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Il Festino di Santa Rosalia 

 

Rosalia, la peste e il trionfo 
di Giovanna Fiume

A leggere la breve nota che la Bibliotheca Sanctorum dedica alla patrona di Palermo, ci si imbatte subito nell'imbarazzo di una ricostruzione incerta e piena di vistose lacune.
Prima del 1624, anno in cui si credette di aver trovato il corpo di Rosalia in una grotta di Monte Pellegrino, di questa Santa si conoscevano poche notizie tramandate "ex fama et seniorum traditione", come attestava Ottavio Gaetani (morto nel 1620)1 il quale perciò si rammaricava che "nullum de ea monumentum a maioribus nostris conscriptum nos comperisse, cum omnem operam ac studium hanc in rem collocaverimus". Le tradizioni poi, raccolte dallo stesso Gaetani, si riducevano a dire che Rosalia sarebbe nata a Palermo; che era stata alla corte della regina Margherita, moglie di re Guglielmo, che avuto in dono il Monte Pellegrino, ivi si era ritirata a far vita penitente in una spelonca, dove era stata sepolta dopo la morte. Di certo, come si vede, c'è ben poca cosa.2
Mentre non ci è pervenuta nessuna legenda, ossia il racconto per lo più coevo sulla sua vita e sui miracoli, che dovette essere redatta al tempo della sua canonizzazione, di contro è abbastanza attestato il suo culto, deducibile dalle cappelle che le erano dedicate a Palermo, Racalmuto, Bivona, ecc. e dalle sue immagini che si trovavano nelle cattedrali di Palermo e Monreale e nelle chiese di Bivona e Santo Stefano di Quisquina. Il suo culto era però decisamente in decadenza, se il suo nome non veniva invocato tra quello degli altri santi fino al 1624. In quest'anno il ritrovamento (la inventio) delle sue reliquie segnava una svolta nella sua venerazione che dura fino ad oggi. "Onestamente però bisogna confessare - continua l'estensore citato sopra - che le circostanze concomitanti quella invenzione suscitano gravi dubbi sulla autenticità del corpo ritrovato, come appare dal racconto fatto dagli stessi protagonisti".3
abbiamo a che fare con una santa? Ed in questo caso, quando sarebbe stata canonizzata Rosalia? Alcuni fanno risalire la canonizzazione al vescovo Gualterio (1169-1191), poiché in un diploma normanno del 1196, l'imperatrice Costanza prende sotto la sua protezione fra' Luca, abate del monastero cistercense di Santa Maria della Sambucina e gli concede l'immunità di alcune terre dell'area calabrese di Isola Capo Rizzuto, "in tenimento Sanctae Rosalee".4 Un'altra ipotesi è che sia stata canonizzata "oralmente" dal papa Alessandro III, durante la sua sosta palermitana del 1165 o, infine, che si sia trattato di una "canonizzazione popolare progressiva", non suffragata dagli organi della Chiesa se non nell'età moderna. Non ci è noto il luogo, la data della nascita, la famiglia di origine, né le sue vicende personali che si lasciarono facilmente ricreare nelle agiografie, fiorite insieme alla devozione nei suoi confronti.
L'antica legenda rielaborata dal Gaetani la dice contemporanea, anzi ancella, della regina Margherita, sposata da Guglielmo I quando ancora era principe di Capua, cioè tra il 1144 e il 1149 e colloca la data della morte nel 1183. Rosalia potrebbe essere vissuta tra il 1130 e il 1170. Per alcuni studiosi appartenne quasi certamente al gruppo etnico principale della Palermo normanna (...) che era di lingua e rito greci. (...) Non è improbabile che sia stata monaca basiliana perché il gruppo etnico prevalente nella Palermo normanna del XII secolo era il greco, perché proviene dalla chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio e dal suo annesso monastero basiliano femminile la più antica pala d'altare che la raffigura con il caratteristico abito monacale basiliano ed infine perché consona alla spiritualità monastica greca, anzi tipica di essa, è la ricerca della (...) solitudine e della pace
contemplativa.5
Probabilmente, secondo questa ipotesi, negli ultimi tempi della sua vita, Rosalia si fece murare nella chiesetta bizantina, posta sopra un pozzo nella grotta di monte Pellegrino, per vivervi vita contemplativa e penitente; probabilmente, secondo le leggi canoniche del tempo, questo avvenne con pubblica e solenne cerimonia liturgica di consacrazione, officiata dal vescovo; probabilmente il ricordo della presenza delle reliquie andò perdendosi e furono gli avvenimenti legati alla peste del 1624 che riaccesero l'interesse verso la giovane eremita e verso il monte Pellegrino. Insomma, molte incertezze gravano sull'origine della devozione alla santa, mentre si possono ricostruire in maniera più documentata gli eventi che produssero la svolta del 1624.

