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Il Festino di Santa Rosalia 

L'arte ed il Festino

 

La Santa di corallo, argento ed altro

Maria Concetta Di Natale

Per quanto attiene le immagini di Santa Rosalia, è andato via via definendosi, attraverso tramandate memorie, un significativo corpus di realizzazioni artistiche che trovano, oltre che nella tela e nel marmo, anche nel legno, nel corallo, nell’alabastro, nell’avorio, nella madreperla, nella tartaruga, nella ceramica, nell’argento, nel rame, e così via un mezzo espressivo congeniale. Dalle chiese e dai monasteri, dalle sacrestie e dagli altari l’immagine della Santa si trasferisce talora nelle nicchie e nelle cappelle private o si concentra in piccoli capolavori mobili, oggetto di devozione personale o di religioso omaggio. Santa Rosalia, invero, per l’elettivo romitaggio, per la volontaria mortificazione virginale, per la miracolosa intercessione verso l’appestata sua città, ravviva la fantasia e stimola l’interesse di quanti nel tempo a lei si accostano ed è emotiva fonte d’ispirazione, che si traduce in opere di ogni tipo e di ogni dimensione, permettendo così di accedere a gran parte di opere d’arte decorativa sconosciute, riscoprendo aspetti parzialmente sommersi di storia e di cultura siciliana.

 

Attributi iconografici e messaggi íconologíci

Il plurisecolare riproporsi dell’eccezionalità mistica della Santa trova il suggello e la più ampia diffusione qualche secolo dopo la sua morte, quando eventi tragici che dovettero attanagliare tutta la popolazione apparvero dissolversi per l’intervento della sua benevola intercessione.

Al di là comunque delle incertezze anagrafiche e biografiche, delle verità storiche, delle sovrastrutture devozionali e talora delle storture agiografiche, la donna si fa mito. La Santa stessa si viene a proporre come simbolo.

Alle ieratiche e più composte rappresentazioni dei primi secoli successive alla sua esistenza, peraltro secondo i modi del tempo, si sostituiscono gradualmente espressioni più scenografiche, nel cui contesto la Santa assume posizioni sempre più predominanti, che saranno quelle più caratteristiche dell’arte decorativa barocca.

Il corredo iconografico di Santa Rosalia si avvale della presenza, tuttavia non sempre costante, né sempre uguale, di taluni elementi che contraddistinguerebbero gli aspetti peculiari della sua vita interiore e delle vicissitudini temporali. La sua nascita da famiglia non plebea, la sua fede religiosa, il suo eremitaggio volontario, consensuale a scelte in uso nel tempo, la sua giovane età, la sua incorruttibilità sono tutti elementi che hanno contribuito a definire il personaggio nelle sue connotazioni spirituali e nei suoi attributi distintivi.1

L’ambientazione mistica di Santa Rosalia nel territorio di Palermo e quanto di più consono alle aspettative della popolazione urbana costantemente dominata dalla mole incombente del monte Pellegrino. Alla maestosa imponenza della massa montuosa che sovrasta la città, all’ambivalenza del suo dominio, terra-mare, alla misteriosità dei suoi anfratti e delle sue grotte, ricche di stalattiti e di stalagmiti, ben si confanno parallelamente la regalità del personaggio, la duplice veste di nobile e pellegrina, il complesso di incertezze inerenti la sua vita terrena.

L’attributo iconografico più insistente e caratterizzante la Santa è la corona di rose che, quasi sempre poggiata sul suo capo a mo’ di aureola, talora le viene imposta, offerta da angeli per volere divino, mentre ancor più raramente essa stessa al posto del più antico giglio reca in mano una rosa o la tiene nelle vicinanze. Se il giglio è chiara allusione alla sua purezza, le rose, che pure sono noto simbolo mariano, rimandando da un lato direttamente al suo nome, Rosalia appunto, dall’altro al rosario, che talora è pure tra le sue mani, legando ulteriormente la vergine palermitana alla divina Madre. Cascini definisce simbolicamente il rosario di Santa Rosalia "misteriosa" corona, sottolineando il particolare rapporto che unisce la Santa alla Madonna: nel rosario mariano, infatti, le rose bianche rimandano ai misteri gaudiosi, quelle rosse ai misteri dolorosi, quelle giallo-oro ai gloriosi e tutte insieme circondano allusivamente il capo della Santa.2

Un secondo elemento pressoché costante nel vario quadro iconografico di Santa Rosalia e il bastone da pellegrino. La verga, già attributo di Aronne nel contesto del Vecchio Testamento, che, secca, misteriosamente fiorisce, è, nel Nuovo, attributo di Giuseppe, oltre che appoggio per il divino viandante di Emmaus.3 Anche Santa Rosalia nel suo viaggio mistico verso Dio si aiuta con il bastone.

