Rosalia,
la peste e il trionfo
Giovanna Fiume
A leggere la breve nota che la Bibliotheca Sanctorum dedica alla patrona di
Palermo, ci si imbatte subito nell'imbarazzo di una ricostruzione incerta e piena di
vistose lacune.
Prima del 1624, anno in cui si credette di aver trovato il corpo di Rosalia in una grotta
di Monte Pellegrino, di questa Santa si conoscevano poche notizie tramandate "ex fama
et seniorum traditione", come attestava Ottavio Gaetani (morto nel 1620)1
il quale perciò si rammaricava che "nullum de ea monumentum a maioribus nostris
conscriptum nos comperisse, cum omnem operam ac studium hanc in rem collocaverimus".
Le tradizioni poi, raccolte dallo stesso Gaetani, si riducevano a dire che Rosalia sarebbe
nata a Palermo; che era stata alla corte della regina Margherita, moglie di re Guglielmo,
che avuto in dono il Monte Pellegrino, ivi si era ritirata a far vita penitente in una
spelonca, dove era stata sepolta dopo la morte. Di certo, come si vede, c'è ben poca
cosa.2
Mentre non ci è pervenuta nessuna legenda, ossia il racconto per lo più coevo
sulla sua vita e sui miracoli, che dovette essere redatta al tempo della sua
canonizzazione, di contro è abbastanza attestato il suo culto, deducibile dalle cappelle
che le erano dedicate a Palermo, Racalmuto, Bivona, ecc. e dalle sue immagini che si
trovavano nelle cattedrali di Palermo e Monreale e nelle chiese di Bivona e Santo Stefano
di Quisquina. Il suo culto era però decisamente in decadenza, se il suo nome non veniva
invocato tra quello degli altri santi fino al 1624. In quest'anno il ritrovamento (la inventio)
delle sue reliquie segnava una svolta nella sua venerazione che dura fino ad oggi.
"Onestamente però bisogna confessare - continua l'estensore citato sopra - che le
circostanze concomitanti quella invenzione suscitano gravi dubbi sulla autenticità del
corpo ritrovato, come appare dal racconto fatto dagli stessi protagonisti".3
abbiamo a che fare con una santa? Ed in questo caso, quando sarebbe stata canonizzata
Rosalia? Alcuni fanno risalire la canonizzazione al vescovo Gualterio (1169-1191), poiché
in un diploma normanno del 1196, l'imperatrice Costanza prende sotto la sua protezione
fra' Luca, abate del monastero cistercense di Santa Maria della Sambucina e gli concede
l'immunità di alcune terre dell'area calabrese di Isola Capo Rizzuto, "in tenimento
Sanctae Rosalee".4 Un'altra ipotesi è che sia stata
canonizzata "oralmente" dal papa Alessandro III, durante la sua sosta
palermitana del 1165 o, infine, che si sia trattato di una "canonizzazione popolare
progressiva", non suffragata dagli organi della Chiesa se non nell'età moderna. Non
ci è noto il luogo, la data della nascita, la famiglia di origine, né le sue vicende
personali che si lasciarono facilmente ricreare nelle agiografie, fiorite insieme alla
devozione nei suoi confronti.
L'antica legenda rielaborata dal Gaetani la dice contemporanea, anzi ancella, della regina
Margherita, sposata da Guglielmo I quando ancora era principe di Capua, cioè tra il 1144
e il 1149 e colloca la data della morte nel 1183. Rosalia potrebbe essere vissuta tra il
1130 e il 1170. Per alcuni studiosi appartenne quasi certamente al gruppo etnico
principale della Palermo normanna (...) che era di lingua e rito greci. (...) Non è
improbabile che sia stata monaca basiliana perché il gruppo etnico prevalente nella
Palermo normanna del XII secolo era il greco, perché proviene dalla chiesa di Santa Maria
dell'Ammiraglio e dal suo annesso monastero basiliano femminile la più antica pala
d'altare che la raffigura con il caratteristico abito monacale basiliano ed infine perché
consona alla spiritualità monastica greca, anzi tipica di essa, è la ricerca della (...)
solitudine e della pace
contemplativa.5
Probabilmente, secondo questa ipotesi, negli ultimi tempi della sua vita, Rosalia si fece
murare nella chiesetta bizantina, posta sopra un pozzo nella grotta di monte Pellegrino,
per vivervi vita contemplativa e penitente; probabilmente, secondo le leggi canoniche del
tempo, questo avvenne con pubblica e solenne cerimonia liturgica di consacrazione,
officiata dal vescovo; probabilmente il ricordo della presenza delle reliquie andò
perdendosi e furono gli avvenimenti legati alla peste del 1624 che riaccesero l'interesse
verso la giovane eremita e verso il monte Pellegrino. Insomma, molte incertezze gravano
sull'origine della devozione alla santa, mentre si possono ricostruire in maniera più
documentata gli eventi che produssero la svolta del 1624.
La peste a Palermo
La peste a Palermo arrivò nel 1624, appena cinquant'anni dopo la pesante ondata
precedente. La capitale dell'isola rappresentò l'estrema propaggine di un'ampia area
geografica centro - europea che fu sconvolta contemporaneamente dalla guerra dei
Trent'anni (1618-1648) e da una serie di malattie infettive che hanno fatto parlare gli
storici di pandemia. Dopo la peste nera trecentesca, raccontata dal Decamerone di
Boccaccio, e la pandemia del 1575-76 che aveva colpito
l'Italia da Trento a Palermo, questa è la peste manzoniana, quella dei Promessi sposi.
Nella peste trecentesca, la penisola italiana perse il 30% dei suoi 11 milioni di
abitanti. Nella peste del 1576-77 Milano contò 18.000 morti, nel 1630-31 ne contò 60.000
(il 46% degli abitanti); contemporaneamente Venezia ne perse 46.000 (il 33%), Verona
30.000 (il 57%), Bologna 15.000 (il 24%), Firenze 10.000 (il 13%). Il centro - nord,
popolato da 4 milioni di abitanti, perse complessivamente un abitante su quattro (il 25%).
A Palermo, secondo alcune stime,7 tra il giugno 1624 e il
febbraio 1626 sarebbero morte quasi 30.000 persone, su 120/130.000 abitanti. La peste era
bubbonica, ma anche polmonare e setticemica, trasmessa la prima dalla pulce del topo nero,
la seconda dalle particelle di espettorato dei malati che venivano inalate dai sani. Già
nel giugno-luglio 1623, però, a Palermo erano morte alcune migliaia di persone per
"febbri epidemiche" ed il Senato aveva emanato una serie di bandi con i quali si
faceva divieto di gettare rifiuti dentro la città e le sue condutture, di coprire le
cloache a cielo aperto, di non bruciare spazzatura dentro la città, di non infettare le
acque pubbliche con scarichi di conceria, di non conservare pesci freschi e salati dentro
le case, di non macellare dentro i fossi d'acqua, di non scoperchiare gli acquedotti
nemmeno per lavare il bucato, di non gettare le carcasse degli animali morti dentro i
condotti all'aperto, di non pescare anguille dentro il "condotto mastro"
dell'acquedotto cittadino.8 Sospettiamo che la peste fosse
già in città, quando, il 26 aprile 1624, proveniente da Tunisi, il veliero comandato dal
moro Maometto Cavalà, approda a Trapani con un carico di lana, lino, cuoi, una serie di
ricchi doni inviati dal Bey al viceré, principe Filiberto di Savoia, e un gruppo di
cristiani riscattati ai barbareschi dalla Deputazione per la redenzione dei cattivi. Si
aveva già notizia della peste a Tunisi, ma la nave aveva una regolare patente di sanità
e fu fatta sbarcare. Durante la sosta nel porto di Trapani, d'altronde, non si era
verificato alcun decesso e perciò fu fatta partire alla volta di Palermo, dove giunse il
7 maggio successivo.