La peste a Palermo

La peste a Palermo arrivò nel 1624, appena cinquant'anni dopo la pesante ondata precedente. La capitale dell'isola rappresentò l'estrema propaggine di un'ampia area geografica centro - europea che fu sconvolta contemporaneamente dalla guerra dei Trent'anni (1618-1648) e da una serie di malattie infettive che hanno fatto parlare gli storici di pandemia. Dopo la peste nera trecentesca, raccontata dal Decamerone di Boccaccio, e la pandemia del 1575-76 che aveva colpito l'Italia da Trento a Palermo, questa è la peste manzoniana, quella dei Promessi sposi. Nella peste trecentesca, la penisola italiana perse il 30% dei suoi 11 milioni di abitanti. Nella peste del 1576-77 Milano contò 18.000 morti, nel 1630-31 ne contò 60.000 (il 46% degli abitanti); contemporaneamente Venezia ne perse 46.000 (il 33%), Verona 30.000 (il 57%), Bologna 15.000 (il 24%), Firenze 10.000 (il 13%). Il centro - nord, popolato da 4 milioni di abitanti, perse complessivamente un abitante su quattro (il 25%). A Palermo, secondo alcune stime,7 tra il giugno 1624 e il febbraio 1626 sarebbero morte quasi 30.000 persone, su 120/130.000 abitanti. La peste era bubbonica, ma anche polmonare e setticemica, trasmessa la prima dalla pulce del topo nero, la seconda dalle particelle di espettorato dei malati che venivano inalate dai sani. Già nel giugno-luglio 1623, però, a Palermo erano morte alcune migliaia di persone per "febbri epidemiche" ed il Senato aveva emanato una serie di bandi con i quali si faceva divieto di gettare rifiuti dentro la città e le sue condutture, di coprire le cloache a cielo aperto, di non bruciare spazzatura dentro la città, di non infettare le acque pubbliche con scarichi di conceria, di non conservare pesci freschi e salati dentro le case, di non macellare dentro i fossi d'acqua, di non scoperchiare gli acquedotti nemmeno per lavare il bucato, di non gettare le carcasse degli animali morti dentro i condotti all'aperto, di non pescare anguille dentro il "condotto mastro" dell'acquedotto cittadino.8 Sospettiamo che la peste fosse già in città, quando, il 26 aprile 1624, proveniente da Tunisi, il veliero comandato dal moro Maometto Cavalà, approda a Trapani con un carico di lana, lino, cuoi, una serie di ricchi doni inviati dal Bey al viceré, principe Filiberto di Savoia, e un gruppo di cristiani riscattati ai barbareschi dalla Deputazione per la redenzione dei cattivi. Si aveva già notizia della peste a Tunisi, ma la nave aveva una regolare patente di sanità e fu fatta sbarcare. Durante la sosta nel porto di Trapani, d'altronde, non si era verificato alcun decesso e perciò fu fatta partire alla volta di Palermo, dove giunse il 7 maggio successivo.
Il pretore della città, don Vincenzo del Bosco, duca di Misilmeri e principe della Cattolica, si oppose in un primo momento allo sbarco del carico, ma si lasciò persuadere dal viceré, mal consigliato dal suo segretario Antonio di Navarro. Erano in tanti a non credere alla peste e lo stesso protomedico della squadra navale siciliana, Giuseppe Fontana, in una relazione al viceré del 12 luglio scriveva:
"Nella città di Palermo corrono generalmente tumori nell'inguinaglie (all'inguine), sotto le ascelle e dietro l'orecchi con febri putride, le quali non sono contaggiose, e molti per detto male s'ammalano, pochi muorono, anzi la maggior parte convalescono. S'è così, dico a Vostra Altezza Serenissima che non è peste (...). Credo e tengo per certo che il male di Palermo sia male epidemico ordinario con poca malignità, generato dalla mala dieta e dall'incostanza dell'aria subbito mutata da calda in fredda per le molte pioggie che vi sono state la primavera e nel principio dell'estate presente".9
I suoi marinai e i suoi galeotti, infatti, avendo assicurato un vitto sufficiente, non contraevano questa infermità. In città i primi casi di peste si verificarono alla Fieravecchia e nel vicolo Cefalà, ove un cristiano riscattato, giunto col legno moresco, portò della roba infetta che contagiò quattro persone. Per tutto il mese di maggio e parte di giugno i decessi si susseguirono: i morti avevano bubboni all'inguine e alle ascelle, altri croste nere e papole (vesciche), o petecchie nere per tutto il corpo. Il clima caldo e umido era favorevole alla schiusura delle uova della pulce, l'agente patogeno annidato nel topo nero, e con ciò alla diffusione del contagio di cui, tuttavia, ancora "non se ne faceva stima", poiché colpiva a preferenza le "case basse di poveri". Quando cominciarono a morire i primi nobili e cavalieri si barricarono le case e si misero a guardia i soldati; i senatori "fecero diligenza per avere il turco, padrone del vascello e trovandolo fuggito fecero abbruggiare le robbe, che in esso trovorno, facendolo affondare in mare, et ponere li turchi che erano rimasti dentro una grotta a fare la quarantena".10 Frattanto a palazzo reale, dove erano andati i doni del viceré, erano morte la moglie del segretario ed altre 15 persone. Il pretore e il senato si persuasero finalmente della gravità della situazione e invitarono i medici a studiare il male. Poiché le cose volgevano al peggio, il 22 giugno venne convocato il Magistrato della sanità e il 24 successivo il viceré dichiarò Palermo infetta e ristampò le Ordinazioni scritte dal medico Giovan Filippo Ingrassia durante la peste del 1575, suggerendo alcune norme igieniche per evitare il contagio.11 Si fecero ripulire le strade, si impedì ai poveri di mendicare, si vietò la vendita senza particolare licenza di carni e pesci, vestiti e quant'altro, si impose di denunciare gli ammalati, si bruciarono arbusti e sarmenti, si ammazzarono tutti i cani, i gatti, le galline e ogni altro animale fosse stato ritrovato per strada. Si crearono, infine, lazzaretti separati per gli infermi e per i sospetti, si divise la città in insule, affidate a gruppi di medici, chirurghi, ostetriche, balie e religiosi; si fece provvista di carrozze e seggette per il trasporto dei malati e dei cadaveri. La gente terrorizzata cominciò a fuggire dalla città.
Un primo lazzaretto venne organizzato nella chiesa dello Spasimo, ma già alla fine di giugno era traboccante di malati che presto riempirono anche gli altri apprestati presso San Francesco di Paola, fuori porta Maqueda e nel giardino del duca di Bivona, sopra la chiesa di Nostra Signora della Consolazione. Nell'agosto si organizzò un quarto lazzaretto presso il borgo di santa Lucia, fuori porta San Giorgio, in un luogo ritenuto popolarmente insalubre, suddiviso in tre sezioni (per gli infermi, i sospetti, i convalescenti) e servito da una spezieria, un locale per le nutrici dei bambini infetti, una lavanderia e un carcere con annessa sala di tortura e luogo per l'impiccagione. Anche l'Ospedale grande organizzò due lazzaretti, rispettivamente per gli uomini e per le donne. Non fu semplice reperire il personale necessario all'assistenza dei ricoverati, solo i religiosi vi prestarono volontariamente la propria opera, oppure quelli che andavano al lazzaretto per assistere i propri congiunti e poi si prodigavano a soccorrere anche altri ricoverati. Ci furono rari casi di chi andò al lazzaretto semplicemente per avere un lavoro; più comunemente, gli infermieri e sotto infermieri, i dispensieri, le lavandaie, i cuochi, gli scrivani ecc. erano detenuti del carcere della Vicaria, oppure precettati per ordine del pretore o di altre autorità civili, sotto minaccia di pene corporali e detentive in caso di rifiuto.12 E da "sani e gagliardi" finirono per contrarre il contagio.
Nonostante il senato avesse vietato "le scuole, le congregazioni e ogni altra radunanza per non fare moltiplicare il male con la prattica (la frequentazione)", fu consentita la partecipazione alla messa e alle processioni penitenziali, organizzate per espiare i peccati che la peste puniva e per invocare il perdono celeste. Il primo di agosto, una di queste processioni venne organizzata dalle autorità civili e religiose per implorare la salvezza del viceré che, morto il 3 agosto, verrà esposto in chiesa, assieme al suo segretario Navarro e qui assieme a lui seppellito, nonostante l'espresso divieto delle autorità sull'inumazione degli appestati dentro le chiese. A Filiberto di Savoia succedette il cardinale Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo, nominato il 6 agosto viceré di Sicilia e Presidente del Regno.
Il governo spirituale e quello temporale si assommarono nelle mani di un'unica persona che dovette far fronte ad una drammatica emergenza, di fronte alla quale la medicina era del tutto impotente. La peste era considerata un flagello divino, sopravvivere una grazia, per ottenerla occorreva dare prova di contrizione e di pentimento dei propri peccati. Già il 15 luglio 1624 si erano portate in processione le reliquie di Santa Cristina, Santa Ninfa e San Rocco, a cui si attribuiva la scomparsa della peste del 1575. Fu dello stesso giorno la notizia del ritrovamento di reliquie nella grotta di monte Pellegrino, la cui ricerca era stata avviata da tempo. Tra i partecipanti alla processione c'era il sacerdote don Pietro Garofalo, vivandiere della Cattedrale che col piviale, cantava le litanie dei santi:
"et havendo invocate le gloriose sancte Christina, Ninpha, Oliva et Agatha, mosso da una interna inspiratione senza essere avvisato da nessuno et senza sapere che il Monte Pellegrino in quel giorno e in altri giorni passati si cercasse il corpo di santa Rosolea, disse a don Francesco Muscarella, suo compagno et cantore: "Vogliamo invocare santa Rosolea nostra panormitana?". Al che il detto di Muscarella li disse che ci pareva molto bene et che lui ancora havea questa opinione di invocarla. Et cossì ambidui, di comune consenso et accordio, l'invocorno cantando more solito: "Santa Rosolea, ora pro nobis". Et per quanto esso testimonio si ricorda, non è stato solito invocare la detta sancta in altre processioni, con tutto che esso testimonio habbia fatto l'officio di cantore, a suo parere, più di vinti volti, tanto che è di firmo parere che la detta ispiratione fosse di Dio a gloria di detta Santa".13
Dunque, prima del 1624 non si era soliti invocarla e se mai c'era stato un culto, esso doveva essere decaduto da tempo, o piuttosto doveva essere limitato al monte Pellegrino. La stessa ispirazione ebbero gli altri sacerdoti che cantarono le litanie nella stessa processione14 e già nella ispirazione di invocare una santa dimenticata si volle intravedere il miracolo.

Gli scavi e il sacro ritrovamento

Tutti gli elementi di questa storia hanno un impianto messianico. Poiché le forze degli uomini sono impari nel fronteggiare questa calamità, poiché di fronte alla morte nera non c'è speranza, poiché essa dissolve ogni legame ed impedisce il distacco rituale dai propri morti, solo l'intervento soprannaturale, al di fuori di ogni logica, di ogni nesso tra causa ed effetto, di ogni rapporto di tempo e di luogo può porre fine al calvario. C'è una predisposizione, una attesa del miracolo nelle testimonianze dei protagonisti che finisce per farlo avvenire. Il miracolo è già nella sua esaltata attesa. Il ritrovamento delle ossa ha toni favolistici, ogni elemento è straordinario, meraviglioso.
Si scavava da mesi nella grotta sulla montagna e a più riprese si avvicendavano gruppi di scavatori, sotto gli occhi dei frati del convento del monte Pellegrino.15 Il marinaio Vito Amodeo, già dalla Pasqua scavava insieme a
"un genovesi (...) per dui giorni, un suo cugino per sei giorni incirca; et venniro ancora tre giovani (...) a caso a sparso; et ultimamente avendo lassato per molti giorni di cavare per causa che ci mancava la spisa, da mercoledi ha cavato di nuovo (insieme a due uomini); et ci hanno assistuto uno sergente spagnolo et uno napolitano (...) et uno giovani chiamato Giuseppi".16
A scavare il nostro marinaio era stato spinto dal sogno fatto da una vecchia conoscente, Geronima la Gattuta a cui era apparsa "una donna con un manto azòlo (azzurro) et uno figliolino nelli braza et uno filo di coralli in collo, la quale donna ci diceva che scavasse in quel loco".17 E fu lui a trovare dentro "una petra grande" un teschio che subito il custode del convento attribuì ad un "corpo santo" e ne avvisò le autorità che si precipitarono sulla montagna, mettendo a custodia del luogo dello scavo alcune guardie armate. Ma non solo il sogno aveva guidato la sua mano, anche il napoletano che lo aveva accompagnato, "buttò certi polisi18 nell'aria (...) li quali cascorno in terra et (...) esso napolitano disse che in detta grutta si haverìa trovato qualche corpo di Santo o veramente qualche thesoro, et mentre stava scavando molti volti andava recitando alcuni palori li quali diceva che erano li setti salmi penitenziali".19 Trovò anche grandi ossa, forse "di leocorno o di elepanti", ed una mantibola con i denti ancora incastonati. Molti dei parenti e dei vicini di questa Geronima trovarono altre ossa di un corpo giacente bocconi.
I corpi ritrovati già si attribuivano a Rosalia, alla sua serva e al suo medico,20 oppure a Rosalia, ad un novizio e ad un secolare;21 alcuni cominciavano a sentire nella grotta un "certo odore", tipico segno di santità, in ogni caso i reperti venivano gelosamente custoditi dai frati, senza che si potesse impedire che gli scavatori ne asportassero numerosi frammenti. Nell'eccitazione del presunto ritrovamento sacro, nessuno ascoltava chi consigliava che "bisognava stare con cautela che non si facesse qualche idolatria"22 e che i cercatori di tesori e di reliquie erano dal Santo Uffizio assimilati ai negromanti e sottoposti ad inquisizione.23
Le ossa ritrovate, ma, di più, le stesse pietre e la terra della grotta passavano di mano in mano, gelosamente custodite e somministrate agli infermi da parenti, vicini e dai frati dei lazzaretti. La medicina risolutrice della malattia diventa, secondo un principio della "magia simpatica" o "da contatto", l'acqua dove sono state messe a bagno le reliquie della santa ritrovata o le pietre o la terra della grotta che le ha gelosamente custodite. Si moltiplicarono le guarigioni attribuite alla grazia ricevuta da Rosalia. I miracolati raccontavano il modo in cui avevano contratto il contagio, le medicine somministrate dal "medico dei sospetti", la paura dei familiari quando le abitazioni venivano barricate e piantonate dal soldati, l'inutilità della cura, la decisione del "medico degli infetti" di trasferirli al lazzaretto, l'agonia, l'assunzione della reliquia, la preghiera e la risoluzione della malattia. Le testimonianze dei miracoli di guarigione sono di estremo interesse anche per la storia sociale della medicina: descrivono con dovizia di particolari i sintomi e le terapie somministrate, l'atteggiamento di medici e pazienti di fronte alla salute e alla malattia, l'organizzazione delle istituzioni sanitarie e l'atteggiamento delle istituzioni politiche. Si tratta di veri giacimenti documentari, non ancora convenientemente sfruttati.

