizzato da André
Malraux, somma ideale - oggi si direbbe virtuale - di opere darte eccellenti di
diverse epoche, culture e collocazioni, ha un singolare equivalente nellaltro museo
personale, individualmente determinato e orientato sullasse del tempo, di cui
esplicitamente parla Jorge Luis Borges quando afferma "Siamo il nostro ricordo, un
museo immaginario di mutevoli forme ".
Il mio apporto con le quattro istituzioni culturali palermitane qui analizzate - la Civica
Galleria darte moderna, la Biblioteca comunale, lArchivio storico comunale, il
Museo Etnografico "G.Pitrè" - che ho frequentato con motivata assiduità negli anni di formazione, ha
rilievi netti per alcune immagini e atmosfere che mi hanno sempre accompagnato, ma sfuma
anche per molti dettagli nella plastica e inseparabile "forma mutevole" della
memoria borgesiana.
Ho già, in altre occasioni, ricordato come il primo quadro che mi abbia coinvolto nei
segreti percorsi della "modernità" - non duplicativi della realtà, ma evidenti
e insieme imprendibili - lho incontrato, ragazzo, alla Galleria darte moderna
di Palermo. Ne conservo nitida limmagine che posso in qualunque momento evocare,
insieme a quella di altri dipinti fondamentali e familiari per concentrata attenzione,
consuetudine o singolari coincidenze di vita.Nella Palermo dei secondi anni Quaranta,
pervasa dai tardivi empiti naturalistici e veristi di una pittura regionale ormai solo
dolciastra, bruciacchiata e in perenne concorrenza con la fotografia, accompagnando mio
padre nelle non infrequenti visite al curatore della Galleria, potei scoprire come, oltre
a quella pittura compiaciuta e monocorde, ne fosse possibile unaltra, articolata
secondo modi sPiazzanti, quasi onirici, sigillata dentro una geometria dello spazio
dichiarata e tuttaVia mai estranea. Il quadro Gli scolari di Felice Casorati, del
1927, poteva avere per lesplorativa curiosità di un ragazzo più di un motivo di
suggestione. |
Nel dipinto, cinque scolari e la loro maestra stanno dietro a un
tavolo cubico coperto da un tappeto arabescato sul quale sono poggiati un libro
voluminoso, aperto, una riga, due fogli di carta e, più distante, dallaltro lato,
un mappamondo. Come in tutti i quadri di Casorati di questo periodo, il pavimento è
disegnato nella ordinata squadratura, lo spazio si prolunga in un profondo corridoio che
indica un altrove diverso e continuo. Nello sfondo si incrociano una parete bianca, faccia
di un altro cubo, e una lunga lavagna. Sulla lavagna sono tracciate due figure
geometriche; altre figure geometriche, sul libro immenso aperto sul tavolo, riducono al
piano tutta la geometria solida dellinterno, seguendo uninclinazione più
sottilmente ironica che metafisica. Il libro enorme aperto sul tavolo risulterebbe più
largo che alto qualora venisse chiuso. Il dato più intrigante per la partecipe
immaginazione di un ragazzo risultava scoprire che tutti gli allievi avevano lo stesso
taglio degli occhi e la stessa linea della bocca: bocca e occhi eguali a quelli della
maestra. Compagni o fratelli, allievi o figli?
Rivedendo di recente Gli scolari, in una bella e
affollata retrospettiva di Casorati a palazzo Bricherasio, a Torino, ho dovuto convincermi
che nellinevitabile regime di scambio tra percezione del soggetto e proiezione
autobiografica, tra immedesimazione e riconoscimento, non avrei mai trovato una risposta
precisa a quel piccolo ma non indifferente mistero. Lelemento più certo che il
prezioso dipinto può offrire resta perimetrato, come per molte altre opere di Casorati,
dentro una obliqua e non chiusa misura di ambiguità, opposta a ogni "effusione
realistica" e capace di distanziare in modo produttivo senso e verosomiglianza.
Nel marzo 1988, come curatore di un piano
dellAmministrazione Comunale per il rilancio delle arti visuali a Palermo, grazie
allamichevole disponibilità di P. M. Bardi, potei radunare in una mostra della
Galleria i maestri dellImpressionismo e del Post-Impressionismo, mai prima - e dopo
- di allora esposti nella città (Manet, Degas, Monet, Cézanne, Renoir, Gauguin, Van
Gogh, Toulouse-Lautrec). Quella motivata, e attesa, iniziativa obbligava, ancora una
volta, a trasferire in deposito gran parte dei dipinti in esposizione permanente. Essa
risultava sì necessaria, ma anche - e contro ogni intenzione di chi la promuoveva - non
perfettamente coerente con una complessiva "cultura ostensiva" istituzionale.