Il pretore della città, don Vincenzo del Bosco, duca di Misilmeri e principe della
Cattolica, si oppose in un primo momento allo sbarco del carico, ma si lasciò persuadere
dal viceré, mal consigliato dal suo segretario Antonio di Navarro. Erano in tanti a non
credere alla peste e lo stesso protomedico della squadra navale siciliana, Giuseppe
Fontana, in una relazione al viceré del 12 luglio scriveva:
"Nella città di Palermo corrono generalmente tumori nell'inguinaglie (all'inguine),
sotto le ascelle e dietro l'orecchi con febri putride, le quali non sono contaggiose, e
molti per detto male s'ammalano, pochi muorono, anzi la maggior parte convalescono. S'è
così, dico a Vostra Altezza Serenissima che non è peste (...). Credo e tengo per certo
che il male di Palermo sia male epidemico ordinario con poca malignità, generato dalla
mala dieta e dall'incostanza dell'aria subbito mutata da calda in fredda per le molte
pioggie che vi sono state la primavera e nel principio dell'estate presente".9
I suoi marinai e i suoi galeotti, infatti, avendo assicurato un vitto sufficiente, non
contraevano questa infermità. In città i primi casi di peste si verificarono alla
Fieravecchia e nel vicolo Cefalà, ove un cristiano riscattato, giunto col legno moresco,
portò della roba infetta che contagiò quattro persone. Per tutto il mese di maggio e
parte di giugno i decessi si susseguirono: i morti avevano bubboni all'inguine e alle
ascelle, altri croste nere e papole (vesciche), o petecchie nere per tutto il corpo. Il
clima caldo e umido era favorevole alla schiusura delle uova della pulce, l'agente
patogeno annidato nel topo nero, e con ciò alla diffusione del contagio di cui, tuttavia,
ancora "non se ne faceva stima", poiché colpiva a preferenza le "case
basse di poveri". Quando cominciarono a morire i primi nobili e cavalieri si
barricarono le case e si misero a guardia i soldati; i senatori "fecero diligenza per
avere il turco, padrone del vascello e trovandolo fuggito fecero abbruggiare le robbe, che
in esso trovorno, facendolo affondare in mare, et ponere li turchi che erano rimasti
dentro una grotta a fare la quarantena".10 Frattanto a
palazzo reale, dove erano andati i doni del viceré, erano morte la moglie del segretario
ed altre 15 persone. Il pretore e il senato si persuasero finalmente della gravità della
situazione e invitarono i medici a studiare il male. Poiché le cose volgevano al peggio,
il 22 giugno venne convocato il Magistrato della sanità e il 24 successivo il viceré
dichiarò Palermo infetta e ristampò le Ordinazioni scritte dal medico Giovan
Filippo Ingrassia durante la peste del 1575, suggerendo alcune norme igieniche per evitare
il contagio.11 Si fecero ripulire le strade, si impedì ai
poveri di mendicare, si vietò la vendita senza particolare licenza di carni e pesci,
vestiti e quant'altro, si impose di denunciare gli ammalati, si bruciarono arbusti e
sarmenti, si ammazzarono tutti i cani, i gatti, le galline e ogni altro animale fosse
stato ritrovato per strada. Si crearono, infine, lazzaretti separati per gli infermi e per
i sospetti, si divise la città in insule, affidate a gruppi di medici, chirurghi,
ostetriche, balie e religiosi; si fece provvista di carrozze e seggette per il trasporto
dei malati e dei cadaveri. La gente terrorizzata cominciò a fuggire dalla città.
Un primo lazzaretto venne organizzato nella chiesa dello Spasimo, ma già alla fine di
giugno era traboccante di malati che presto riempirono anche gli altri apprestati presso
San Francesco di Paola, fuori porta Maqueda e nel giardino del duca di Bivona, sopra la
chiesa di Nostra Signora della Consolazione. Nell'agosto si organizzò un quarto
lazzaretto presso il borgo di santa Lucia, fuori porta San Giorgio, in un luogo ritenuto
popolarmente insalubre, suddiviso in tre sezioni (per gli infermi, i sospetti, i
convalescenti) e servito da una spezieria, un locale per le nutrici dei bambini infetti,
una lavanderia e un carcere con annessa sala di tortura e luogo per l'impiccagione. Anche
l'Ospedale grande organizzò due lazzaretti, rispettivamente per gli uomini e per le
donne. Non fu semplice reperire il personale necessario all'assistenza dei ricoverati,
solo i religiosi vi prestarono volontariamente la propria opera, oppure quelli che
andavano al lazzaretto per assistere i propri congiunti e poi si prodigavano a soccorrere
anche altri ricoverati. Ci furono rari casi di chi andò al lazzaretto semplicemente per
avere un lavoro; più comunemente, gli infermieri e sotto infermieri, i dispensieri, le
lavandaie, i cuochi, gli scrivani ecc. erano detenuti del carcere della Vicaria, oppure
precettati per ordine del pretore o di altre autorità civili, sotto minaccia di pene
corporali e detentive in caso di rifiuto.12 E da "sani
e gagliardi" finirono per contrarre il contagio.
Nonostante il senato avesse vietato "le scuole, le congregazioni e ogni altra
radunanza per non fare moltiplicare il male con la prattica (la frequentazione)", fu
consentita la partecipazione alla messa e alle processioni penitenziali, organizzate per
espiare i peccati che la peste puniva e per invocare il perdono celeste. Il primo di
agosto, una di queste processioni venne organizzata dalle autorità civili e religiose per
implorare la salvezza del viceré che, morto il 3 agosto, verrà esposto in chiesa,
assieme al suo segretario Navarro e qui assieme a lui seppellito, nonostante l'espresso
divieto delle autorità sull'inumazione degli appestati dentro le chiese. A Filiberto di
Savoia succedette il cardinale Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo, nominato il 6
agosto viceré di Sicilia e Presidente del Regno.
Il governo spirituale e quello temporale si assommarono nelle mani di un'unica persona che
dovette far fronte ad una drammatica emergenza, di fronte alla quale la medicina era del
tutto impotente. La peste era considerata un flagello divino, sopravvivere una grazia, per
ottenerla occorreva dare prova di contrizione e di pentimento dei propri peccati. Già il
15 luglio 1624 si erano portate in processione le reliquie di Santa Cristina, Santa Ninfa
e San Rocco, a cui si attribuiva la scomparsa della peste del 1575. Fu dello stesso giorno
la notizia del ritrovamento di reliquie nella grotta di monte Pellegrino, la cui ricerca
era stata avviata da tempo. Tra i partecipanti alla processione c'era il sacerdote don
Pietro Garofalo, vivandiere della Cattedrale che col piviale, cantava le litanie dei
santi:
"et havendo invocate le gloriose sancte Christina, Ninpha, Oliva et Agatha, mosso da
una interna inspiratione senza essere avvisato da nessuno et senza sapere che il Monte
Pellegrino in quel giorno e in altri giorni passati si cercasse il corpo di santa Rosolea,
disse a don Francesco Muscarella, suo compagno et cantore: "Vogliamo invocare santa
Rosolea nostra panormitana?". Al che il detto di Muscarella li disse che ci pareva
molto bene et che lui ancora havea questa opinione di invocarla. Et cossì ambidui, di
comune consenso et accordio, l'invocorno cantando more solito: "Santa Rosolea, ora
pro nobis". Et per quanto esso testimonio si ricorda, non è stato solito invocare la
detta sancta in altre processioni, con tutto che esso testimonio habbia fatto l'officio di
cantore, a suo parere, più di vinti volti, tanto che è di firmo parere che la detta
ispiratione fosse di Dio a gloria di detta Santa".13
Dunque, prima del 1624 non si era soliti invocarla e se mai c'era stato un culto, esso
doveva essere decaduto da tempo, o piuttosto doveva essere limitato al monte Pellegrino.
La stessa ispirazione ebbero gli altri sacerdoti che cantarono le litanie nella stessa
processione14 e già nella ispirazione di invocare una santa
dimenticata si volle intravedere il miracolo.
Gli scavi e il sacro ritrovamento
Tutti gli elementi di questa storia hanno un impianto messianico. Poiché le forze
degli uomini sono impari nel fronteggiare questa calamità, poiché di fronte alla morte
nera non c'è speranza, poiché essa dissolve ogni legame ed impedisce il distacco rituale
dai propri morti, solo l'intervento soprannaturale, al di fuori di ogni logica, di ogni
nesso tra causa ed effetto, di ogni rapporto di tempo e di luogo può porre fine al
calvario. C'è una predisposizione, una attesa del miracolo nelle testimonianze dei
protagonisti che finisce per farlo avvenire. Il miracolo è già nella sua esaltata
attesa. Il ritrovamento delle ossa ha toni favolistici, ogni elemento è straordinario,
meraviglioso.
Si scavava da mesi nella grotta sulla montagna e a più riprese si avvicendavano gruppi di
scavatori, sotto gli occhi dei frati del convento del monte Pellegrino.15
Il marinaio Vito Amodeo, già dalla Pasqua scavava insieme a
"un genovesi (...) per dui giorni, un suo cugino per sei giorni incirca; et venniro
ancora tre giovani (...) a caso a sparso; et ultimamente avendo lassato per molti giorni
di cavare per causa che ci mancava la spisa, da mercoledi ha cavato di nuovo (insieme a
due uomini); et ci hanno assistuto uno sergente spagnolo et uno napolitano (...) et uno
giovani chiamato Giuseppi".16
A scavare il nostro marinaio era stato spinto dal sogno fatto da una vecchia conoscente,
Geronima la Gattuta a cui era apparsa "una donna con un manto azòlo (azzurro) et uno
figliolino nelli braza et uno filo di coralli in collo, la quale donna ci diceva che
scavasse in quel loco".17 E fu lui a trovare dentro
"una petra grande" un teschio che subito il custode del convento attribuì ad un
"corpo santo" e ne avvisò le autorità che si precipitarono sulla montagna,
mettendo a custodia del luogo dello scavo alcune guardie armate. Ma non solo il sogno
aveva guidato la sua mano, anche il napoletano che lo aveva accompagnato, "buttò
certi polisi18 nell'aria (...) li quali cascorno in terra et
(...) esso napolitano disse che in detta grutta si haverìa trovato qualche corpo di Santo
o veramente qualche thesoro, et mentre stava scavando molti volti andava recitando alcuni
palori li quali diceva che erano li setti salmi penitenziali".19
Trovò anche grandi ossa, forse "di leocorno o di elepanti", ed una mantibola
con i denti ancora incastonati. Molti dei parenti e dei vicini di questa Geronima
trovarono altre ossa di un corpo giacente bocconi.