Medici e miracoli

Ioan Domenico Costa, un giovane "cammisaro" 28enne, raccontò di un "dolore grande di stogmaco il quale per tre volte ci pigliò tanto forte che non ci lassava pigliare fiato (...) et ci lassava una grandissima malinconia et si sentìa certi punturati (fitte) alla parte del core e poi alla parte della milza".24 Un certo temporaneo giovamento aveva avuto assumendo vino alla menta e conserva di cedro che gli vennero prescritti dai medici, ma il dolore ritornò ostinatamente finché un amico gli diede "certa acqua (...) con un pizetto di petra di dentro, la quale acqua era di santa Rosolea et che dicesse un Pater Noster et Ave Maria a detta santa che ci haverìa fatto la gratia. Et in pigliare detta acqua (...) si intese subito passare il dolore".25 I sintomi dichiarati più comunemente erano brividi, fiacchezza, sbadigli, malinconia, violenti conati di vomito "senza lanzari" (vomitare), poi dolore di cuore e di testa, arsura, febbre alta, perdita di conoscenza, talvolta il delirio o sonno soporoso; le donne denunciavano oppilazione (amenorrea); infine comparivano i "bozzi" all'inguine, alle ascelle, al collo, allo stomaco o macchie al petto e alla testa, la risipola,26 i carbonchi.
Sono i sintomi canonici della peste, i cui germi viaggiano per via linfatica verso i linfonodi regionali che si infiammano e producono suppurazioni, emorragie e trombosi, attraverso un intenso edema, i tipici bubboni. Quando entrano nel circolo del sangue, i focolai raggiungono tutti gli organi, la milza, il fegato, le meningi. Le manifestazioni necrotiche ed emorragiche a livello cutaneo sono associate con la cianosi, perciò è detta peste "nera". Sta in incubazione dai due ai sette giorni e si manifesta attraverso brividi, febbre elevata, cefalea, tachicardia, malessere intenso, prostrazione, dolori addominali, vomito e diarrea. La medicina odierna descrive i sintomi negli stessi termini dei nostri infermi e somministra precocemente antibiotici, continuando a riconoscerne l'ancora elevata mortalità.27 I medici del Seicento applicavano impiastri e vescicanti, salassi e ventose, rettori e cauteri, somministravano sciroppi di granato, erba di vento, purganti, caulo maximo, unguento rosato, scalora, purganti e praticavano l'apertura chirurgica dei bubboni, con il bisturi o con i bottonetti di fuoco.
Alla santa taumaturga ci si rivolgeva nel frattempo anche per altre patologie: malattie agli occhi, cataratte, polipi, coliche renali, tumori, ernie, un trauma cranico per un colpo ricevuto da una pietra, deliri di varia natura, per resuscitare gli annegati e per una possessione demoniaca. L'acqua miracolosa fu una panacea per tutti i mali, ma per la peste in primo luogo: essa mobilitò la solidarietà del gruppo sociale, aggiunse una possibile risorsa a cui aggrappare la speranza di guarigione, trattenne ad un passo dalla dissoluzione la coesione degli stessi rapporti sociali. L'uomo fece ancora qualcosa, prima di abbandonare il campo all'apocalisse, contese alla morte la vittima designata con le armi del desiderio e dell'utopia.
Agata Morso era la figlia 14enne di un salariato della corte viceregia. Una sera del gennaio 1625 sentì un gran dolore alla testa e all'inguine sinistro, l'indomani le spuntò un bozzetto, con febbre e stordimento, le diventarono le unghie nere. Il padre "andò a rivelarla, in ordine alla sicurezza", il medico fisico che la visitò la trovò infetta e venne perciò chiamato il "medico dei sospetti" che la barricò in casa. La famiglia non volle rassegnarsi a questa diagnosi, anche perché la giovane sembrò migliorare e chiamò altri due medici che però la dichiararono "con poca o nessuna speranza di salute", tanto che l'indomani il padre
"la fece confessare, comunicare et oliare dalli sacerdoti infetti, et credendo esso testimonio che sua figlia si mettìa nell'agonia della morte et che havèa perso li sensi, non parlava, non mangiava et appena conoxìa, stando già con la candela al capezzale con l'incenso et con l'acqua benedetta tanto che ci raccomandavano l'anima et a ben morire, si mise in ordine a farla sotterrare per levarsela subito di casa et per questo si fece fare la polisa (l'autorizzazione scritta) del deputato per sotterrarla, tenendola già per morta, senza darci più cosa da mangiare".28

Maria, la madre di Agata, si occupò dei riti della buona morte e chiamò il marito al capezzale della figlia; la sua testimonianza ci dice il conflitto tra il dolore per la prossima perdita, il desiderio di assistere la figlia e la paura di contrarre il contagio.
"Et mentre essa (Maria) stava in questa agonia, si redusse ad abbandonare la figlia et lasciarla sola, tanto più che alcuni suoi parenti ci haveano mandato a dire che non entrasse più in quella camera che si sarrìa infectata. Con tutto ciò, havendoci il medico ordinato che ci dasse un poco di elattuario di jacinto et recordandosi che (...) Agata havìa domandato quando era malata un poco di muscatello, per non lasciarla morire senza darci questo ultimo remedio, si risolse a lavarsi tutta di aceto et entrare nella camera (come in effetto entrò) (...) et havendoci messo in bocca un puoco di jacinto ci cascò dalla bocca, tanto che essa (...) disperata della vita di sua figlia, uscìo in sala tutta battendosi e rascandosi (graffiandosi)".29
Quando una vicina le fece avere l'acqua di santa Rosalia, "sentendosi interiormente una speranza", si avvicinò alla figlia e le chiese: "Agatuzza, vuoi un poco di acqua di santa Rosolea?" e la giovane fece cenno di sì, aprì gli occhi e bevve, poco dopo disse di avere appetito, riposò tutta la notte, le passò la febbre, "et lo bozo che havèa si aprìo senza ferro e ci purgò gran quantità di materia".30 Ai medici non restò l'indomani che attestare l'avvenuto miracolo.
Si accentuarono le "terapie spirituali" accanto ai letti dei moribondi e furono tanto più importanti, quanto più erano vietati i riti funebri. I religiosi furono in prima linea nella somministrazione dei sacramenti e delle reliquie. Tra i 217 testimoni dei miracoli del 1624-26, ci furono 28 religiosi e 22 medici. I primi condividevano la stessa fede nel soprannaturale con i secondi, i quali non sentivano il miracolo come uno scacco alla loro professione. Constatare il miracolo era un atto religioso ed anzi, più il caso era disperato, più si poteva essere certi del miracolo, più spettava ai medici attestarlo. Il pluralismo terapeutico dei secoli dell'età moderna faceva sì che per i medici le guarigioni miracolose si collocassero nel raggio delle possibilità.
Gli elementi che facevano parlare di miracolo erano solitamente la gravità o la lunga durata dell'infermità, cioè la cronicizzazione della malattia (una malattia acuta può risolversi improvvisamente come è cominciata!), la risoluzione per vie non naturali (non deve essere stata la vis medicatrix della natura a fare il suo corso, né la guarigione deve essersi ottenuta attraverso la somministrazione di rimedi e medicine) e la fulmineità della guarigione (non ci sono tappe intermedie, né convalescenze, ma si ripristina l'antico stato di salute, come se mai si fosse stati malati).
Queste testimonianze non corrispondono, per la verità, ai criteri canonici che consideravano come anche le forze diaboliche e una fervida immaginazione potessero produrre guarigioni, ma non miracoli; come il volgo ignorante potesse scambiare delle guarigioni naturali di cui non conosceva le cause per miracolose; come la guarigione per essere miracolosa dovesse procedere attraverso mezzi non naturali (se invece c'era evacuazione, vomito, emorragia, fluore, sudore, urina e quant'altro, si trattava di guarigione naturae vi ); come la guarigione miracolosa dovesse avvenire subito et in instanti e dovesse essere perfecta, absoluta, intera.31 I nostri miracolati, di contro, ammettevano un effetto ritardato ("lo bozo si aprì cinque o sei giorni dopoi che era stata sanata per havere pigliato l'acqua di santa Rosolea"),32 un'incompleta remissione dei sintomi ("intese subito passare il dolore, sibene dopo ci ha pigliato lentamente")33 o un residuale stato di "debilità" o peggio delle evacuazioni ("si sciogliu il corpu et mentre andava purgando s'have sintuto mancare l'unfiazione (il gonfiore)"34 o delle ricadute,35 ma soprattutto l'assunzione di "remedi" e "restauranti", lasciando ai medici l'imbarazzo di descrivere il loro intervento terapeutico, aggiungendo poi contraddittoriamente che la guarigione "non puoti procedere da causa naturale né per opera ed effecto di medicina ma da causa sopranaturale et occulta".36 Per la medicina dell'epoca la vis medicatrix della natura era prima di tutto una vis expultrix e dunque ogni evacuazione ("dal bozo mi uscìo materia assai") serviva ad eliminare gli umori corrotti e a ristabilire l'equilibrio interno dell'organismo. L'intervento chirurgico era una sorta di evacuazione forzata: dai bubboni toglievano pezzi di tessuti che venivano valutati a peso ("mi fu tolto di carne quattro unzi").37 Da qui da un lato l'abbondanza di salassi e purganti, dall'altra la convinzione che il miracolo dovesse superare la natura, differenziandosi dai suoi processi ed agendo in sostituzione, non in aggiunta alle terapie tradizionali. Di cui invece i nostri miracolati avevano fatto innegabilmente e largamente uso, sia a casa, sia nel lazzaretto.
Nel caso di una bimba di tre anni trovata annegata in una vasca, il medico aveva ordinato "diversi remedii con diversi medicamenti li quali (...) non potìano, da per loro soli, operare tanto (...) senza aggiuto divino, maximamente che intese esso (medico) che detta figliola fu toccata con un pezzo di petra di santa Rosolea, di quella trovata a Monte Pellegrino".38 E nel caso della 14enne Agata Morso, il medico ammise che "la governò" ma poi "la abandonò" per la gravità della sua condizione, così che la guarigione "non parendo procedere di medicamenti ordinarii, giudicao et giudica essere cosa miracolosa".39 I medici più avvertiti erano consapevoli di questa contraddizione tra miracolo, rimedio terapeutico ed evacuazione ed il dottor Francesco Guerrieri così dichiarò:
"E considerando il modo con che acquistò la salute, si vede senz'haversi evacuato parte nexuna di corrupti e velenosi humori, che causavano sì gravi simpthomii, cessare il male contr'ogn'ordine della natura, la quale sole levar l'effetti levata prima la causa, e nelle subìte mutationi che si fanno ad salutem per crisim procede con travaglio manifesta evacuatione, e doppo s'allevia il male, e nel presente caso, s'allevia, anzi cessa il male senza nixuna evacuatione, e si evacuatione poca si vide, non d'humori, e doppo fu acquistata la salute. L'acquisto della salute in sì breve spatio impossibile il giudico alle forze della natura. Perciò son di certo giuditio la salute acquistata esser stata per via supranaturale e miracolosa opera di Dio nostro signore, facta per honorare li sacri ossi della gloriosa serva sua, santa Rosolea".40