Frequente è inoltre la presenza del Crocifisso, più rara quella della palma, simbolo del martirio.

Santa Rosalia sembrerebbe riproporre il cammino di Gesù nella sua ascesa al Pellegrino-Calvario, ripercorrendo quel martirio che porta al riscatto e alla beatificazione. Ella, come il divino Figlio, appare accompagnata nel suo mistico viaggio dalla presenza protettrice del Padre e della Madre, Giuseppe e Maria, adombrati nel bastone da pellegrino e nella corona di rose.

Corona e scettro sono peraltro i simboli della regalità e del pagano Genio di Palermo,4 assimilabili al cerchio di rose ed al bastone della Santa eremita. Se da un lato, dunque, Palermo trova in quello il suo nume tutelare pagano, in questa ripone la sua fede cristiana: entrambi, talora affiancati, sembrano convivere al fine comune di tutelare la città, l’uno in chiave ermetica e ancestrale, l’altra alla luce di rogati interventi miracolistici.

La presenza del teschio nelle tematiche iconografiche rosaliane sembra ancora una volta ribadire talune convergenze con Cristo. Questi ne presenta spesso uno ai piedi della croce in ricordo di Adamo, di cui Egli stesso è la versione nuovo-testamentaria e riscattante. Quello che la Santa presenta è invece la reminiscenza della sua vita terrena, dalla quale si è staccata precocemente per assurgere a glorie transumane, eterne e non caduche.

Talora Santa Rosalia tiene in mano un libro, qualche volta proprio sotto il teschio, più raramente aperto o poggiato accanto. La presenza del libro è frequente in mano alle sante, che nel loro accostarsi al divino da quel sacro testo attingono forza. Il libro sotto il teschio ricorda inoltre quello dei sette sigilli che sta sotto l’Agnello Divino e propone analogicamente una corrispondenza sacrificale tra l’Agnus e la Vergine. Entrambi s’immolano alla divinità superiore, entrambi si pongono come mediatori, sulla scorta dei sacri testi, tra l’umano e l’ultraterreno, entrambi, puri e incontaminati, sono il fulcro ideale attraverso cui si manifesta la Provvidenza. Il teschio, inoltre, legato al monte Pellegrino sembra volerlo riproporre come nuovo Golgota, monte del teschio, appunto, in un naturale parallelismo espressivo, quale luogo d’espiazione e di riscatto.

Compare talora nell’iconografia di Santa Rosalia anche la clessidra che, pur essendo ricollegabile, come il teschio, al tema della morte (riferendosi quello alla caducità terrena e questa allo scorrere inesorabile del tempo), tuttavia sembrerebbe assumere un secondo significato, rimandando alla vittoria dell’amore spirituale, che concettualmente bene si adatta alla Vergine. Libro chiuso, teschio, clessidra sono "tutti simboli di morte", come scrive Maurizio Calvesi, del "tempo che porta la corruzione e il disfacimento". "Se dunque la morte trionfa sulle cose umane, cosa trionfa sulla morte, sul peccato […]? L’amore in Cristo, che garantisce la vita eterna".5 Attraverso un espiante, reale, ma anche introspettivo pellegrinaggio, la Santa supera l’effimero contingente ed assurge mortificata e purificata alla contemplazione del divino, a valori transumani ed eterni, guidata dal suo amore per Cristo: "Ego Rosalia Sínibaldi Quisqinae Amore Domini mei Jesu Christí", scritta che non a caso con frequenza accompagna la sua immagine.

Ancora ricordano il pellegrinaggio della Santa altri elementi iconografici, che talora l’accompagnano, quali la ciotola per attingere l’acqua al pozzo, solitamente presente vicino al luogo scelto per il romitaggio, la bisaccia e la conchiglia. Questa, posta talora a mo’ di borchia sul mantello dei fedeli che si recavano nel santuario di San Giacomo Maggiore a Santiago di Compostella, diviene simbolo generico del pellegrino.