I corpi ritrovati già si attribuivano a Rosalia, alla sua serva e al suo medico,20
oppure a Rosalia, ad un novizio e ad un secolare;21 alcuni
cominciavano a sentire nella grotta un "certo odore", tipico segno di santità,
in ogni caso i reperti venivano gelosamente custoditi dai frati, senza che si potesse
impedire che gli scavatori ne asportassero numerosi frammenti. Nell'eccitazione del
presunto ritrovamento sacro, nessuno ascoltava chi consigliava che "bisognava stare
con cautela che non si facesse qualche idolatria"22 e
che i cercatori di tesori e di reliquie erano dal Santo Uffizio assimilati ai negromanti e
sottoposti ad inquisizione.23
Le ossa ritrovate, ma, di più, le stesse pietre e la terra della grotta passavano di mano
in mano, gelosamente custodite e somministrate agli infermi da parenti, vicini e dai frati
dei lazzaretti. La medicina risolutrice della malattia diventa, secondo un principio della
"magia simpatica" o "da contatto", l'acqua dove sono state messe a
bagno le reliquie della santa ritrovata o le pietre o la terra della grotta che le ha
gelosamente custodite. Si moltiplicarono le guarigioni attribuite alla grazia ricevuta da
Rosalia. I miracolati raccontavano il modo in cui avevano contratto il contagio, le
medicine somministrate dal "medico dei sospetti", la paura dei familiari quando
le abitazioni venivano barricate e piantonate dal soldati, l'inutilità della cura, la
decisione del "medico degli infetti" di trasferirli al lazzaretto, l'agonia,
l'assunzione della reliquia, la preghiera e la risoluzione della malattia. Le
testimonianze dei miracoli di guarigione sono di estremo interesse anche per la storia
sociale della medicina: descrivono con dovizia di particolari i sintomi e le terapie
somministrate, l'atteggiamento di medici e pazienti di fronte alla salute e alla malattia,
l'organizzazione delle istituzioni sanitarie e l'atteggiamento delle istituzioni
politiche. Si tratta di veri giacimenti documentari, non ancora convenientemente
sfruttati.
Medici e miracoli
Ioan Domenico Costa, un giovane "cammisaro" 28enne, raccontò di un
"dolore grande di stogmaco il quale per tre volte ci pigliò tanto forte che non ci
lassava pigliare fiato (...) et ci lassava una grandissima malinconia et si sentìa certi
punturati (fitte) alla parte del core e poi alla parte della milza".24
Un certo temporaneo giovamento aveva avuto assumendo vino alla menta e conserva di cedro
che gli vennero prescritti dai medici, ma il dolore ritornò ostinatamente finché un
amico gli diede "certa acqua (...) con un pizetto di petra di dentro, la quale acqua
era di santa Rosolea et che dicesse un Pater Noster et Ave Maria a detta santa che ci
haverìa fatto la gratia. Et in pigliare detta acqua (...) si intese subito passare il
dolore".25 I sintomi dichiarati più comunemente erano
brividi, fiacchezza, sbadigli, malinconia, violenti conati di vomito "senza
lanzari" (vomitare), poi dolore di cuore e di testa, arsura, febbre alta, perdita di
conoscenza, talvolta il delirio o sonno soporoso; le donne denunciavano oppilazione
(amenorrea); infine comparivano i "bozzi" all'inguine, alle ascelle, al collo,
allo stomaco o macchie al petto e alla testa, la risipola,26
i carbonchi.
Sono i sintomi canonici della peste, i cui germi viaggiano per via linfatica verso i
linfonodi regionali che si infiammano e producono suppurazioni, emorragie e trombosi,
attraverso un intenso edema, i tipici bubboni. Quando entrano nel circolo del sangue, i
focolai raggiungono tutti gli organi, la milza, il fegato, le meningi. Le manifestazioni
necrotiche ed emorragiche a livello cutaneo sono associate con la cianosi, perciò è
detta peste "nera". Sta in incubazione dai due ai sette giorni e si manifesta
attraverso brividi, febbre elevata, cefalea, tachicardia, malessere intenso, prostrazione,
dolori addominali, vomito e diarrea. La medicina odierna descrive i sintomi negli stessi
termini dei nostri infermi e somministra precocemente antibiotici, continuando a
riconoscerne l'ancora elevata mortalità.27 I medici del
Seicento applicavano impiastri e vescicanti, salassi e ventose, rettori e cauteri,
somministravano sciroppi di granato, erba di vento, purganti, caulo maximo, unguento
rosato, scalora, purganti e praticavano l'apertura chirurgica dei bubboni, con il bisturi
o con i bottonetti di fuoco.
Alla santa taumaturga ci si rivolgeva nel frattempo anche per altre patologie: malattie
agli occhi, cataratte, polipi, coliche renali, tumori, ernie, un trauma cranico per un
colpo ricevuto da una pietra, deliri di varia natura, per resuscitare gli annegati e per
una possessione demoniaca. L'acqua miracolosa fu una panacea per tutti i mali, ma per la
peste in primo luogo: essa mobilitò la solidarietà del gruppo sociale, aggiunse una
possibile risorsa a cui aggrappare la speranza di guarigione, trattenne ad un passo dalla
dissoluzione la coesione degli stessi rapporti sociali. L'uomo fece ancora qualcosa, prima
di abbandonare il campo all'apocalisse, contese alla morte la vittima designata con le
armi del desiderio e dell'utopia.
Agata Morso era la figlia 14enne di un salariato della corte viceregia. Una sera del
gennaio 1625 sentì un gran dolore alla testa e all'inguine sinistro, l'indomani le
spuntò un bozzetto, con febbre e stordimento, le diventarono le unghie nere. Il padre
"andò a rivelarla, in ordine alla sicurezza", il medico fisico che la visitò
la trovò infetta e venne perciò chiamato il "medico dei sospetti" che la
barricò in casa. La famiglia non volle rassegnarsi a questa diagnosi, anche perché la
giovane sembrò migliorare e chiamò altri due medici che però la dichiararono "con
poca o nessuna speranza di salute", tanto che l'indomani il padre
"la fece confessare, comunicare et oliare dalli sacerdoti infetti, et credendo esso
testimonio che sua figlia si mettìa nell'agonia della morte et che havèa perso li sensi,
non parlava, non mangiava et appena conoxìa, stando già con la candela al capezzale con
l'incenso et con l'acqua benedetta tanto che ci raccomandavano l'anima et a ben morire, si
mise in ordine a farla sotterrare per levarsela subito di casa et per questo si fece fare
la polisa (l'autorizzazione scritta) del deputato per sotterrarla, tenendola già per
morta, senza darci più cosa da mangiare".28
Maria, la madre di Agata, si occupò dei riti della buona morte e chiamò il marito al
capezzale della figlia; la sua testimonianza ci dice il conflitto tra il dolore per la
prossima perdita, il desiderio di assistere la figlia e la paura di contrarre il contagio.
"Et mentre essa (Maria) stava in questa agonia, si redusse ad abbandonare la figlia
et lasciarla sola, tanto più che alcuni suoi parenti ci haveano mandato a dire che non
entrasse più in quella camera che si sarrìa infectata. Con tutto ciò, havendoci il
medico ordinato che ci dasse un poco di elattuario di jacinto et recordandosi che (...)
Agata havìa domandato quando era malata un poco di muscatello, per non lasciarla morire
senza darci questo ultimo remedio, si risolse a lavarsi tutta di aceto et entrare nella
camera (come in effetto entrò) (...) et havendoci messo in bocca un puoco di jacinto ci
cascò dalla bocca, tanto che essa (...) disperata della vita di sua figlia, uscìo in
sala tutta battendosi e rascandosi (graffiandosi)".29
Quando una vicina le fece avere l'acqua di santa Rosalia, "sentendosi interiormente
una speranza", si avvicinò alla figlia e le chiese: "Agatuzza, vuoi un poco di
acqua di santa Rosolea?" e la giovane fece cenno di sì, aprì gli occhi e bevve,
poco dopo disse di avere appetito, riposò tutta la notte, le passò la febbre, "et
lo bozo che havèa si aprìo senza ferro e ci purgò gran quantità di materia".30
Ai medici non restò l'indomani che attestare l'avvenuto miracolo.