La tenerezza del cuore

Il miracolo si sente arrivare, si preannuncia nella particolare devozione con la quale si accoglie la reliquia, nell'improvvisa certezza del cambiamento di stato. Esprime bene questa particolare emozione il 23enne sensale Gioan Andrea Montalto, che ha ricevuto da un suo debitore durante un alterco una pugnalata al petto che gli ha reciso "una vena ulterea (arteria) di tal sorte che correva grandissima quantità di sangue et quasi scannato esso testimonio perse li sensi et non sentìo più". Una sua comare, d'accordo con il chirurgo, prende una pietra e la mette sulla ferita "et in quello stesso istante (...) ci stagnò il sangue e non ci corse più, et esso testimonio si sentìo con un core allegro come havesse stato dentro un giardino".41 L'attesa del miracolo produce "tenerezza di core" e pietà, conforta come una madre, consola nel momento più estremo del totale abbandono della speranza di vita. La 29enne Francisca d'Arco, a cui i medici avevano dato poche ore di vita, confessa: "Chiamando col cuore la santa (...) mi comparse e mi disse (...) dormite sopra le mie ginocchie (...), non avere paura che sei sana e libera".42
Non per caso il miracolo incuba nel sonno ed è preannunciato dal sogno, che è una "tipica epifania del sacro e perciò assume il valore di una fondazione di eventi".43 nel nostro caso, l'evento è la ri-nascita. Una visione annunciò l'avvenuta guarigione a Geronima la Gattuta che, malata di "febre maligna" aveva già ricevuto l'olio santo quando "una notte vi(de) una monaca vestuta di blanco che attirava i lampi et essa confidente ci dimandò acqua et li parsi che accostao detta monaca con la mano verso la bocca e si sentìo la bocca piena d'acqua. E ci dissi la ditta monaca: "Non dubitari che sì sana: fa voto di andare a Monte Pellegrino"".44 La stessa donna ebbe in sonno altre due visioni che le indicarono il luogo del ritrovamento delle ossa di Rosalia. Dopo avere assunto l'acqua miracolosa, a don Antonio Agliata venne "un poco di sonno e reposò quanto un quarto d'hora et dopo, havendosi svegliato, parse ad esso testimonio come nel core suo intendesse dire: "Levati che sei sano!". Et tocandosi la fronte si intese fresco e senza febre".45
"Dormendo insino a due ore", o riposando "la notte quietissimamente", nello stato di incoscienza del sonno, sta in incubazione il miracolo. Il sonno stesso è un segno, il "luogo" dove il miracolo agisce sul corpo malato, la soglia che la forza soprannaturale oltrepassa per agire sulla natura. Esso porta con sé la visione, su cui i teologi del Seicento discettavano dottamente, distinguendo tra fantasma, delirio, oracolo, sogno figurativo e visione vera e propria.
C'era insomma un forte contesto emozionale, nelle circostanze estreme della peste, che aveva bisogno di trovare una via di espressione culturalmente accettabile e ritualizzata. Si intavolava con i santi una trattativa privata, i miracolati facevano promesse di un giorno di digiuno, "tabelle" votive, di publicare (attestare pubblicamente) il miracolo avvenuto, "limosine" di varia entità, "certa seta" per l'altare ecc. I simboli del passato sembravano però inefficaci: alcuni malati mettevano sui bubboni l'immagine di San Rocco che era stato l'artefice della fine della peste del 1575 senza registrare alcun miglioramento. Il venerabile servo di Dio e terziario francescano Benedetto "lo nigro", morto da alcuni decenni in fama di potente taumaturgo, pur essendo in corso i processi di canonizzazione, non era stato ancora beatificato e però la sua presenza si aggirava su monte Pellegrino, dove aveva trascorso molti anni di romitaggio, tanto che, nonostante fosse morto nel 1589, alcuni testimoni lo indicavano come partecipante alle ricerche delle reliquie. L'acqua della montagna sacra, la terra delle sue viscere (la cavità della grotta), la tomba della santa riportavano i palermitani alle credenze più antiche attorno a monte Pellegrino, "caratterizzato per tradizione come un'area sacra con memorie terapeutico - oracolari (dove) solo la tomba di un santo, la memoria di una sua permanenza poteva legittimare e accrescere la potentia del luogo".46 E d'altronde, come ha spiegato magistralmente Peter Brown, nella tradizione cristiana il ritrovamento di corpi santi, di reliquie
"rappresentava ben di più di un atto di pia archeologia e la sua traslazione ben più di un atto di una nuova e inconsueta forma di collezionismo cristiano da intenditori: entrambi questi fatti manifestavano, in tempi e luoghi particolari, l'immensità della misericordia divina. Essi annunziavano momenti di perdono e introducevano nel presente un senso di salvezza e di remissione. Essi erano in grado di condensare stati d'animo di fiducia pubblica".47

Il riconoscimento dell'autenticità

Per queste ragioni le autorità cittadine si impossessarono rapidamente delle reliquie e del culto, per evitare che la devozione popolare prendesse strade autonome e di contenuto superstizioso e per sottrarli alla gestione dei francescani del convento sulla montagna e dei lazzaretti48 ed anzi, per togliere di mezzo qualunque monopolio, il cardinale Giannettino Doria decretò che qualunque pietra o frammento osseo raccolto nella grotta venisse riconosciuta come reliquia autentica, a condizione di denunciarli all'autorità ecclesiastica.49 Alcune casse di ossa vennero trasportate dal monte alla città e il cardinale chiamò medici e anatomisti per attestare l'appartenenza delle ossa alla romita di monte Pellegrino.
"Ma nulla poté il dotto Collegio risolvere tanto erano quelle ossa nella pietra fitte e da quella ingombrate. In oltre, quando pure fossero state umane, erano esse di eccessiva grandezza, e più che (...) di una donna parevano il miscuglio di parecchie; del resto poco propizio era il tempo dell'esame, perocché facendosi esso in ora tarda e a lume di doppieri, non ben poteva discernersi l'osso dal sasso, né se quelle erano parti di uno o più corpi; laonde i galantuomini non sapendo infine quale determinazione pigliare, dubbiosi dal palazzo si dipartirono".50
"Questa irresolutione di medici rallentò il corso della nostra salute", scrisse il gesuita Cascini,51 stigmatizzando l'atteggiamento prudente dei medici che sembrò contrastare col momento dell'emergenza e additando ai posteri i responsabili della vendetta della santa. "Dilatata approbatione, pestis recrudescit". Per calmare l'ira della celeste pellegrina fu necessaria la processione del 5 gennaio 1625, dove
"oltre alle religiose famiglie v'accorsero molte compagnie di huomini secolari che (...) con habiti da penitenti in varie guise commovevano se stessi et i spettatori; vi fu chi non ebbe a schifo d'andare per lo loto (il fango) strascinando le ginocchia, anzi per maggior disprezzo chinando e bruttando con quello il volto e ponendovi spesso la bocca".
Seguirono centinaia di chierici, i canonici, l'arcivescovo, gli uomini della corte e il Santissimo Crocifisso, in una "bara maestosa et horrerevole per se stessa, percioché era un monte di lumi". Tutta la gente cominciò a chiamarlo e a chiedere misericordia