A proposito del pozzo e della ciotola è interessante riportare quanto scrive Giordano Cascini: "nell’entrare alla bocca della grotta [...] vi sono […] due memorie di S. Rosalia degne d’essere conosciute. Quella della destra nell’entrare, e la grotticella col fonte […] la cui acqua oggi scorre e si conserva in un pozzo […] appresso l’uscio di questa grotticella, v’ha una bella immagine della S. Verginella dipinta in atto ch’esca di là e venga a quella fonte con un vasello d’acqua simile a quello, che ci ritrovammo vestito della pietra medesima del suo sepolcro […]. Dalla sinistra […] v’ha […] un’altra immagine di lei […] e di sotto un marmo […] dove ciò s’esplica pur con versi, accioché con questi n’habbiano gusto i dotti, colle pitture il popolo non ne resti digiuno".6 Enunciato alquanto significativo che pone chiaramente in risalto l’intento fortemente didascalico dell’arte barocca.

Ancora di rado appare accanto a Santa Rosalia un cane, verosimilmente riconducibile a quell’episodio che la vide profeta nei confronti di un uomo accompagnato da quell’animale sul monte Pellegrino.

Circa la positura della Santa, infine, in un primo momento il tema predominante è quello che la predilige in piedi, da sola o con altre sante, talora in abito di monaca basiliana o benedettina o francescana, a volte con il cordone alla vita. A proposito della "prevenzione che la Santa fosse stata monaca basiliana nel monastero del Salvatore", Antonino Mongitore scrive che "nel rifarsi la cappella di San Basilio nella chiesa del Monastero, un fabro muratore vi trovò una bussoletta [...] con un pezzo di legno creduto della croce del Signore, e un pezzo di carta scritta con una greca iscrizione".7

Dopo diverse vicissitudini questa venne tradotta da P. Giordano Giustiniani della Compagnia di Gesù, che sosteneva fosse stata scritta da Santa Rosalia.8 L’iscrizione riportata in latino e greco in una lapide della chiesa del SS. Salvatore è la seguente: "Ego Soror Rosalia Sínibaldi pono hoc lignum Domini mei in hoc Monasterío quod semper secuta sum". Tra i marmi mischi della chiesa non manca la figura di Santa Rosalia in abiti di Monaca basiliana, né il suo principale attributo iconografico, la corona di rose, insieme all’altra significativa ricorrente scritta.9

Una delle più antiche raffigurazioni della Santa in abiti monacali è quella della tavoletta del XIII secolo del Museo Diocesano di Palermo. Qui si può vedere Santa Rosalia insieme ai Santi Elia e Venera, mentre la posizione di privilegio è lasciata a Sant’Oliva. Nel XVIII secolo, tuttavia, la tavoletta venne inserita in una nuova cornice di legno d’abete rivestita d’ebano con incastonati piccoli medaglioni d’avorio finemente scolpiti che propongono scene di vita di Santa Rosalia. La si vede tentata dal diavolo, cui, riscattando la debolezza di Eva, resiste, e ancora mentre incide nella roccia della grotta la tradizionale iscrizione, assorta in preghiera davanti al Crocifisso, incoronata di rose e via via accompagnata dagli angeli da una grotta all’altra fino alla sua immagine in estasi. Nel Settecento, dunque, viene privilegiata la Santa, ormai assurta a principale protettrice della città.10

Tra gli altari a marmi mischi superstiti è quello di Santa Rosalia della chiesa del Gesù a Casa Professa, ove in un medaglione viene raffigurata la Santa in devota adorazione della croce che naturalmente si configura inserita in cima al simbolico albero. Nota in proposito Maria Clara Ruggieri Tricoli: "Esempi di una conscia tradizione artistica dell’albero sacro sono frequentissimi a Palermo, specie in opere nelle quali, opportunamente, il simbolismo dell’albero è ribadito dal simbolismo della croce".11 V’è ancora Santa Rosalia in uno scenografico paliotto a marmi mischi della chiesa della Concezione di Palermo.12

Alcune tarsie di marmo policromo presentano temi simbolici diversi nel cappellone della chiesa di S. Chiara, alternando festoni e puttini con elementi fitomorfi e geometrici. I marmi usati sono il giallo di Castronovo, il bianco di Carrara, il verde di Calabria, il nero Portoro, il rosso libeccio di San Vito, il giallo pallido di Trani. L’altare maggiore è realizzato, oltre che con marmi mischi, anche con profusione di pietre dure, dai lapislazzuli all’ametista, all’agata. Non mancano imitazioni o finte pietre dure come lo smaltino veneziano, la pietra carcara che fa da sfondo alla nicchie con il busto di Santa Rosalia, o i finti lapislazzuli, che fanno da sfondo alle nicchie dedicate alle immagini di Santa Margherita e Santa Elisabetta nel cappellone.13