Si accentuarono le "terapie spirituali" accanto ai letti dei moribondi e furono
tanto più importanti, quanto più erano vietati i riti funebri. I religiosi furono in
prima linea nella somministrazione dei sacramenti e delle reliquie. Tra i 217 testimoni
dei miracoli del 1624-26, ci furono 28 religiosi e 22 medici. I primi condividevano la
stessa fede nel soprannaturale con i secondi, i quali non sentivano il miracolo come uno
scacco alla loro professione. Constatare il miracolo era un atto religioso ed anzi, più
il caso era disperato, più si poteva essere certi del miracolo, più spettava ai medici
attestarlo. Il pluralismo terapeutico dei secoli dell'età moderna faceva sì che per i
medici le guarigioni miracolose si collocassero nel raggio delle possibilità.
Gli elementi che facevano parlare di miracolo erano solitamente la gravità o la lunga
durata dell'infermità, cioè la cronicizzazione della malattia (una malattia acuta può
risolversi improvvisamente come è cominciata!), la risoluzione per vie non naturali (non
deve essere stata la vis medicatrix della natura a fare il suo corso, né la guarigione
deve essersi ottenuta attraverso la somministrazione di rimedi e medicine) e la
fulmineità della guarigione (non ci sono tappe intermedie, né convalescenze, ma si
ripristina l'antico stato di salute, come se mai si fosse stati malati).
Queste testimonianze non corrispondono, per la verità, ai criteri canonici che
consideravano come anche le forze diaboliche e una fervida immaginazione potessero
produrre guarigioni, ma non miracoli; come il volgo ignorante potesse scambiare delle
guarigioni naturali di cui non conosceva le cause per miracolose; come la guarigione per
essere miracolosa dovesse procedere attraverso mezzi non naturali (se invece c'era
evacuazione, vomito, emorragia, fluore, sudore, urina e quant'altro, si trattava di
guarigione naturae vi ); come la guarigione miracolosa dovesse avvenire subito et in
instanti e dovesse essere perfecta, absoluta, intera.31 I
nostri miracolati, di contro, ammettevano un effetto ritardato ("lo bozo si aprì
cinque o sei giorni dopoi che era stata sanata per havere pigliato l'acqua di santa
Rosolea"),32 un'incompleta remissione dei sintomi
("intese subito passare il dolore, sibene dopo ci ha pigliato lentamente")33
o un residuale stato di "debilità" o peggio delle evacuazioni ("si
sciogliu il corpu et mentre andava purgando s'have sintuto mancare l'unfiazione (il
gonfiore)"34 o delle ricadute,35
ma soprattutto l'assunzione di "remedi" e "restauranti", lasciando ai
medici l'imbarazzo di descrivere il loro intervento terapeutico, aggiungendo poi
contraddittoriamente che la guarigione "non puoti procedere da causa naturale né per
opera ed effecto di medicina ma da causa sopranaturale et occulta".36
Per la medicina dell'epoca la vis medicatrix della natura era prima di tutto una vis
expultrix e dunque ogni evacuazione ("dal bozo mi uscìo materia assai") serviva
ad eliminare gli umori corrotti e a ristabilire l'equilibrio interno dell'organismo.
L'intervento chirurgico era una sorta di evacuazione forzata: dai bubboni toglievano pezzi
di tessuti che venivano valutati a peso ("mi fu tolto di carne quattro unzi").37
Da qui da un lato l'abbondanza di salassi e purganti, dall'altra la convinzione che il
miracolo dovesse superare la natura, differenziandosi dai suoi processi ed agendo in
sostituzione, non in aggiunta alle terapie tradizionali. Di cui invece i nostri miracolati
avevano fatto innegabilmente e largamente uso, sia a casa, sia nel lazzaretto.
Nel caso di una bimba di tre anni trovata annegata in una vasca, il medico aveva ordinato
"diversi remedii con diversi medicamenti li quali (...) non potìano, da per loro
soli, operare tanto (...) senza aggiuto divino, maximamente che intese esso (medico) che
detta figliola fu toccata con un pezzo di petra di santa Rosolea, di quella trovata a
Monte Pellegrino".38 E nel caso della 14enne Agata
Morso, il medico ammise che "la governò" ma poi "la abandonò" per la
gravità della sua condizione, così che la guarigione "non parendo procedere di
medicamenti ordinarii, giudicao et giudica essere cosa miracolosa".39
I medici più avvertiti erano consapevoli di questa contraddizione tra miracolo, rimedio
terapeutico ed evacuazione ed il dottor Francesco Guerrieri così dichiarò:
"E considerando il modo con che acquistò la salute, si vede senz'haversi evacuato
parte nexuna di corrupti e velenosi humori, che causavano sì gravi simpthomii, cessare il
male contr'ogn'ordine della natura, la quale sole levar l'effetti levata prima la causa, e
nelle subìte mutationi che si fanno ad salutem per crisim procede con travaglio manifesta
evacuatione, e doppo s'allevia il male, e nel presente caso, s'allevia, anzi cessa il male
senza nixuna evacuatione, e si evacuatione poca si vide, non d'humori, e doppo fu
acquistata la salute. L'acquisto della salute in sì breve spatio impossibile il giudico
alle forze della natura. Perciò son di certo giuditio la salute acquistata esser stata
per via supranaturale e miracolosa opera di Dio nostro signore, facta per honorare li
sacri ossi della gloriosa serva sua, santa Rosolea".40
La tenerezza del cuore
Il miracolo si sente arrivare, si preannuncia nella particolare devozione con la quale
si accoglie la reliquia, nell'improvvisa certezza del cambiamento di stato. Esprime bene
questa particolare emozione il 23enne sensale Gioan Andrea Montalto, che ha ricevuto da un
suo debitore durante un alterco una pugnalata al petto che gli ha reciso "una vena
ulterea (arteria) di tal sorte che correva grandissima quantità di sangue et quasi
scannato esso testimonio perse li sensi et non sentìo più". Una sua comare,
d'accordo con il chirurgo, prende una pietra e la mette sulla ferita "et in quello
stesso istante (...) ci stagnò il sangue e non ci corse più, et esso testimonio si
sentìo con un core allegro come havesse stato dentro un giardino".41
L'attesa del miracolo produce "tenerezza di core" e pietà, conforta come una
madre, consola nel momento più estremo del totale abbandono della speranza di vita. La
29enne Francisca d'Arco, a cui i medici avevano dato poche ore di vita, confessa:
"Chiamando col cuore la santa (...) mi comparse e mi disse (...) dormite sopra le mie
ginocchie (...), non avere paura che sei sana e libera".42
Non per caso il miracolo incuba nel sonno ed è preannunciato dal sogno, che è una
"tipica epifania del sacro e perciò assume il valore di una fondazione di
eventi".43 nel nostro caso, l'evento è la ri-nascita.
Una visione annunciò l'avvenuta guarigione a Geronima la Gattuta che, malata di
"febre maligna" aveva già ricevuto l'olio santo quando "una notte vi(de)
una monaca vestuta di blanco che attirava i lampi et essa confidente ci dimandò acqua et
li parsi che accostao detta monaca con la mano verso la bocca e si sentìo la bocca piena
d'acqua. E ci dissi la ditta monaca: "Non dubitari che sì sana: fa voto di andare a
Monte Pellegrino"".44 La stessa donna ebbe in
sonno altre due visioni che le indicarono il luogo del ritrovamento delle ossa di Rosalia.
Dopo avere assunto l'acqua miracolosa, a don Antonio Agliata venne "un poco di sonno
e reposò quanto un quarto d'hora et dopo, havendosi svegliato, parse ad esso testimonio
come nel core suo intendesse dire: "Levati che sei sano!". Et tocandosi la
fronte si intese fresco e senza febre".45
"Dormendo insino a due ore", o riposando "la notte quietissimamente",
nello stato di incoscienza del sonno, sta in incubazione il miracolo. Il sonno stesso è
un segno, il "luogo" dove il miracolo agisce sul corpo malato, la soglia che la
forza soprannaturale oltrepassa per agire sulla natura. Esso porta con sé la visione, su
cui i teologi del Seicento discettavano dottamente, distinguendo tra fantasma, delirio,
oracolo, sogno figurativo e visione vera e propria.
C'era insomma un forte contesto emozionale, nelle circostanze estreme della peste, che
aveva bisogno di trovare una via di espressione culturalmente accettabile e ritualizzata.