"con tanto fracasso che quantunque pio, mettea però sì grande horrore che non so spiegarlo, e fin mentre scrivo lo sento nell'animo (...) Erano (...) varij e penosi gli stratij, le conditioni delle persone che colle corone di spine in capo, con le funi al collo, cinti di ferri e di catene, coperte di cenere, coi piedi scalzi, in quel freddo et in quel fango e con le spalle ignude e le discipline nelle mani, battendosi et insanguinandosi (...) davano aperta mostra di quel pentimento col quale alla memoria dell'acerbissima passione di Gesù Crocifisso di tutto cuore facevano ricorso (...). Vedemmo di quelli che non contenti di andare con le spinose corone in capo o con le funi al collo o alle braccia e catene ai piedi s'erano tutti inviluppati nelle spine (...); et altri legati alle croci (...); vedemmo anche molti, quantunque affannati dalla lunga e fangosa via a piedi ignudi in arrivando al tempio gittarsi bocconi prostrati in terra e dalla porta fin all'altare andar sì lungo spatio leccando il suolo; altri che non finivano di spargere lacrime e sangue, et altri che in strane guise gareggiando humilmente se stessi affliggevano: e per finirla tutto ciò era tanto universale che insino a gl'innocenti fanciulli (...) correano a schiere macerando le tenerette membra".52
Percepiamo dalla descrizione l'accentuazione parossistica di questa processione penitenziale, che fomentata dallo stesso clero, dovette rivelarsi un potente strumento di pressione nei confronti dei medici, a cui spettava l'ultima parola nel riconoscimento delle reliquie.
"Convocati nuovamente i medici nel febbrajo, conchiusero che quantunque fosse impossibile indicare se quelle ossa erano d'uomo o di donna, a cagione della incrostatura che sì saldamente le ricopriva da non poternela in verun modo distaccare, nondimeno la loro delicatezza e bianchezza era indizio che di donna fossero (...). Con questa dichiarazione approvate le reliquie della Santa venne decretato di trasportarle, dal palazzo in cui erano raccolte, alla cattedrale e ciò fu fatto con grande seguito di popolo (...). Le feste continuarono sino a tutto il 9 giugno, il quale finì con solenne processione. Né tutto questo peggiorava il male; ché anzi il 15 luglio non si ebbe verun caso di peste (...) e fatta la quarantena il 3 settembre 1625 la città fu dichiarata libera, e la liberazione fu ascritta a miracolo della santa patrona".53
In verità il contagio riprese vigore sin dal dicembre 1625, per l'andirivieni con i paesi dell'interno dell'isola, dove l'epidemia non mostrava segni di declino. I lazzaretti, d'altronde, furono chiusi solo il 15 luglio 1627.54
Un paio di settimane dopo l'invenzione delle reliquie, il 15 agosto 1624, il cardinale Doria elesse santa Rosalia prima protettrice della città, ratificando contemporaneamente il giuramento di difendere "fino alla effusione del proprio sangue" il privilegio della Immacolata concezione. Che i medici non identificassero opportunamente il corpo santo diventava inconciliabile con la volontà politica di restituire la fiducia pubblica alla martoriata città. Il 13 febbraio 1625, il 28enne Vincenzo Bonelli che aveva appena perso la giovanissima moglie e la figlioletta, fuggì sul monte Pellegrino con l'intenzione di gettarsi dal precipizio che sta sulla cima, quando incontrò una giovane pellegrina aureolata e vestita di nero che gli disse di essere Rosalia e, di fronte alla recriminazione dell'uomo che le rimproverò le tribolazioni personali e della città, la santa replicò che ciò avveniva
"ché sono molte le persone incredule e vanno cercando e facendo dispute, delle mie veri ossi, e dubii (...). Il mio vero corpo e le mie veri ossa sono quelli che detto signor Cardinale tiene in suo potere nella sua camera e che publicatosi il mio nome e fattasi la processione del mio corpo e cantatosi il Te Deum laudamus, la mia città haverà la gratia".55
Gli impose quindi di recarsi dal cardinale, minacciando la sua prossima fine: "Et per segno di verità che io so Rosolea, tu in arrivari a Palermo caschirai amalato con detto mali et morirai".56 Vincenzo, abbandonata l'intenzione suicida, non eseguì subito queste disposizioni, per non dover confessare di avere infranto le norme sanitarie che lo volevano barricato in casa, ma ad una successiva apparizione di Rosalia "con faccia spaventevole" che gli percosse il petto e lo rimproverò aspramente per la sua disobbedienza. Per il terrore provocato dalla apparizione, il giovane ebbe una sincope, ma si persuase a chiamare il sacerdote e a confessare quanto occorsogli.
Il 15 febbraio 1625, un folto collegio di periti si riunì nella sacrestia della cappella del palazzo dell'arcivescovo per analizzare nuovamente le casse di reperti portati giù da monte Pellegrino e fece una prima distinzione tra ossa di morti recenti e ossa fossilizzate, certamente più antiche. Le prime "eran brutte di colore e d'odore non grato, avviluppate non di pietra, ma di terra fezosa (fecciosa) e rompendole si trovavano (...) cariose e nere", le seconde "non havean segno di corructela né putrefactione",57 anzi erano incastonate nella pietra "con tanta dilicateza, lucideza et belleza tra massa di dura, ma lucida, et quasi d'amatisti, berilli et cristalli contesta pietra, hanno una lucida chiarezza (...) et un grato et piacevole odore (...) una sì densa e vaga ingastatura (incastonatura) che si rappresentano come cosa mirabile (...) difesi et regulati da virtù divina".58 Inoltre, "sibeni secondo le regole et arte della medicina non ci è segno cierto nell'ossi che mostri esser più presto di maschio che di femmina", "poiché inclinano al piccolo",59 per la delicatezza di alcune ossa, di grana molto delicata, "spugnosa e bionda" (poiché le donne hanno un temperamento freddo e umido, hanno anche più delicatezza e bianchezza nelle carni, "della quale bianchezza partecipano l'ossa"),60 i medici giudicarono che i reperti fossero appartenuti ad una donna. Infine, per la specialità della conservazione, ma soprattutto per l'"admiratione e tenerezza interna di cuore" provate durante l'indagine, essi furono di fermo giudizio che questi elementi procedessero "da cosa sopranaturale et occulta".61 Erano cioè ossa sante, anzi le ossa di santa Rosalia, poiché era lei che cercavano.
Era fatta, si poteva ora procedere alla consegna del "prezioso tesoro", racchiuso dentro un'urna al senato palermitano che ne avrebbe custodito le chiavi.