Ancora un busto marmoreo di Santa Rosalia compare tra i marmi mischi della chiesa di S. Caterina di Palermo. Come nota Mongitore, "le varie pietre di marmi bianchi e di varii colori, lavorate e connesse a formare un superbo ricamo rendono quei pilastroni dalla cima sino al pavimento fastosi e pregevoli".14

Nel periodo barocco Santa Rosalia viene solitamente raffigurata sdraiata con un braccio sotto la nuca e il volto in atteggiamento di contemplazione, volendo ricordare la posizione delle ossa al momento del loro ritrovamento. Come nota infatti Cascini, relativamente alla posizione del corpo della Santa, questo "quantunque fatto in pezzi insieme con tutto il sasso che l’abbracciava, piacque alla Divina Provvidenza che chiaramente dimostrasse sua positura".15

Il Senato di Palermo per la liberazione della città dalla peste del 1624 commissionò a Vincenzo La Barbera una tavola che fu portata trionfalmente in processione. Filippo Pottino nota che l’opera, oggi conservata al Museo Diocesano di Palermo, "è interessante […] per il ricordo storico e il paesaggio in basso indicativo della topografia di Palermo del tempo col suo porto e il suo Monte Pellegrino, protagonista con la Santa, del religioso evento".16

La prima arca

Il 27 luglio 1624, ancora scossa dai fulmini del morbo e per contro profondamente grata per la sua intercessione, la città di Palermo assume Santa Rosalia come protettrice; il 22 febbraio del 1625 si ha quindi il riconoscimento ufficiale delle sacre ossa della Patrona di Palermo, mentre già l’epidemia rapidamente decresceva.17 Le reliquie, per volere dell’arcivescovo Giannettino Doria, furono poste in un cofano rivestito di velluto cremisino e poi in una cassa di tela d’argento e trasferite dal Palazzo Arcivescovile alla Cattedrale.18 Scrive in proposito Mancusi: "Il Cardinale adunque, convocata la nobiltà, e il Senato di Palermo, secondo la maniera prescritta da’ sacri Canoni, dichiarò quelle essere le vere ossa della loro Santa Cittadina […] poi colle sue proprie mani consegnò in loro potere da parte in parte il corpo di S. Rosalia; che per allora non essendo spedita quell’arca maestosissima di 1.750 libbre di finissimo argento, dove al presente si custodisce, fu in una cassetta di velluto trinato d’oro, e questa in un’altra piccola d’argento, collocato, ma quando si portarono in processione, comparirono dentro un’Arca di cristalli finissimo di lucido argento vagamenti adorni".19

Quest’arca argenti et cristalli è quella prima cassa Gloriosae Sanctae Rosalíae, commissionata dal Senato di Palermo il 3 marzo 1625, tramite Nicola Placito e Giacomo Agliata.20 La base lignea è dovuta al maestro intagliatore Apollonio Mancuso e allo scultore (Giovanni Nicola, Gian Cola) Nicolò Viviano, la parte in cristallo ai maestri Desiderio Pillitteri e Giovanni Pietro Sensale, quella d’argento al maestro Francesco Licco. La cassa venne stimata nel 1627 dai consoli della maestranza degli orafi e argentieri di Palermo, Giovanni Pietro Tigano e Girolamo Timpanaro, e dai consiglieri Paolo di Florio e Vincenzo Bruno, e contenne le reliquie della Santa fino a quando, trasferite queste nella nuova arca realizzata nel 1631, non vi fu inserito in sostituzione il braccio di Sant’Agata.21 Le reliquie di Santa Rosalia furono poste dunque in una prima cassetta nel 1624, nell’urna di cristallo e argento nel 1625 e nel monumentale reliquario e sarcofago d’argento nel 1631.22

Antonio Mongitore ricorda che nel 1625 venne posta in Cattedrale una lapide relativa all’invenzione delle ossa di Santa Rosalia.23 Nel 1626 venne quindi iniziata la costruzione della cappella dedicata alla Santa, sita tra quelle di Santa Ninfa e Santa Cristina.24