Si intavolava con i santi una trattativa privata, i miracolati facevano promesse di un
giorno di digiuno, "tabelle" votive, di publicare (attestare pubblicamente) il
miracolo avvenuto, "limosine" di varia entità, "certa seta" per
l'altare ecc. I simboli del passato sembravano però inefficaci: alcuni malati mettevano
sui bubboni l'immagine di San Rocco che era stato l'artefice della fine della peste del
1575 senza registrare alcun miglioramento. Il venerabile servo di Dio e terziario
francescano Benedetto "lo nigro", morto da alcuni decenni in fama di potente
taumaturgo, pur essendo in corso i processi di canonizzazione, non era stato ancora
beatificato e però la sua presenza si aggirava su monte Pellegrino, dove aveva trascorso
molti anni di romitaggio, tanto che, nonostante fosse morto nel 1589, alcuni testimoni lo
indicavano come partecipante alle ricerche delle reliquie. L'acqua della montagna sacra,
la terra delle sue viscere (la cavità della grotta), la tomba della santa riportavano i
palermitani alle credenze più antiche attorno a monte Pellegrino, "caratterizzato
per tradizione come un'area sacra con memorie terapeutico - oracolari (dove) solo la tomba
di un santo, la memoria di una sua permanenza poteva legittimare e accrescere la potentia
del luogo".46 E d'altronde, come ha spiegato
magistralmente Peter Brown, nella tradizione cristiana il ritrovamento di corpi santi, di
reliquie
"rappresentava ben di più di un atto di pia archeologia e la sua traslazione ben
più di un atto di una nuova e inconsueta forma di collezionismo cristiano da intenditori:
entrambi questi fatti manifestavano, in tempi e luoghi particolari, l'immensità della
misericordia divina. Essi annunziavano momenti di perdono e introducevano nel presente un
senso di salvezza e di remissione. Essi erano in grado di condensare stati d'animo di
fiducia pubblica".47
Il riconoscimento dell'autenticità
Per queste ragioni le autorità cittadine si impossessarono rapidamente delle reliquie
e del culto, per evitare che la devozione popolare prendesse strade autonome e di
contenuto superstizioso e per sottrarli alla gestione dei francescani del convento sulla
montagna e dei lazzaretti48 ed anzi, per togliere di mezzo
qualunque monopolio, il cardinale Giannettino Doria decretò che qualunque pietra o
frammento osseo raccolto nella grotta venisse riconosciuta come reliquia autentica, a
condizione di denunciarli all'autorità ecclesiastica.49
Alcune casse di ossa vennero trasportate dal monte alla città e il cardinale chiamò
medici e anatomisti per attestare l'appartenenza delle ossa alla romita di monte
Pellegrino.
"Ma nulla poté il dotto Collegio risolvere tanto erano quelle ossa nella pietra
fitte e da quella ingombrate. In oltre, quando pure fossero state umane, erano esse di
eccessiva grandezza, e più che (...) di una donna parevano il miscuglio di parecchie; del
resto poco propizio era il tempo dell'esame, perocché facendosi esso in ora tarda e a
lume di doppieri, non ben poteva discernersi l'osso dal sasso, né se quelle erano parti
di uno o più corpi; laonde i galantuomini non sapendo infine quale determinazione
pigliare, dubbiosi dal palazzo si dipartirono".50
"Questa irresolutione di medici rallentò il corso della nostra salute", scrisse
il gesuita Cascini,51 stigmatizzando l'atteggiamento
prudente dei medici che sembrò contrastare col momento dell'emergenza e additando ai
posteri i responsabili della vendetta della santa. "Dilatata approbatione, pestis
recrudescit". Per calmare l'ira della celeste pellegrina fu necessaria la processione
del 5 gennaio 1625, dove
"oltre alle religiose famiglie v'accorsero molte compagnie di huomini secolari che
(...) con habiti da penitenti in varie guise commovevano se stessi et i spettatori; vi fu
chi non ebbe a schifo d'andare per lo loto (il fango) strascinando le ginocchia, anzi per
maggior disprezzo chinando e bruttando con quello il volto e ponendovi spesso la
bocca".
Seguirono centinaia di chierici, i canonici, l'arcivescovo, gli uomini della corte e il
Santissimo Crocifisso, in una "bara maestosa et horrerevole per se stessa, percioché
era un monte di lumi". Tutta la gente cominciò a chiamarlo e a chiedere misericordia
"con tanto fracasso che quantunque pio, mettea però sì grande horrore che non so
spiegarlo, e fin mentre scrivo lo sento nell'animo (...) Erano (...) varij e penosi gli
stratij, le conditioni delle persone che colle corone di spine in capo, con le funi al
collo, cinti di ferri e di catene, coperte di cenere, coi piedi scalzi, in quel freddo et
in quel fango e con le spalle ignude e le discipline nelle mani, battendosi et
insanguinandosi (...) davano aperta mostra di quel pentimento col quale alla memoria
dell'acerbissima passione di Gesù Crocifisso di tutto cuore facevano ricorso (...).
Vedemmo di quelli che non contenti di andare con le spinose corone in capo o con le funi
al collo o alle braccia e catene ai piedi s'erano tutti inviluppati nelle spine (...); et
altri legati alle croci (...); vedemmo anche molti, quantunque affannati dalla lunga e
fangosa via a piedi ignudi in arrivando al tempio gittarsi bocconi prostrati in terra e
dalla porta fin all'altare andar sì lungo spatio leccando il suolo; altri che non
finivano di spargere lacrime e sangue, et altri che in strane guise gareggiando humilmente
se stessi affliggevano: e per finirla tutto ciò era tanto universale che insino a
gl'innocenti fanciulli (...) correano a schiere macerando le tenerette membra".52
Percepiamo dalla descrizione l'accentuazione parossistica di questa processione
penitenziale, che fomentata dallo stesso clero, dovette rivelarsi un potente strumento di
pressione nei confronti dei medici, a cui spettava l'ultima parola nel riconoscimento
delle reliquie.
"Convocati nuovamente i medici nel febbrajo, conchiusero che quantunque fosse
impossibile indicare se quelle ossa erano d'uomo o di donna, a cagione della incrostatura
che sì saldamente le ricopriva da non poternela in verun modo distaccare, nondimeno la
loro delicatezza e bianchezza era indizio che di donna fossero (...). Con questa
dichiarazione approvate le reliquie della Santa venne decretato di trasportarle, dal
palazzo in cui erano raccolte, alla cattedrale e ciò fu fatto con grande seguito di
popolo (...). Le feste continuarono sino a tutto il 9 giugno, il quale finì con solenne
processione. Né tutto questo peggiorava il male; ché anzi il 15 luglio non si ebbe verun
caso di peste (...) e fatta la quarantena il 3 settembre 1625 la città fu dichiarata
libera, e la liberazione fu ascritta a miracolo della santa patrona".53
In verità il contagio riprese vigore sin dal dicembre 1625, per l'andirivieni con i paesi
dell'interno dell'isola, dove l'epidemia non mostrava segni di declino. I lazzaretti,
d'altronde, furono chiusi solo il 15 luglio 1627.54
Un paio di settimane dopo l'invenzione delle reliquie, il 15 agosto 1624, il cardinale
Doria elesse santa Rosalia prima protettrice della città, ratificando contemporaneamente
il giuramento di difendere "fino alla effusione del proprio sangue" il
privilegio della Immacolata concezione. Che i medici non identificassero opportunamente il
corpo santo diventava inconciliabile con la volontà politica di restituire la fiducia
pubblica alla martoriata città. Il 13 febbraio 1625, il 28enne Vincenzo Bonelli che aveva
appena perso la giovanissima moglie e la figlioletta, fuggì sul monte Pellegrino con
l'intenzione di gettarsi dal precipizio che sta sulla cima, quando incontrò una giovane
pellegrina aureolata e vestita di nero che gli disse di essere Rosalia e, di fronte alla
recriminazione dell'uomo che le rimproverò le tribolazioni personali e della città, la
santa replicò che ciò avveniva
"ché sono molte le persone incredule e vanno cercando e facendo dispute, delle mie
veri ossi, e dubii (...). Il mio vero corpo e le mie veri ossa sono quelli che detto
signor Cardinale tiene in suo potere nella sua camera e che publicatosi il mio nome e
fattasi la processione del mio corpo e cantatosi il Te Deum laudamus, la mia città
haverà la gratia".55
Gli impose quindi di recarsi dal cardinale, minacciando la sua prossima fine: "Et per
segno di verità che io so Rosolea, tu in arrivari a Palermo caschirai amalato con detto
mali et morirai".56 Vincenzo, abbandonata l'intenzione
suicida, non eseguì subito queste disposizioni, per non dover confessare di avere
infranto le norme sanitarie che lo volevano barricato in casa, ma ad una successiva
apparizione di Rosalia "con faccia spaventevole" che gli percosse il petto e lo
rimproverò aspramente per la sua disobbedienza. Per il terrore provocato dalla
apparizione, il giovane ebbe una sincope, ma si persuase a chiamare il sacerdote e a
confessare quanto occorsogli.