La santa e il trionfo della città

"Palermo si appropriava così della potentia di santa Rosalia e di monte Pellegrino"62 e governava attraverso i gesuiti, che si sostituirono subito ai francescani63 nella promozione della devozionalità, la riformulazione di un culto urbano che, nato nel clima della peste come ricompensa per la deprivazione dei tradizionali sistemi funerari nel tempo della epidemia, riassestò e ricompose la legittimità del governo della città e del suo vescovo-viceré. La storia dei santi si intrecciava con la storia municipale nella decisiva fase della costruzione di una città capitale del Regno.
Il regno di Filippo III ridisegnò la vocazione della città e della sua classe dirigente: il processo di "finanziarizzazione dell'economia" (con il ruolo decisivo del credito nel rapporto con la corona) e di "cortigianizzazione" dell'aristocrazia64 produsse una nuova classe dirigente, composta prevalentemente da burocrati dell'apparato e delle magistrature statali, da mercanti e fornitori della corona. A ciò corrispose una nuova definizione urbanistica della Palermo vicereale che equivalse ad una rifondazione della città. Essa assunse "nuove connotazioni con l'insediamento degli ordini religiosi e la riqualificazione della sede municipale, di quella arcivescovile e di quella vicereale".65 Le trasformazioni urbane, il taglio di via Maqueda, "uno dei progetti più ambiziosi di tutta l'urbanistica europea (...) che riformulava l'intera configurazione della città (...) ed enfatizzava lo spazio del potere cittadino, ordinò la città secondo gli ideali di una società gerarchica".66 Lo sfondamento di antichi quartieri medievali, la disgregazione del quartiere ebraico e la riarticolazione dello spazio urbano a partire dagli insediamenti degli ordini monastici, collocarono il centro della città nel palazzo pretorio e nella piazza circostante.
Da una città somma dei suoi quartieri si passava ad una unica grande città con la vocazione della capitale. Da una somma di sante protettrici "locali" che ancora riecheggiavano forme di religiosità pre-cristiane ad un unico, o quantomeno principale, patronato cittadino. Le Vitae Sanctorum Siculorum del gesuita Ottavio Gaetani a cui ho già fatto cenno, rappresentarono un progetto di agiografia "nazionale", concepita nel cima politico e nella convinzione di una possibile stabilità per la Sicilia politica all'ombra della cattolica Spagna, che ben presto nel corso del Seicento, per i rapporti sempre più difficili tra monarchia e ceti dirigenti locali, slittò verso una valenza "municipale". Inaugurata dalla scuola bollandista (dal nome del gesuita Bolland) una severa critica filologica alle fonti nella scrittura delle vite dei santi, le ragioni dell'edificazione dovettero convivere con i criteri più scientifici della ricerca archivistica ed archeologica. Il santorale cittadino mostrava i suoi limiti: delle quattro patrone Cristina era straniera, Agata contesa dalla città di Catania, Oliva "avvolta da una densa nube di incerte ed oscure notizie, le quali, non soltanto non permettono di darle una precisa personalità e di assegnarle una cronologia sicura, ma fanno anzi sospettare della sua stessa esistenza storica".67 La stessa incertezza circonda Ninfa, la cui "esistenza storica è piuttosto problematica (...), associata al non meno leggendario Mamiliano, vescovo di Palermo"; la sua Vita è stata considerata dai Bollandisti "apertissime fabulosa"68 ed anzi si è portati a ritenere che si sia trattato della "corruzione di un'indicazione topografica assurta agli onori della santità".69 Nella Vita dei santi Mario e Marta, infatti, si legge che quest'ultima "in Nympha necata est", cioè viene uccisa in un pozzo. "Locus ad Nymphas dictus, inter viam Corneliam et Portuensem (della città di Roma) situs est, qui corrupto nomine vulgo hodie dicitur Sancta Nympha", dove ci sono le vestigia di una antica chiesa. Per l'abbondanza delle acque il nome del luogo è detto "ad Nymphas".
Lo stesso problema poteva insidiare anche il culto di Rosalia, la santa dei morti, mediatrice dalla sua postazione sul monte nel rapporto del mondo dei vivi con l'al di là. Uno storico dell'arte ha notato come la simbologia delle prime immagini di Rosalia siano il teschio, il libro chiuso, la clessidra, "tutti simboli di morte";70 ma anche il bastone da pellegrina allude allo speciale pellegrinaggio di chi va e viene - e perciò accompagna chi va - dal regno dei morti. La Rosalia è, d'altronde, la festa delle rose che rientra nel culto dei morti degli antichi romani che la celebravano tra l'11 maggio e il 15 luglio; la domenica di Pentecoste è la Pasqua delle rose o Pasqua rosata e molto a lungo nella stessa simbologia cristiana la rosa bianca è collegata simbolicamente alla morte.
La Rosalia ormai cristianizzata del tempo della peste tradiva la memoria di tutto ciò, nella straordinaria e spontanea diffusione del suo culto, ormai incoraggiato dalle gerarchie ecclesiastiche. Esso rispose alla "fame di ritualità sacra", di cui parla Valerio Petrarca, derivante dai divieti del seppellimento in chiesa, dal divieto delle forme di cordoglio rituale, della nudità e della promiscuità dei cadaveri, sepolti con poco decoro sotto la calce viva. Vincenzo Bonello raccontò della morte della moglie e aggiunse:
"Mi lasciò una figliuola, che venendoli il male contagioso io non la rivelai né al deputato né al custode che ogni matina venìa a sentire per tutta la contrada se vi fossero ammalati; (...) medici miei amici m'ordinavano quello che io li dovea fare e io la medicava con i miei proprie mani secretamente, però alla fine se ne morì, e morta che fu si fece nera e l'uscirono le peticchie e non fu possibile celarla più, che nessun medico mi volse far fede per farla andare alla chiesa, (...) e fatta vedere dalli medici infetti dichiarorno che si fosse morta di male di contagio, onde se ne andò al luogo solito con il carrozzone, come gli altri.71
Il luogo solito era una fossa comune, nella campagna circostante, dove senza alcuna ritualità i corpi venivano sconciamente evacuati, denudati e bruciati nella calce viva. Di tutti gli orrori della epidemia, la visione più insopportabile era quella dei "corpi di li Christiani / Nudi trafitti in campagna ittati", la calce posta sopra e sotto i cadaveri "pri spulpari la carni, ardiri l'ossa".72 E tutto questo si era dovuto osservare, insopportabilmente, dei propri amici e dei propri congiunti. Insisterei sull'origine pestifera della rinascita popolare del culto: ciò non toglie che la gestione della devozione riempia il culto di nuovi significati simbolici, spesso utilizzando gli stessi "segni". Che fanno decisamente parte della costruzione della città di Palermo, come capitale del viceregno siciliano.
Il cardinale Giannettino Doria è un personaggio tanto cruciale quanto poco conosciuto del primo Seicento; eletto arcivescovo di Palermo nel 1608, "si legò ben presto al blocco di potere palermitano composto dalla nuova nobiltà filospagnola e dai mercanti appaltatori di imposte: blocco ben consono agli interessi commerciali di casa Doria e della colonia genovese a Palermo".73 Fu per ben quattro volte Presidente del Regno ed ebbe modo, nel corso del suo lungo arcivescovato (morì a Palermo nel 1642), di scontrarsi con il viceré, con il suo entourage, con gli altri vescovi e con la città di Messina. All'ascesa sul soglio pontificio del filofrancese Urbano VIII Barberini, di cui era stato un grande elettore, mise in opera un patronato profondamente innovativo, occupandosi sia della beatificazione di Benedetto il Moro, sia delle reliquie di Rosalia, sia ancora dell'identificazione del luogo delle spoglie di Oliva. Ma a scorrere l'elenco dei patronati celesti della città, ne potremmo attribuire alla sua iniziativa una percentuale elevata,74 legata fortemente al periodo della peste e alla rivincita degli ordini monastici che ottennero di inserire il proprio fondatore nel santorale cittadino.
La ricerca di una genealogia possibile per la nostra santa si intrecciò con l'ideologia sacrale della monarchia francese che coniugava "regalità e santità, nazionalismo e imperialismo, recuperando una simbologia floreale di stampo medievale e appropriandosi del rito della rosa d'oro con cui si accostava la figura del sovrano a quella di Cristo".75 Solo nella seconda metà del Seicento, secondo l'interpretazione suggerita da Sara Cabibbo, il modello di santità femminile di Rosalia scivolerà verso un modello gesuitico, spagnolo e vari ordini monastici se la disputeranno a lungo.76
Dopo la peste, intanto, occorreva senza esitazione costruire una "istoria" a cominciare dalla genealogia. Il 26 gennaio 1630 il papa Urbano VIII, con il breve Scriptam in coelesti, diretto al Senato e al popolo palermitano, annunziava l'inserimento di santa Rosalia nel Martiriologio Romano, dove di Rosalia si fissò l'origine palermitana, la stirpe regale "ex regio Caroli Magni sanguine" e la vita romita nella spelonca della montagna. Rosalia diventò figlia di Sinibaldo, uno dei cavalieri di re Ruggero e di Maria, seconda cugina del futuro re Guglielmo; si scoprì persino che ebbe una balia di nome Laurica e una cameriera di nome Antonia; che i genitori volevano maritarla con il giovane Balduino, cugino del padre, per sfuggire al quale la giovane si rifugiò nella grotta della Quisquina, ecc. ecc.77 Il culto sarà costruito nei decenni successivi: l'8 e il 9 giugno 1625 ci fu il pubblico ringraziamento che la santa stessa aveva preteso per la presunta liberazione dalla peste, ma dopo tale data occorse aspettare il 1649 perché il senato palermitano decidesse di fare del ringraziamento pubblico alla santa il momento più importante della vita festiva civile e religiosa.
Nel 1647 c'era stata una grave carestia e nel 1648 una sanguinosa guerra civile, peste, carestia e guerra furono i tre flagelli contro cui venne richiamata la protezione della santa. La pratica festiva barocca fu il terreno ideale per la riproposizione di valori municipali: il "festino" celebrò il trionfo della santa, ma nello stesso tempo la magnificenza del Senato, usò l'intera città come spazio scenico, mobilitò committenze dell'aristocrazia, del clero, delle confraternite, delle "nazioni", mise al lavoro le maestranze, comprese giostre cavalleresche, giochi d'animali, fuochi d'artificio, spettacoli d'ogni genere e rappresentò la configurazione simbolica della gerarchia e dell'ordine sociale.78 Il festino diventò il Trionfo, la glorificazione della città e dei suoi governanti. Opportunamente è stato osservato come la sua spettacolarità sia da fare risalire agli anni successivi al 1676-1680, dopo la repressione della insurrezione secessionistica della città di Messina che, fino a quella data, aveva duramente conteso a Palermo il suo ruolo di unica capitale dell'isola. Crollate le ambizioni della città dello stretto, "il Senato di Palermo conferì alla sua festa più importante i caratteri fastosi di un'auto celebrazione trionfalistica".79
Prestigio, diletto, devozione, i caratteri della festa barocca, assunsero le sembianze della Santuzza, celebrando però il Genio della città.