Della nuova arca della Santa, realizzata nel 1631, Giordano Cascini, partecipe testimone oculare e autorevole padre gesuita, di quella Compagnia, dunque, non a caso particolarmente attiva nel seguire e diffondere i dettami della Controriforma, nota come vi "si rinchiudesse il Sacro Corpo di S. Rosalia co’ dicevoli ornamenti" e come volesse così "il Senato dimostrare maggiormente l’affetto, e riverenza".25

È pertanto significativo che un primo testo in latino, De Vita et invenzione S. Rosalíae, del 1631, scritto da Cascini, venisse conservato entro la cassa reliquiaria, dove si trova tutt’oggi, con firma autografa dell’arcivescovo Giannettino Doria, testimoniando l’importante ruolo che il padre gesuita dovette avere nella stesura ufficiale della "vita" della nuova Patrona di Palermo.26

Cascini fornisce una particolareggiata descrizione di tutte le parti della vara: "In quest’arca dunque primieramente si vede la vita di S. Rosalia ripartita in dieci luoghi, parte espressa colle statue massiccio, e parte scolpita di alto rilievo, che vien’ivi dichiarata con brevi motti".27 Il padre gesuita illustra il suo volume Di S. Rosalia vergine palermitana del 1651 con incisioni tratte da opere che forniscono l’ispirazione iconografica o che comunque rimandano, più o meno puntualmente, alle scene della vita della Santa raffigurate nella vara, per le quali è lecito argomentare un suo significativo contributo alla nuova formulazione iconografica. Si avrà così una particolare tematica sia pittorica sia scultorea, che per secoli rielaborerà variamente queste storiette, arricchendo il corpus delle immagini relative alla Santa dopo il 1624.28 È particolarmente significativo che già in occasione della processione del 9 giugno (non luglio) 1625 analoghe storia della vita di Santa Rosalia, divise in sei quadri, venissero raffigurate nell’arco trionfale della "Nazione Fiorentina", come si rileva dalla descrizione di Onofrio Paruta, figlio di Filippo.29

Gioacchino Di Marzo, notando che "questa cassa è una delle più preziose opere che vantar possa l’oreficeria siciliana nel secolo XVII",30 ricorda i nomi dei suoi autori tratti "dal ms. del Mongitore sulla Cattedrale di Palermo":31 "In una relazione degli argenti di questa Cattedrale, fatta dal sac. Camillo Barbavara a 14 settembre 1650, registrata dalla corte arcivescovile si legge la seguente: una cassa grande d’argento, dove sono riposte le sante reliquie del corpo santo della gloriosa S. Rosalia nostra cittadina e padrona, alla quale vi spesero in tutto le somme di denaro nel modo infrascritto: Opera di piastre tirate con figure da mastro Giuseppe Oliveri […] Opera di gettito e rilievo consigliata da mastro Francesco Rivelo […] opera di gettito e rilievo consigliata da mastro Gio. Cola Viviano […] Matteo Lo Castro […]"; e continua il Di Marzo: "Sicché secondo questa relazione, è tutto il prezzo dell’argento e fatica del lavor onze 7383.13.14, che sono scudi 18459.4.14. Alla qual somma dee aggiungersi il prezzo delle libre 110.5.3 di rame e mastria. Onde non senza ragione il P. Amato scrisse il valore di questa cassa essere 20.000" scudi.32 Questi infatti precisa: aureorum 20.000 librarum 1750".33