Il 15 febbraio 1625, un folto collegio di periti si riunì nella sacrestia della cappella
del palazzo dell'arcivescovo per analizzare nuovamente le casse di reperti portati giù da
monte Pellegrino e fece una prima distinzione tra ossa di morti recenti e ossa
fossilizzate, certamente più antiche. Le prime "eran brutte di colore e d'odore non
grato, avviluppate non di pietra, ma di terra fezosa (fecciosa) e rompendole si trovavano
(...) cariose e nere", le seconde "non havean segno di corructela né
putrefactione",57 anzi erano incastonate nella pietra
"con tanta dilicateza, lucideza et belleza tra massa di dura, ma lucida, et quasi
d'amatisti, berilli et cristalli contesta pietra, hanno una lucida chiarezza (...) et un
grato et piacevole odore (...) una sì densa e vaga ingastatura (incastonatura) che si
rappresentano come cosa mirabile (...) difesi et regulati da virtù divina".58
Inoltre, "sibeni secondo le regole et arte della medicina non ci è segno cierto
nell'ossi che mostri esser più presto di maschio che di femmina", "poiché
inclinano al piccolo",59 per la delicatezza di alcune
ossa, di grana molto delicata, "spugnosa e bionda" (poiché le donne hanno un
temperamento freddo e umido, hanno anche più delicatezza e bianchezza nelle carni,
"della quale bianchezza partecipano l'ossa"),60 i
medici giudicarono che i reperti fossero appartenuti ad una donna. Infine, per la
specialità della conservazione, ma soprattutto per l'"admiratione e tenerezza
interna di cuore" provate durante l'indagine, essi furono di fermo giudizio che
questi elementi procedessero "da cosa sopranaturale et occulta".61
Erano cioè ossa sante, anzi le ossa di santa Rosalia, poiché era lei che cercavano.
Era fatta, si poteva ora procedere alla consegna del "prezioso tesoro",
racchiuso dentro un'urna al senato palermitano che ne avrebbe custodito le chiavi.
La santa e il trionfo della città
"Palermo si appropriava così della potentia di santa Rosalia e di monte
Pellegrino"62 e governava attraverso i gesuiti, che si
sostituirono subito ai francescani63 nella promozione della
devozionalità, la riformulazione di un culto urbano che, nato nel clima della peste come
ricompensa per la deprivazione dei tradizionali sistemi funerari nel tempo della epidemia,
riassestò e ricompose la legittimità del governo della città e del suo vescovo-viceré.
La storia dei santi si intrecciava con la storia municipale nella decisiva fase della
costruzione di una città capitale del Regno.
Il regno di Filippo III ridisegnò la vocazione della città e della sua classe dirigente:
il processo di "finanziarizzazione dell'economia" (con il ruolo decisivo del
credito nel rapporto con la corona) e di "cortigianizzazione" dell'aristocrazia64
produsse una nuova classe dirigente, composta prevalentemente da burocrati dell'apparato e
delle magistrature statali, da mercanti e fornitori della corona. A ciò corrispose una
nuova definizione urbanistica della Palermo vicereale che equivalse ad una rifondazione
della città. Essa assunse "nuove connotazioni con l'insediamento degli ordini
religiosi e la riqualificazione della sede municipale, di quella arcivescovile e di quella
vicereale".65 Le trasformazioni urbane, il taglio di
via Maqueda, "uno dei progetti più ambiziosi di tutta l'urbanistica europea (...)
che riformulava l'intera configurazione della città (...) ed enfatizzava lo spazio del
potere cittadino, ordinò la città secondo gli ideali di una società gerarchica".66
Lo sfondamento di antichi quartieri medievali, la disgregazione del quartiere ebraico e la
riarticolazione dello spazio urbano a partire dagli insediamenti degli ordini monastici,
collocarono il centro della città nel palazzo pretorio e nella piazza circostante.
Da una città somma dei suoi quartieri si passava ad una unica grande città con la
vocazione della capitale. Da una somma di sante protettrici "locali" che ancora
riecheggiavano forme di religiosità pre-cristiane ad un unico, o quantomeno principale,
patronato cittadino. Le Vitae Sanctorum Siculorum del gesuita Ottavio Gaetani a cui ho
già fatto cenno, rappresentarono un progetto di agiografia "nazionale",
concepita nel cima politico e nella convinzione di una possibile stabilità per la Sicilia
politica all'ombra della cattolica Spagna, che ben presto nel corso del Seicento, per i
rapporti sempre più difficili tra monarchia e ceti dirigenti locali, slittò verso una
valenza "municipale". Inaugurata dalla scuola bollandista (dal nome del gesuita
Bolland) una severa critica filologica alle fonti nella scrittura delle vite dei santi, le
ragioni dell'edificazione dovettero convivere con i criteri più scientifici della ricerca
archivistica ed archeologica. Il santorale cittadino mostrava i suoi limiti: delle quattro
patrone Cristina era straniera, Agata contesa dalla città di Catania, Oliva "avvolta
da una densa nube di incerte ed oscure notizie, le quali, non soltanto non permettono di
darle una precisa personalità e di assegnarle una cronologia sicura, ma fanno anzi
sospettare della sua stessa esistenza storica".67 La
stessa incertezza circonda Ninfa, la cui "esistenza storica è piuttosto problematica
(...), associata al non meno leggendario Mamiliano, vescovo di Palermo"; la sua Vita
è stata considerata dai Bollandisti "apertissime fabulosa"68
ed anzi si è portati a ritenere che si sia trattato della "corruzione di
un'indicazione topografica assurta agli onori della santità".69
Nella Vita dei santi Mario e Marta, infatti, si legge che quest'ultima "in Nympha
necata est", cioè viene uccisa in un pozzo. "Locus ad Nymphas dictus, inter
viam Corneliam et Portuensem (della città di Roma) situs est, qui corrupto nomine vulgo
hodie dicitur Sancta Nympha", dove ci sono le vestigia di una antica chiesa. Per
l'abbondanza delle acque il nome del luogo è detto "ad Nymphas".
Lo stesso problema poteva insidiare anche il culto di Rosalia, la santa dei morti,
mediatrice dalla sua postazione sul monte nel rapporto del mondo dei vivi con l'al di là.
Uno storico dell'arte ha notato come la simbologia delle prime immagini di Rosalia siano
il teschio, il libro chiuso, la clessidra, "tutti simboli di morte";70
ma anche il bastone da pellegrina allude allo speciale pellegrinaggio di chi va e viene -
e perciò accompagna chi va - dal regno dei morti. La Rosalia è, d'altronde, la festa
delle rose che rientra nel culto dei morti degli antichi romani che la celebravano tra
l'11 maggio e il 15 luglio; la domenica di Pentecoste è la Pasqua delle rose o Pasqua
rosata e molto a lungo nella stessa simbologia cristiana la rosa bianca è collegata
simbolicamente alla morte.
La Rosalia ormai cristianizzata del tempo della peste tradiva la memoria di tutto ciò,
nella straordinaria e spontanea diffusione del suo culto, ormai incoraggiato dalle
gerarchie ecclesiastiche. Esso rispose alla "fame di ritualità sacra", di cui
parla Valerio Petrarca, derivante dai divieti del seppellimento in chiesa, dal divieto
delle forme di cordoglio rituale, della nudità e della promiscuità dei cadaveri, sepolti
con poco decoro sotto la calce viva. Vincenzo Bonello raccontò della morte della moglie e
aggiunse:
"Mi lasciò una figliuola, che venendoli il male contagioso io non la rivelai né al
deputato né al custode che ogni matina venìa a sentire per tutta la contrada se vi
fossero ammalati; (...) medici miei amici m'ordinavano quello che io li dovea fare e io la
medicava con i miei proprie mani secretamente, però alla fine se ne morì, e morta che fu
si fece nera e l'uscirono le peticchie e non fu possibile celarla più, che nessun medico
mi volse far fede per farla andare alla chiesa, (...) e fatta vedere dalli medici infetti
dichiarorno che si fosse morta di male di contagio, onde se ne andò al luogo solito con
il carrozzone, come gli altri.71
Il luogo solito era una fossa comune, nella campagna circostante, dove senza alcuna
ritualità i corpi venivano sconciamente evacuati, denudati e bruciati nella calce viva.
Di tutti gli orrori della epidemia, la visione più insopportabile era quella dei
"corpi di li Christiani / Nudi trafitti in campagna ittati", la calce posta
sopra e sotto i cadaveri "pri spulpari la carni, ardiri l'ossa".72
E tutto questo si era dovuto osservare, insopportabilmente, dei propri amici e dei propri
congiunti. Insisterei sull'origine pestifera della rinascita popolare del culto: ciò non
toglie che la gestione della devozione riempia il culto di nuovi significati simbolici,
spesso utilizzando gli stessi "segni". Che fanno decisamente parte della
costruzione della città di Palermo, come capitale del viceregno siciliano.