Note

1 Dei numerosi manoscritti del gesuita Ottavio Gaetani (1566-1620), conservati presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, vennero pubblicati postumi i due volumi della monumentale Vitae Sanctorum Siculorum, Palermo 1657 (la parte riguardante Rosalia è nel vol. II, pp. 146-172). Sull'opera del Gaetani cfr. S. Cabibbo, Il Paradiso del Magnifico Regno. Agiografi, santi e culti nella Sicilia spagnola, Roma, Viella, 1996.
2 A. Amore, Rosalia, in "Bibliotheca Sanctorum", Roma, Città Nuova Editrice, 1968, vol. XI, col. 427. Ma cfr. soprattutto De S. Rosalia Virgine, eximia contra pestem patrona, in Monte Peregrino prope Panormum in Sicilia, in "Acta sanctorum" die quarta mensis septembris, Anversa, 1748, t. II, pp. 278-414.
3 A. Amore, Rosalia, cit., col. 428.
4 Il documento è citato in P. Collura, Santa Rosalia nella storia e nell'arte, Palermo, Flaccovio, 1977, p. 125. Nel 1257 un testamento parla della chiesa di santa Rosalia, già esistente e presumibilmente identificabile con quella della contrada Olivella, ritenuta costruita sul luogo dove era sorta la casa della sua famiglia con giardino, cortile porticato e pozzo. Ancora nel 1292 dentro la cattedrale di Palermo esisteva un altare dedicato alla santa, con annesso beneficio, assicurato ad un alto funzionario della corte.
5 Ivi, pp. 54-55.
6 Cfr. tra gli altri P. Preto, Peste e società a Venezia, 1576, Vicenza, Neri Pozza, 1978.
7 C. Valenti, La peste a Palermo nell'anno 1624, in AA. VV., Malattie, terapie e istituzioni sanitarie in Sicilia, Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospitaliera, Palermo, 1985, p. 173.
8 Capitoli, Ordinazioni, Lettere ed Atti diversi della felice Città di Palermo dall'anno 1582 al 1745, Palermo, 1745, p. 540 e sgg.
9 Il medico Giuseppe Fontana, protomedico delle Galere di Sicilia e barone di Maliti a S. A. Serenissima, sotto il 12 luglio 1624, in Biblioteca Comunale di Palermo (d'ora in poi BCP), ms. ai segni QqH59, n. 8.
10 Breve relazione di quanto è passato in Palermo nel tempo della peste, dal principio di giugno 1624, che dimorò il male la prima volta in detta città, ora in S. Salomone Marino, La peste in Palermo negli anni 1624-1626. Relazione di anonimo, in "Archivio Storico Siciliano", a. XXX, n. s., 1905, p. 229.
11 Alcune ordinationi sopra il regimento che fece F. Ingrassia consultore e deputato in medicina al tempo della peste l'anno 1575, Palermo, 1624. Vi si consigliava la quarantena per i sospetti, lavaggi e ventilazioni per le "robbe" e gli animali domestici, calcina per i muri. "La purificazione dei corpi umani si farà radendo tutti i peli e lavandosi con acqua, liscìa in cui siano cotte rose, viole, rosmarino, lauro, cipresso, pampine e scorze di cirri o di aranci, limoni, basilicò, vino con aceto". Ivi, passim.
12 "Io mi truovo nel lazzaretto perché venne voluntariamente a servire, ma mi pagavano e stava nella dispenza"; testimonianza del genovese Bernardo Turcello, paggio. "Io era carcerato nella Vicaria e fui condennato a servire gli infetti e sono cuoco maggiore e venne sano senza niuna infermità"; testimonianza di Iacopo Raimundo del 18 ottobre 1624. "Io fui pigliato per forza dal Signor Peritore (Pretore) per servire l'infermi e particolare per lavare, e mi fu fatta l'incentione (l'ingiunzione), sotto pena della frusta (...) essendo sano e gagliardo"; testimonianza di Bartolomeo Papa, del 17 ottobre 1624. "Io sono stato pigliato per forza per segetteri (poiché sono sediaio) e servire gl'infetti"; testimonianza di Franco Consolino, del 26 ottobre 1624. Tutti in Originale delli testimonij di Santa Rosalia, ms. BCP, ai segni 2QqE89, trascritto a cura di R. C. Giordano, Palermo, Biblioteca Comunale, 1997, pp. 110, 116, 151 e 186.
13 Testimonianza di Pietro Galofaro, del 30 gennaio 1625, ivi, p. 221.
14 Cfr. testimonianza di don Francesco Moscarella, di don Vincentio d'Amato, don Gioseppi Pasqua, ivi, pp. 222-225.
15 Tra i quali era annoverato fra' Benedetto, "vecchio e di colore nigro", probabilmente parente di fra' Benedetto da San Fratello, vissuto sul monte prima della conventualizzazione nel 1562 presso il convento di Santa Maria di Gesù e morto in fama di santità a Palermo nel 1589, di cui si erano già celebrati i primi processi per la canonizzazione. Sulla vicenda di Benedetto da San Fratello, cfr. G. Fiume- M. Modica, San Benedetto il Moro. Santità, agiografia e primi processi di canonizzazione, Palermo, Biblioteca comunale, 1999.
16 Testimonianza di Vito Amodeo del 16 luglio 1624, in Originale delli testimonij, cit., p. 2.
17 Idem, p. 3. La collana di corallo rosso, indossata dai neonati oppure dalle balie, era usata scaramanticamente a protezione contro le malattie esantematiche, perché nel vocabolario magico il corallo serve a tenere lontano il malocchio, forse a causa della sua origine mitica dal sangue della testa mozzata della Medusa. Spesso si associava all'ambra a cui veniva attribuito il potere di attirare le cose positive.
18 Le "polizze" sono brani di pergamena o di carta vergine, tratta dalla membrana amniotica, su cui venivano scritte delle invocazioni, preghiere ed orazioni e usate per talismano, se portate addosso, o interrogate sul futuro o sulla collocazione di tesori se gettate in aria. Avevano insomma una funzione mantica.
19 Ivi, p. 4.
20 Testimonianza di fra' Giovanni Maria da Randazzo del 18 luglio 1624, ivi, p. 16.
21 Testimonianza di fra' Giuseppe da Ragusa, ivi, p. 19.
22 Testimonianza di Mastro Filippo Larbuzza, tessitore del 18 luglio 1624, ivi, p. 12.
23 J. M. Sallmann, Chercheurs de trésors et jeteuse de sorts. La que^te du surnaturel à Naples en XVIe siècle, Paris, Aubier, 1986.
24 Testimonianza di Ioan Domenico Costa del 23 luglio 1624, in Originale delli testimonij, cit., p. 29.
25 Ibidem.
26 Oppure erisipela, è una eruzione cutanea a chiazze rosse migranti, provocata da streptococchi specifici.
27 S. Pauluzzi, Peste, in "Enciclopedia Medica Italiana", Firenze, Edizioni Scientifiche , 1984 (4), vol. XI, coll. 1857-1866.
28 Testimonianza di don Francesco Morso del 30 gennaio 1625, in Originale delli testimonij, cit., p. 229.
29 Testimonianza di Maria Morso del 31 gennaio 1625, ivi, p. 232.
30 Ibidem.
31 Cfr. l'opera di sistemazione della materia del Protomedico Generale dello Stato Pontificio, Paolo Zacchia, Quaestiones medico - legales (1623), Venezia, 1751 ed in particolare libro IV, titolo I, De Miraculis.
32 Testimonianza di Agata Morso del 30 gennaio 1625, in Originale delli testimonij, cit., p. 227.
3333 Testimonianza di Ioan Domenico Costa, ivi, p. 29. Beatrice di Martino guarisce dall'idropisia, "forchè nelle gambe, le quali non sonno totalmente sanati ma sonno meglio di prima, però nel resto ha riacquistata la salute", ivi, p. 58. Catarina la Sammorcata confessa: con l'acqua "subito mi spirò il bozzo lasciandomi la febre", ivi del 19 ottobre 1624, p. 123.
34 Testimonianza di Maria di Martino del 25 luglio 1624, cit., p. 56-7. Il marchese della Rocca, don Pietro Valdina, soffre di coliche renali, durante le quali assume l'acqua miracolosa "et si giudica essere stato miraculo della ditta santa Rosolea poiché, essendo solito buttare petra la converse in rina (sabbia), et di tando (da allora) in poi non ha havuto cosa nessuna ma have andato buttando rina et alcuni petrulli". Ivi, del 24 agosto 1624, p. 79. Angiola la Fontana, dopo essere stata abbandonata dai medici e avere con devozione bevuto l'acqua, "la notte sudando, la matina (la) retrovò senza febre, sana e libera il sopradetto medico". Ivi del 17 ottobre 1624, p. 104. Pietro Restaino, afferma: avendo bevuto l'acqua, "incomenciai a buttare certi cosi a guisa di russa d'ova, amare come il fiele, mescolate con sangue et era la quantità di due quartucci; pigliando di nuovo l'acqua (...) buttai di nuovo flemmi amari come il tossico (...). Buttata questa materia, aprii l'occhi e revenne, mi cessò la febre e stette buono". Ivi del 20 ottobre 1624, p. 134.
35 Iacopo Ramundo, aguzzino di sua Maestà, ha avuto tre ricadute e tre miracoli a distanza di alcuni mesi, ivi del 18 ottobre 1624, p. 116; esattamente come Pietro lo Monaco, ivi del 19 ottobre 1624, p. 131.
36 Relazione del dottor Gerardo de Natale del 5 febbraio 1625, ivi, p. 90.