Dagli atti del Senato del 27 gennaio 1631 (cc. 183v-184) relativi ai Capitoli dello staglio dell’opera di rilievo di cera et getto delle figure et ornamenti della cascia della Gloriosa Santa Rosalia di argento cesellate et finiti aguettati d’ogni cosa per potersi mettere in opera allo loco,34 si rileva che i maestri Francesco Ruvolo (non Rivelo), Giancola Viviano e Matteo Lo Castro, che, come nota Filippo Pottino, "per il loro lavoro qualificato, opera di gettito e di rilievo e che evidentemente gettarono e fusero le storie a rilievo, sono i maggiori e meglio qualificati artigiani e su tutti il primo per aver lavorato la maggior quantità d’argento"35. Giuseppe Oliveri "è l’autore delle storie cesellate e di parte degli ornati avendo avuto un compenso per opera di piastre stirate con figure e tirare le piance d’argento per la cacia […] dare e mettere insieme chiantare tanto dette piance come anettare tutta l’opera di rilievo per viti […] imburnire".36 Alla c. 187v del citato atto si rileva un pagamento di 4 onze al maestro Giuseppe De Oliveri argentiere a ragione di tarì 20 e tarì 15 la libbra. Ai maestri argentieri Michele Farruggia (non Priarruggia) e Francesco Ruvolo (non Roccuzzo), come nota Pottino dagli stessi atti del Senato del 27 gennaio 1631, si devono i "lavori di cesello per lo scorniciato et coprimento della cascia […] al primo e al secondo […] per le opere di rilievo di cera o getto delli figure et ornamenti e finiti aggiustati di ogni cosa per potersi mettere in opera a suo loco figure e ornamento di storie di tutto rilievo di mezzo rilievo e fatti detti rilievi fare ad ogni una li suoi cavi di gesso acciò in detta buca si possino gittare li cere per potersi riconoscere le grossezze et delicatezze dell’argento".37 Si evince infatti dagli stessi atti alla c. 188v il pagamento di 4 onze a maestro Michele Farruggia. Il Farrugga non compare tuttavia nella relazione del Barbavara, per cui il suo apporto non dovette essere significativo. Ancora nel 1633 Giuseppe De Oliveri, definito argentiere staglians arcae argenteae Sante Rosalie, riceve somme resideu di denaro.38

Quest’arca venne realizzata, dunque, dagli argentieri Giuseppe Oliveri, Francesco Ruvolo, Giancola Viviano, Matteo Lo Castro, con la collaborazione di Michele Farruggia, su disegno dell’architetto del Senato di Palermo Mariano Smiriglio. L’opera, definibile tecnicamente reliquiario a sarcofago, presenta insieme le tipologie dell’arca reliquiaria e della macchina processionale.39 Si trattava certamente di una cassa ben più ricca della prima, che presentava la tipologia del reliquiario ad urna, disegnata dal famoso architetto del Senato palermitano che, come tanti altri, non disdegnava certo di fornire disegni per opere di un’arte ormai solo convenzionalmente detta minore o per apparati effimeri.

Significativo è il commento che Filippo Pottino, sensibile studioso siciliano che si occupa di arte maggiore e minore, fa a proposito di questi argentieri: "Gloria a questi oscuri artieri che in un secolo da storici superficiali ingiustamente calunniato con preconcetti giudizi diedero splendore di arte e fiamma viva di fede alla Sicilia nostra".40

Note

1 Per l’agiografia di Santa Rosalia si vedano: G. Casciní, Di Santa Rosalia Vergine Palermitana, 3 voll., Palermo 1651; P. Collura, Santa Rosalia nella storia e nell’arte, Palermo 1977; La rosa dell’Ercta 1196-1991. Rosalia Sinibaldi: Sacralità, linguaggi e rappresentazione, a cura di A. Gerbino, Palermo 1991. Si consultino anche: L. Réau, Scenografie de l’Art chrétien, Parigi 1958; O.H. Farmer, Dizionario dei Santi, Palermo 1989.

2 G. Cascini, op. cit., p. 338. Per la simbologia della rosa si veda M. Levi D’Ancona, The Garden of the Renaissance botanical symbolism in Italian painting, Firenze 1977, p. 44.

3 Per la verga fiorita si veda Numeri 7, 6-10; per la Cena di Emmaus, Luca 24,13 e sgg.

4 Per il Genio di Palermo sí veda: G. La Monica, Sicilia misterica, Palermo 1982; M.C. Ruggieri Tricoli, Paolo Amato, la corona e il serpente, Palermo 1983.

5 M. Calvesi, Le realtà del Caravaggio, Toríno 1990, pp. 28, 25.

6 G. Cascini, op. cit., p. 332.

7 A. Mongitore, Dell’istoria sagra di tutte chiese, conventi, monasteri, spedali ed altri luoghi pii della città di Palermo. I monasteri e conservatori del XVIII secolo, ms. della Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq E 7, c. 14r.