Il cardinale Giannettino Doria è un personaggio tanto cruciale quanto poco conosciuto del
primo Seicento; eletto arcivescovo di Palermo nel 1608, "si legò ben presto al
blocco di potere palermitano composto dalla nuova nobiltà filospagnola e dai mercanti
appaltatori di imposte: blocco ben consono agli interessi commerciali di casa Doria e
della colonia genovese a Palermo".73 Fu per ben quattro
volte Presidente del Regno ed ebbe modo, nel corso del suo lungo arcivescovato (morì a
Palermo nel 1642), di scontrarsi con il viceré, con il suo entourage, con gli altri
vescovi e con la città di Messina. All'ascesa sul soglio pontificio del filofrancese
Urbano VIII Barberini, di cui era stato un grande elettore, mise in opera un patronato
profondamente innovativo, occupandosi sia della beatificazione di Benedetto il Moro, sia
delle reliquie di Rosalia, sia ancora dell'identificazione del luogo delle spoglie di
Oliva. Ma a scorrere l'elenco dei patronati celesti della città, ne potremmo attribuire
alla sua iniziativa una percentuale elevata,74 legata
fortemente al periodo della peste e alla rivincita degli ordini monastici che ottennero di
inserire il proprio fondatore nel santorale cittadino.
La ricerca di una genealogia possibile per la nostra santa si intrecciò con l'ideologia
sacrale della monarchia francese che coniugava "regalità e santità, nazionalismo e
imperialismo, recuperando una simbologia floreale di stampo medievale e appropriandosi del
rito della rosa d'oro con cui si accostava la figura del sovrano a quella di Cristo".75
Solo nella seconda metà del Seicento, secondo l'interpretazione suggerita da Sara
Cabibbo, il modello di santità femminile di Rosalia scivolerà verso un modello
gesuitico, spagnolo e vari ordini monastici se la disputeranno a lungo.76
Dopo la peste, intanto, occorreva senza esitazione costruire una "istoria" a
cominciare dalla genealogia. Il 26 gennaio 1630 il papa Urbano VIII, con il breve Scriptam
in coelesti, diretto al Senato e al popolo palermitano, annunziava l'inserimento di santa
Rosalia nel Martiriologio Romano, dove di Rosalia si fissò l'origine palermitana, la
stirpe regale "ex regio Caroli Magni sanguine" e la vita romita nella spelonca
della montagna. Rosalia diventò figlia di Sinibaldo, uno dei cavalieri di re Ruggero e di
Maria, seconda cugina del futuro re Guglielmo; si scoprì persino che ebbe una balia di
nome Laurica e una cameriera di nome Antonia; che i genitori volevano maritarla con il
giovane Balduino, cugino del padre, per sfuggire al quale la giovane si rifugiò nella
grotta della Quisquina, ecc. ecc.77 Il culto sarà costruito
nei decenni successivi: l'8 e il 9 giugno 1625 ci fu il pubblico ringraziamento che la
santa stessa aveva preteso per la presunta liberazione dalla peste, ma dopo tale data
occorse aspettare il 1649 perché il senato palermitano decidesse di fare del
ringraziamento pubblico alla santa il momento più importante della vita festiva civile e
religiosa.
Nel 1647 c'era stata una grave carestia e nel 1648 una sanguinosa guerra civile, peste,
carestia e guerra furono i tre flagelli contro cui venne richiamata la protezione della
santa. La pratica festiva barocca fu il terreno ideale per la riproposizione di valori
municipali: il "festino" celebrò il trionfo della santa, ma nello stesso tempo
la magnificenza del Senato, usò l'intera città come spazio scenico, mobilitò
committenze dell'aristocrazia, del clero, delle confraternite, delle "nazioni",
mise al lavoro le maestranze, comprese giostre cavalleresche, giochi d'animali, fuochi
d'artificio, spettacoli d'ogni genere e rappresentò la configurazione simbolica della
gerarchia e dell'ordine sociale.78 Il festino diventò il
Trionfo, la glorificazione della città e dei suoi governanti. Opportunamente è stato
osservato come la sua spettacolarità sia da fare risalire agli anni successivi al
1676-1680, dopo la repressione della insurrezione secessionistica della città di Messina
che, fino a quella data, aveva duramente conteso a Palermo il suo ruolo di unica capitale
dell'isola. Crollate le ambizioni della città dello stretto, "il Senato di Palermo
conferì alla sua festa più importante i caratteri fastosi di un'auto celebrazione
trionfalistica".79
Prestigio, diletto, devozione, i caratteri della festa barocca, assunsero le sembianze
della Santuzza, celebrando però il Genio della città.
Note
1 Dei numerosi manoscritti del gesuita Ottavio Gaetani (1566-1620), conservati
presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, vennero pubblicati postumi i due
volumi della monumentale Vitae Sanctorum Siculorum, Palermo 1657 (la parte riguardante
Rosalia è nel vol. II, pp. 146-172). Sull'opera del Gaetani cfr. S. Cabibbo, Il Paradiso
del Magnifico Regno. Agiografi, santi e culti nella Sicilia spagnola, Roma, Viella, 1996.
2 A. Amore, Rosalia, in "Bibliotheca Sanctorum", Roma, Città Nuova Editrice,
1968, vol. XI, col. 427. Ma cfr. soprattutto De S. Rosalia Virgine, eximia contra pestem
patrona, in Monte Peregrino prope Panormum in Sicilia, in "Acta sanctorum" die
quarta mensis septembris, Anversa, 1748, t. II, pp. 278-414.
3 A. Amore, Rosalia, cit., col. 428.
4 Il documento è citato in P. Collura, Santa Rosalia nella storia e nell'arte, Palermo,
Flaccovio, 1977, p. 125. Nel 1257 un testamento parla della chiesa di santa Rosalia, già
esistente e presumibilmente identificabile con quella della contrada Olivella, ritenuta
costruita sul luogo dove era sorta la casa della sua famiglia con giardino, cortile
porticato e pozzo. Ancora nel 1292 dentro la cattedrale di Palermo esisteva un altare
dedicato alla santa, con annesso beneficio, assicurato ad un alto funzionario della corte.
5 Ivi, pp. 54-55.
6 Cfr. tra gli altri P. Preto, Peste e società a Venezia, 1576, Vicenza, Neri Pozza,
1978.
7 C. Valenti, La peste a Palermo nell'anno 1624, in AA. VV., Malattie, terapie e
istituzioni sanitarie in Sicilia, Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospitaliera,
Palermo, 1985, p. 173.
8 Capitoli, Ordinazioni, Lettere ed Atti diversi della felice Città di Palermo dall'anno
1582 al 1745, Palermo, 1745, p. 540 e sgg.
9 Il medico Giuseppe Fontana, protomedico delle Galere di Sicilia e barone di Maliti a S.
A. Serenissima, sotto il 12 luglio 1624, in Biblioteca Comunale di Palermo (d'ora in poi
BCP), ms. ai segni QqH59, n. 8.
10 Breve relazione di quanto è passato in Palermo nel tempo della peste, dal principio di
giugno 1624, che dimorò il male la prima volta in detta città, ora in S. Salomone
Marino, La peste in Palermo negli anni 1624-1626. Relazione di anonimo, in "Archivio
Storico Siciliano", a. XXX, n. s., 1905, p. 229.
11 Alcune ordinationi sopra il regimento che fece F. Ingrassia consultore e deputato in
medicina al tempo della peste l'anno 1575, Palermo, 1624. Vi si consigliava la quarantena
per i sospetti, lavaggi e ventilazioni per le "robbe" e gli animali domestici,
calcina per i muri. "La purificazione dei corpi umani si farà radendo tutti i peli e
lavandosi con acqua, liscìa in cui siano cotte rose, viole, rosmarino, lauro, cipresso,
pampine e scorze di cirri o di aranci, limoni, basilicò, vino con aceto". Ivi,
passim.
12 "Io mi truovo nel lazzaretto perché venne voluntariamente a servire, ma mi
pagavano e stava nella dispenza"; testimonianza del genovese Bernardo Turcello,
paggio. "Io era carcerato nella Vicaria e fui condennato a servire gli infetti e sono
cuoco maggiore e venne sano senza niuna infermità"; testimonianza di Iacopo Raimundo
del 18 ottobre 1624. "Io fui pigliato per forza dal Signor Peritore (Pretore) per
servire l'infermi e particolare per lavare, e mi fu fatta l'incentione (l'ingiunzione),
sotto pena della frusta (...) essendo sano e gagliardo"; testimonianza di Bartolomeo
Papa, del 17 ottobre 1624. "Io sono stato pigliato per forza per segetteri (poiché
sono sediaio) e servire gl'infetti"; testimonianza di Franco Consolino, del 26
ottobre 1624. Tutti in Originale delli testimonij di Santa Rosalia, ms. BCP, ai segni
2QqE89, trascritto a cura di R. C. Giordano, Palermo, Biblioteca Comunale, 1997, pp. 110,
116, 151 e 186.