37 Fra' Alfio Maraccia, inoltre, "buttò gran materia e due radiche quanto mezzo dito", ivi del 23 ottobre 1624, p. 166; a Diana di Stefano "fu tolta tre onzi di carne", ivi del 26 ottobre 1624, p. 188.
38 Relazione del dottor Augustino Furno del 30 novembre 1624, ivi, p. 208.
39 Relazione del dottor Pompilio Anastasio dell'ultimo di febbraio 1625, ivi, p. 237.
40 Relazione del dottor Francesco Guerrieri s. d. ivi, p. 243.
41 Testimonianza di Gioan Andrea Montalto del 22 novembre 1624, ivi, p. 217.
42 Testimonianza di Francisca d'Arco del 17 ottobre 1624, ivi, p. 106.
43 V. Lanternari, Antropologia del sogno, in Id., Antropologia e imperialismo, Torino, Einaudi, 1974, p. 143.
44 Testimonianza di Geronima la Gattuta del 19 luglio 1624, in Originale delli testimonij, cit., p. 23.
45 Testimonianza di Antonio Agliata dell'11 settembre 1624, ivi, p. 94.
46 V. Petrarca, Di Santa Rosalia vergine palermitana, Palermo, Sellerio, 1988, pp. 53 e 55.
47 P. Brown, Il culto dei santi. L'origine e la diffusione di una nuova religiosità, Torino, Einaudi, 1983, p. 128.
48 Nel lazzaretto del Borgo i malati erano assistiti spiritualmente dai frati del vicino convento di Santa Lucia, fra' Giacinto da Marineo, dei minori conventuali riformati di S. Francesco è il redattore delle testimonianze dei miracoli e fra' Adriano, confessore nello stesso lazzaretto, offre l'acqua "e tutti ne piglia(rono) con gran divotione". Così Iacopo Ramundo, in Originale delli testimonij, cit., p. 115.
49 Il bando è del 25 febbraio 1625 e sta nella Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, ai segni VI E 4.
50A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1850, in "Biblioteca di Storia della Medicina", Bologna, rist. an. 1973, vol. IV, p. 654.
51 G. Cascini, Di Santa Rosalia Vergine palermitana libri tre, Palermo, 1651, p. 63.
52 Ivi, pp. 64-66.
53 A Corradi, Annali delle epidemie, cit., pp. 654-655.
54 S. Salomone Marino, La peste in Palermo negli anni 1624-26, cit., p. 225.
55 Testimonianza giurata di Vincenzo Bonello del 13 febbraio 1625, in Originale delli testimonij, cit., pp. 259-260.
56 Ivi, p. 256.
57 Relazione del dottor Giovanni Francesco Fiochetti, ivi, p. 246.
58 Relazione del dottor Francesco Guerreri, ivi, p. 247.
59 Relazione del Protomedico dottor Gioseppe Pizzuto, ivi, p. 248. Questa è l'unica relazione che non parla della santità dei reperti ritrovati e della difficoltà della stessa attribuzione ad un corpo femminile, in assenza del ritrovamento dell'ilio.
60 Seconda relazione del dottor Francesco Guerreri, ivi, p. 251.
61 Relazione del dottor Herosimo Salato, ivi, p. 245. Relazioni analoghe rilasciano anche i dottori Hieronimo Spucces e Lorenzo de Natali.
62 V. Petrarca, Di Santa Rosalia, cit., p. 63.
63 Alla fine del Cinquecento erano stati i francescani a diffondere il culto di santa Oliva e a cercarne il corpo nell'ex chiesa di Cosma e Damiano, sotto la sacrestia di casa Professa. Essi accusarono nel 1600 i gesuiti di avere trovato il corpo della santa, di averlo trafugato e di averlo consegnato al Duca di Feria per portarlo in Spagna. La folla fece pressione sul Senato e sull'Arcivescovo per avere restituito il maltolto e quest'ultimo lanciò la scomunica, proclamandola oralmente, a cavallo, in mezzo alla folla che assediava e lanciava sassi contro Casa Professa. Vedi G. Agnello, La Santa Oliva di Palermo nella leggenda popolare e nella tradizione letteraria, in "Archivio Storico Siciliano", serie III, vol. VIII, 1956, pp. 190-192. Gli ultimi scavi avvennero per ordine del Senato nel 1659: vi partecipò tutto il popolo e si scoprì un antico cimitero cristiano.
64 Così F. Benigno, Aristocrazia e Stato in Sicilia all'epoca di Filippo III, in M. A. Visceglia, Signori, patrizi, cavalieri nell'età moderna, Bari-Roma, Laterza, 1992, p. 92.
65 A. Cuccia, L'immagine scolpita di Santa Rosalia, in AA. VV., La rosa dell'Ercta. 1196-1992, Palermo, Dorica, 1992, p. 135.
66 S. Troisi, La via Maqueda, in De Seta, M. A. Spadaro, S. Troisi, Palermo città d'arte, Palermo, Ariete, 1999, p. 34. Ma sullo sviluppo urbanistico di Palermo vedi C. De Seta - L. Di Mauro, Palermo, Roma-Bari, Laterza, 1980.
67 A. Amore, Oliva, in "Bibliotheca Sanctorum", cit., vol. IX, 1967, col. 1165. Siciliana di nobili natali sarebbe stata esiliata a Tunisi, dove venne uccisa per non aver voluto apostatare. Nel medioevo si credette che il suo corpo fosse a Tunisi ed ancora nel 1402 il re Martino di Aragona lo richiese al califfo di quella città. Il culto potrebbe essere stato portato dall'Africa per la "falsa interpretazione del nome della grande moschea": la Moschea dell'Ulivo (accanto a cui peraltro c'era un'altra Moschea, chiamata del Pioppo), diventò Moschea di S. Oliva. La più antica immagine di Oliva, forse del XII secolo, attualmente al Museo nazionale di Palermo, la raffigura insieme a Venera e Rosalia. Vedi G. Agnello, La Santa Oliva di Palermo, cit., pp. 151-193.
67 A. Amore, Ninfa, in, "Bibliotheca Santorum", cit., col. 1009.
69 Ivi, col. 1010.
70 M. C. di Natale, Santa Rosalia. Simboli e immagini, in AA.VV., La rosa dell'Ercta, cit., p. 154.
71 Testimonianza di Vincenzo Bonello del 13 febbraio 1625, in Originale delli testimonij, cit., p. 258.
72 P. Follone, La Rosalia, poema epico, Palermo,1651, p.152.
73 M. Sanfilippo, Doria Giannettino, in "Dizionario Biografico degli Italiani", Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1992, vol. XLI, p. 345. Ma cfr. anche S. Pedone, Il cardinale Giannettino Doria, in AA. VV., Genova e i Genovesi a Palermo, Palermo, Istituto Storico Siciliano, 1982, pp. 111-125 e soprattutto R. Pirri, Sicilia sacra, Palermo, 1733, vol. I, p. 222 sgg.
74 Negli anni 1622-1650, tra i "santi patroni principali", oltre ad Agata, Oliva (elette nel 1602 e 1606)e ai più antichi Cristina, Ninfa, Rocco, Filareto, Sebastiano, troviamo S. Rosalia, S, Mamiliano, S. Agatone, S. Giovanni Teriste (1624); tra i "santi patroni ordinari eletti dal Senato", troviamo: "S. Filippo Neri (1622), S. Ignazio, S. Francesco Saverio, S. Andrea di Avellino (1624), S. Francesco di Paola, beato Lorenzo Giustiniano, S. Domenico, S. Francesco d'Assisi, S. Isidoro, S. Teresa (1625), S. Angelo Carmelita, S. Agostino, S. Alberto (1626), i 23 Martiri giapponesi, S. Benedetto, S. Sergio (1628), S. Andrea Corsino, beato Gaetano da Thiene (1629), S. Barbara (1648), S. Nicolò da Tolentino (1650). Poi i decreti di Urbano VIII detteranno nuove regole per il santo patronato cittadino. L'elenco è di F. Pollaci Nuccio, Di Santa Rosalia e Santi Patroni della Città di Palermo, in "Nuove Effemeridi Siciliane", vol. VI, serie III, 1876, pp. 261-264.
75 S. Cabibbo, Catene d'inventioni. Cittadine sante a Palermo fra XVI e XVII secolo, in G. Fiume - M. Modica (a cura di), Il santo e la città, Venezia, Marsilio, in corso di pubblicazione.
76 In particolare P. A. Tornamira, Idea congetturale della vita di S. Rosalia, vergine palermitana, monaca e romita del Patriarca San Benedetto, Palermo, 1668, la vuole non solo monaca, ma persino badessa del monastero di S. Maria di Buffiniana, passato successivamente sotto la regola di S. Basilio (da qui l'equivoco che Rosalia possa essere stata monaca basiliana). Passato l'anno di approbatione in una grotta a Monreale, cambiando le vesti con l'abito romito e la fune, passa poi a Quisquina, dove ha delle compagne e un padre spirituale. Pronunciati i voti solenni, vi aggiunge il quarto voto benedettino della perpetua reclusione e, passata a Palermo su invito della regina Margherita, si fa chiudere nella grotta di monte Pellegrino, con una liturgia pubblica. Con lei stanno altre venti romite. La discussione provocata dal libro, produce dello stesso autore Risposte ad otto domande sopra l'idea congetturale della vita di Santa Rosalia, Palermo, 1670.
77 Le agiografie di Rosalia sono innumerevoli; qui faccio riferimento a G. Galeano, La santa Rosalia vergine romita palermitana, Palermo, 1653 e a P. Follone, La Rosalia, poema epico, Palermo, 1651.
78 Sul festino esemplari gli studi di G. Isgrò, Feste barocche a Palermo, Palermo, Flaccovio, 1981.
79 R. Santoro, Il carro come rappresentazione, in AA. VV., La rosa dell'Ercta, cit., p. 193.

 

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