8 P.G. Giustiniani, Esaminazione istorica dell’essere o no scritta di S. Rosalia V[erginel P[alermitana] la carta ritrovata coi legno della Santa croce nel ven[erabile] Monast[er]o del Salvat[or]e di Palermo esposta al pubblico sindacato da Girolamo Giustiniani della Compagnia di Gesù, datato 15 maggio 1700. Ms. conservato in collezione privata di Palermo. A quest’opera A. Mongitore risponde con alcuni manoscritti tra cui: Inverisimilitudine del fatto del ritrovamento del legno della Santa Croce nella Chiesa del monastero del SS. Salvatore, ms. del XVIII sec. della Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq E 19, n. 7; Esame delle parole dello scritto che si dicono di S. Rosalia, ms. del XVIII sec. della Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq E 19, n. 8. Mongitore affronta il tema del monachesimo di Santa Rosalia in diversi manoscritti conservati alla Biblioteca Comunale di Palermo, tra cui si ricordano: Osservazioni critiche intorno al punto se S. Rosalia fosse stata monaca benedettina, ms. del XVIII sec., ai segni Qq D 194, nn. 6, 12; Sulla tradizione del monacato di S. Rosalia e se sia stata monaca basiliana, ms. del XVIII sec., ai segni Qq D 194, n. 13; Tradizione palermitana che S. Rosalia fu solitaria anacoreta e non monaca, ms. del XVIII sec., ai segni Qq E 33, n. 9. Per il problema si rimanda a P. Collura (cfr. infra, nota 1).

9 Tra le scritte inserite nei marmi mischi della chiesa del SS. Salvatore è la seguente: "Ego Rosalia Sinibaldi Quisquinae Amore Domini mei Jesu Christi". Per le essenziali notizie sulla chiesa del SS. Salvatore si veda P. Pottíno, "L’auditorium del SS.mo Salvatore", in Sicilia, n. 43, 1964.

10 M.C. Di Natale, "Arti Minori nel Museo Diocesano di Palermo", Quaderno n. 3 dell’Archivio Fotografico delle Arti Minori in Sicilia, Palermo 1986, p. 35. Per le vicende dell’opera già nella chiesa della Matiorana, poi passata attraverso il mercato antiquario e recuperata dai gesuiti di Casa Professa, si veda: P.G. Orlando, Dalla più antica immagine di Santa Rosalia dipinta in Palermo, Palermo 1880.

11 M.C. Ruggieri Tricoli, op. cit., p. 62, nota 42.

12 M.C. Di Natale, Arti decorative a Palermo. Problemi di conservazione e restauro, Palermo 1988, p. 27. Si veda pure M.C. Ruggieri Tricoli, "Il teatro della vergine immaginario architettonico e tradizione scenografica nei paliotti di Santa Rosalia", in M.C. Di Natale, Santa Rosalia nelle arti decorative, Palermo 1991, pp. 91-114.

13 Per la chiesa di Santa Chiara si veda: AA.VV., La chiesa di Santa Chiara a Palermo, Palermo 1986; M.C. Di Natale, Arti decorative..., cit., p. 17.

14 A. Mongitore, Monasteri e conservatori di Palermo, ms. della Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq Ef, f 211. Si veda pure A. Pirrello, La decorazione a mischio in Palermo nei secoli XVII e XVIII, Palermo 1935, p. 42.

15 G. Cascini, op. cit., p. 330.

16 F. Pottino, Il Museo Diocesano di Palermo, Palermo 1968, e P. Collura, op. cit., p. 45.

17 G. Cascini, op. cit., pp. 28, 67. Si vedano pure I Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX, pubblicati sui manoscritti della Biblioteca Comunale di Palermo preceduti da una introduzione e corredati di note per cura dí G. Di Marzo (relative alla trascrizione di un ms. di V. Auria, 1690, infine al volume miscellaneo, ai segni Qq C 9, nella Biblioteca Comunale di Palermo, da un manoscritto di Baldassare Zamparone del 1632), in Biblioteca di Storia e Letteraria di Sicilia, per cura di G. Di Marzo, vol. II, Palermo 1869, p. 278; F. Pottino, "La prima processione delle Sacre Reliquie e l’arca argentea di Santa Rosalia", in Festino 1948, p. 11; P. Collura, op. cit., pp. 79-82.

18 Ibidem.

19 A.I. Mancusi, Istoria dell’ammirabile di S. Rosalia vergine romita, palermitana, Palermo 1704, pp. 188-189.

20 Tale notizie sono tratte dall’atto dell’archivio di Stato di Palermo, notaio Nunzio Panitteti, vol. 2741, cc. 748r-785r, del 10 aprile 1627, già segnalato da M.C. Di Natale in "Gli argenti in Sicilia tra rito e decoro", in Ori e argenti di Sicilia, catalogo della mostra a cura di M.C Di Natale, Milano 1989, p. 146. Si vedano pure: P. Collura, op. cit., p. 82; M.C. Di Natale, "Santa Rosalia nelle arti decorative", in op. cit., p. 24.