Perché le opere di Lojacono e Leto, dimostrazioni felici del particolare clima
dellOttocento siciliano, dovevano cedere il proprio spazio, se pure temporaneamente,
a quelle dei più famosi colleghi francesi? Come la grande tela di Casorati, le opere di
Sironi, Campigli, Carrà - acquisito nel 1938, tra mille difficoltà e lottusa
opposizione dei cronisti darte dei giornali cittadini del tempo, grazie alla
caparbia lungimiranza di Lia Pasqualino Noto - potevano essere sottratte a un confronto
così illuminante?
Da quellesperienza, tuttavia, uscivano rafforzate due
indicazioni di piano: la necessità di un recupero "veloce" nel Centro Storico
di spazi opportunamente attrezzati per ospitare esposizioni darte e manifestazioni
culturali; lopportunità di progettare ex novo, nella città moderna, un
complesso architettonico in grado di promuovere iniziative coerenti nel campo della
cultura visuale contemporanea (mostre, convegni, spettacoli), oltre che di ospitare
collezioni darte autenticamente "stabili". La filosofia del piano tendeva
ad attivare una socialità urbana di alto livello e continua, sottratta alle ragioni del localismo
delle piccole vanità e delle astiose gelosie e alloccasionalità delle
fastose ed effimere, ma spesso improduttive, celebrazioni "festive".
La progressiva e fortunata "messa a regime" negli
ultimi tempi dello Spasimo, identificato in quel piano, dopo la dismissione della
struttura ospedaliera, come sede di esposizioni ed incontri per la felice ubicazione
urbana, larticolata fungibilità degli ambienti e il distinto segno monumentale
dellintero complesso architettonico, ha confermato la validità della prima
indicazione di progetto. Diversa è la situazione per quanto attiene laltra
indicazione, che qui potrà risultare non inutile ricordare in sommario profilo.
| È a tutti noto che negli anni del "sacco di Palermo" la
città liberty, attestata sullasse di Via Libertà, subì una ferita gravissima con
la demolizione, non autorizzata, di Villa Deliella a Piazza Croci, capolavoro di Ernesto
Basile. Ridare a quello spazio nevralgico nella città "moderna" una funzione
sociale di alto profilo e una qualità architettonica riconoscibile era sembrato un
obbligante dovere civile, oltre che un ineludibile "risarcimento" culturale. Da
qui lincarico a Mario Botta, uno dei rari maestri universalmente riconosciuti
dellarchitettura contemporanea , di progettare un edificio destinato ad accogliere
non solo le collezioni darte moderna della città, finalmente "stabili" e
realmente accessibili, ma anche esposizioni di respiro internazionale e quelle
manifestazioni intermediali e multimediali che caratterizzano la scena visuale di questo
finesecolo.Frutto di numerosi sopralluoghi e articolate prospezioni urbanistiche,
elaborato secondo i criteri museologici più avanzati, discusso pubblicamente in tutte le
sue fasi di realizzazione con la cittadinanza, fatto proprio finalmente, e con entusiasmo,
dallAmministrazione della Città, lesemplare progetto dello Spazio
Multimediale dArte Contemporanea di Palermo, ammirato in tutte le esposizioni
dedicate negli ultimi anni allarchitetto ticinese, è rimasto incagliato tra la
burocrazia regionale e comunale. Chi è disposto ad assumersi oggi la responsabilità
"storica" di un insabbiamento non meno grave, per molti aspetti, della brutale
demolizione mafiosa? |

2. Dipinto anonimo della prima metà del XVII secolo
che rappresenta la pianta di Palermo fino allXI secolo circa. È conservato |
Le gloriose istituzioni della Città, cui questo
inserto monografico è dedicato, rappresentano la continuità quotidiana, operosamente
"feriale", di una cultura chiamata a interpretare domande "spirituali"
essenziali, come e più dei bisogni della vita materiale. Ho sempre sostenuto, e operato
per quanto e quando mi è stato reso possibile, perché esse avessero definitiva
autonomia, risorse congrue alle importanti finalità sociali loro affidate e ragionevoli
collegamenti di iniziative. Sono convinto che solo sul loro tenace ed estensibile tessuto
la cultura di Palermo può stabilire memoria e prospettiva, coltivare il proprio nobile (e
perduto) passato, senza negarsi un presente e un futuro produttivi.
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