21 Ibidem. Per F. Licco cfr. la voce di M.C. Di Natale, e per G.P. Tigano, G. Timpanaro, P. Di Florio e V. Bruno, le voci di G. Barraja, in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani - Arti applicate, vol. IV, a cura di M.C. Di Natale, Palermo 1993.

22 I Diari..., cit., p. 278.

23 A. Mongitore, La Cattedrale di Palermo, ms. del XVIII sec. della Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq e 3, p. 67; cfr. G. Di Marzo che riporta una nota dal manoscritto del Mongitore, cap. XXXVIII, p. 311. Si veda pure N. Basile, La Cattedrale di Palermo: l’opera di Ferdinando Fuga e la verità sulla distruzione della tribuna di Antonello Gagini, Firenze 1926, p. 71.

24 G. Cascini, op. cit., pp. 338-340. Si veda pure N. Basile, op. cit., p. 171.

25 G. Cascini, op. cit., pp. 336.

26 G. Cascini, De Vita et invenzione S. Rosaliae, Palermo l631.

27 G. Cascini, Di Santa Rosalia..., cit., p. 336. Il Cascini riporta tutte le scritte che accompagnano le storie della vita della Santa nella vara. Per l’analisi dell’iconograjìa di Santa Rosalia secondo l’agiografia di Cascini, cfr. M.C. Di Natale, S. Rosaliae Patriae Servatrici, Palermo 1994, pp. 11-80.

28 G. Cascini, Di Santa Rosalia..., cit., pp. 336-341. Le scritte che corredano in basso le incisioni del volume del Cascini, ove sono raffigurate scene della vita di Santa Rosalia, non sono sempre perfettamente uguali alle iscrizioni che accompagnano le storie raffigurate nella vara e che il padre gesuita riporta nel testo. Le incisioni del libro di Cascini sono fedelmente riproposte nel volume di J. Stiltingus, Acta S. Rosaliae Virginis Solitariae Eximiae contra pestem Patronae, Antuerpiae 1748, pp. 281-282, che ne aggiunge diverse non presenti in Cascini, come quelle che ripropongono le varie storie della vara nei secoli successivi; cfr., per la verità delle immagini relative alla Santa, La rosa dell’Ercta..., cit., passim.

29 "Sposizione dell’arco alzato da’ Fiorentini per lo Trionfo di Santa Rosalia", in 0. Paruta, Relazione delle Feste fatte in Palermo nel MDCXXV per lo trionfo delle Gloriose Reliquie di S. Rosalia Vergine Palermitana, Palermo 1651, pp. 137-155; cfr. infra, M. Vítella, "Il primo Festino", pp. 31-32.

30 I Diari... ", cit., vol. II, p. 278, nota 1 di G. Di Marzo.

31 A. Mongitore, La Cattedrale...., cit., cap. XXXI,711, p. 311.

32 G.E. Amato, De Principe Templo Panormitano, lib. XIII, Panormi 1728, p. 250.

33 Ibidem. Per l’orafo don Camillo Barbavara cfr. M.C. Di Natale, I monili della Madonna della Visitazione di Enna, Palermo 1996, e la voce di M.C. Di Natale, in L. Sarullo, op. cit.

34 Archivio Comunale di Palermo, atti del Senato, 27 gennaio 1631, cc. 183-184. Tale documento venne individuato da F. Pottino, "La prima processione…", cit., pp. 11-14. Cfr. pure M.C. Di Natale, S. Rosaliae..., cit., pp. 62-70.

35 Ibidem.

36 Ibidem.

37 Ibidem.

38 Tale notizia è tratta da un documento dell’Archivio di Stato di Palermo individuato da Giovanni Mendola.

39 M. Accascina, Oreficeria di Sicilia dal XII secolo, Palermo 1974, pp. 241-251. Per gli argentieri che realizzarono la vara di Santa Rosalia si vedano le relative voci di M. Vitella, in L. Sarullo, op. cit.

40 F. Pottino, "La prima processione...", cit., p. 12.

Tratto da: Nuove Effemeridi, monografia "SANTA ROSALIA", anno XI, n.42, 1998 - Edizioni Guida, Palermo © Edizioni Guida/Maria Concetta di Natale - Riproduzione vietata

 

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