13 Testimonianza di Pietro Galofaro, del 30 gennaio 1625, ivi, p. 221.
14 Cfr. testimonianza di don Francesco Moscarella, di don Vincentio d'Amato, don Gioseppi
Pasqua, ivi, pp. 222-225.
15 Tra i quali era annoverato fra' Benedetto, "vecchio e di colore nigro",
probabilmente parente di fra' Benedetto da San Fratello, vissuto sul monte prima della
conventualizzazione nel 1562 presso il convento di Santa Maria di Gesù e morto in fama di
santità a Palermo nel 1589, di cui si erano già celebrati i primi processi per la
canonizzazione. Sulla vicenda di Benedetto da San Fratello, cfr. G. Fiume- M. Modica, San
Benedetto il Moro. Santità, agiografia e primi processi di canonizzazione, Palermo,
Biblioteca comunale, 1999.
16 Testimonianza di Vito Amodeo del 16 luglio 1624, in Originale delli testimonij, cit.,
p. 2.
17 Idem, p. 3. La collana di corallo rosso, indossata dai neonati oppure dalle balie, era
usata scaramanticamente a protezione contro le malattie esantematiche, perché nel
vocabolario magico il corallo serve a tenere lontano il malocchio, forse a causa della sua
origine mitica dal sangue della testa mozzata della Medusa. Spesso si associava all'ambra
a cui veniva attribuito il potere di attirare le cose positive.
18 Le "polizze" sono brani di pergamena o di carta vergine, tratta dalla
membrana amniotica, su cui venivano scritte delle invocazioni, preghiere ed orazioni e
usate per talismano, se portate addosso, o interrogate sul futuro o sulla collocazione di
tesori se gettate in aria. Avevano insomma una funzione mantica.
19 Ivi, p. 4.
20 Testimonianza di fra' Giovanni Maria da Randazzo del 18 luglio 1624, ivi, p. 16.
21 Testimonianza di fra' Giuseppe da Ragusa, ivi, p. 19.
22 Testimonianza di Mastro Filippo Larbuzza, tessitore del 18 luglio 1624, ivi, p. 12.
23 J. M. Sallmann, Chercheurs de trésors et jeteuse de sorts. La que^te du surnaturel à
Naples en XVIe siècle, Paris, Aubier, 1986.
24 Testimonianza di Ioan Domenico Costa del 23 luglio 1624, in Originale delli testimonij,
cit., p. 29.
25 Ibidem.
26 Oppure erisipela, è una eruzione cutanea a chiazze rosse migranti, provocata da
streptococchi specifici.
27 S. Pauluzzi, Peste, in "Enciclopedia Medica Italiana", Firenze, Edizioni
Scientifiche , 1984 (4), vol. XI, coll. 1857-1866.
28 Testimonianza di don Francesco Morso del 30 gennaio 1625, in Originale delli
testimonij, cit., p. 229.
29 Testimonianza di Maria Morso del 31 gennaio 1625, ivi, p. 232.
30 Ibidem.
31 Cfr. l'opera di sistemazione della materia del Protomedico Generale dello Stato
Pontificio, Paolo Zacchia, Quaestiones medico - legales (1623), Venezia, 1751 ed in
particolare libro IV, titolo I, De Miraculis.
32 Testimonianza di Agata Morso del 30 gennaio 1625, in Originale delli testimonij, cit.,
p. 227.
3333 Testimonianza di Ioan Domenico Costa, ivi, p. 29. Beatrice di Martino guarisce
dall'idropisia, "forchè nelle gambe, le quali non sonno totalmente sanati ma sonno
meglio di prima, però nel resto ha riacquistata la salute", ivi, p. 58. Catarina la
Sammorcata confessa: con l'acqua "subito mi spirò il bozzo lasciandomi la
febre", ivi del 19 ottobre 1624, p. 123.
34 Testimonianza di Maria di Martino del 25 luglio 1624, cit., p. 56-7. Il marchese della
Rocca, don Pietro Valdina, soffre di coliche renali, durante le quali assume l'acqua
miracolosa "et si giudica essere stato miraculo della ditta santa Rosolea poiché,
essendo solito buttare petra la converse in rina (sabbia), et di tando (da allora) in poi
non ha havuto cosa nessuna ma have andato buttando rina et alcuni petrulli". Ivi, del
24 agosto 1624, p. 79. Angiola la Fontana, dopo essere stata abbandonata dai medici e
avere con devozione bevuto l'acqua, "la notte sudando, la matina (la) retrovò senza
febre, sana e libera il sopradetto medico". Ivi del 17 ottobre 1624, p. 104. Pietro
Restaino, afferma: avendo bevuto l'acqua, "incomenciai a buttare certi cosi a guisa
di russa d'ova, amare come il fiele, mescolate con sangue et era la quantità di due
quartucci; pigliando di nuovo l'acqua (...) buttai di nuovo flemmi amari come il tossico
(...). Buttata questa materia, aprii l'occhi e revenne, mi cessò la febre e stette
buono". Ivi del 20 ottobre 1624, p. 134.
35 Iacopo Ramundo, aguzzino di sua Maestà, ha avuto tre ricadute e tre miracoli a
distanza di alcuni mesi, ivi del 18 ottobre 1624, p. 116; esattamente come Pietro lo
Monaco, ivi del 19 ottobre 1624, p. 131.
36 Relazione del dottor Gerardo de Natale del 5 febbraio 1625, ivi, p. 90.
37 Fra' Alfio Maraccia, inoltre, "buttò gran materia e due radiche quanto mezzo
dito", ivi del 23 ottobre 1624, p. 166; a Diana di Stefano "fu tolta tre onzi di
carne", ivi del 26 ottobre 1624, p. 188.
38 Relazione del dottor Augustino Furno del 30 novembre 1624, ivi, p. 208.
39 Relazione del dottor Pompilio Anastasio dell'ultimo di febbraio 1625, ivi, p. 237.
40 Relazione del dottor Francesco Guerrieri s. d. ivi, p. 243.
41 Testimonianza di Gioan Andrea Montalto del 22 novembre 1624, ivi, p. 217.
42 Testimonianza di Francisca d'Arco del 17 ottobre 1624, ivi, p. 106.
43 V. Lanternari, Antropologia del sogno, in Id., Antropologia e imperialismo, Torino,
Einaudi, 1974, p. 143.
44 Testimonianza di Geronima la Gattuta del 19 luglio 1624, in Originale delli testimonij,
cit., p. 23.
45 Testimonianza di Antonio Agliata dell'11 settembre 1624, ivi, p. 94.
46 V. Petrarca, Di Santa Rosalia vergine palermitana, Palermo, Sellerio, 1988, pp. 53 e
55.
47 P. Brown, Il culto dei santi. L'origine e la diffusione di una nuova religiosità,
Torino, Einaudi, 1983, p. 128.
48 Nel lazzaretto del Borgo i malati erano assistiti spiritualmente dai frati del vicino
convento di Santa Lucia, fra' Giacinto da Marineo, dei minori conventuali riformati di S.
Francesco è il redattore delle testimonianze dei miracoli e fra' Adriano, confessore
nello stesso lazzaretto, offre l'acqua "e tutti ne piglia(rono) con gran
divotione". Così Iacopo Ramundo, in Originale delli testimonij, cit., p. 115.
49 Il bando è del 25 febbraio 1625 e sta nella Biblioteca Centrale della Regione
Siciliana, ai segni VI E 4.
50A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1850, in
"Biblioteca di Storia della Medicina", Bologna, rist. an. 1973, vol. IV, p. 654.
51 G. Cascini, Di Santa Rosalia Vergine palermitana libri tre, Palermo, 1651, p. 63.
52 Ivi, pp. 64-66.
53 A Corradi, Annali delle epidemie, cit., pp. 654-655.
54 S. Salomone Marino, La peste in Palermo negli anni 1624-26, cit., p. 225.
55 Testimonianza giurata di Vincenzo Bonello del 13 febbraio 1625, in Originale delli
testimonij, cit., pp. 259-260.
56 Ivi, p. 256.
57 Relazione del dottor Giovanni Francesco Fiochetti, ivi, p. 246.
58 Relazione del dottor Francesco Guerreri, ivi, p. 247.
59 Relazione del Protomedico dottor Gioseppe Pizzuto, ivi, p. 248. Questa è l'unica
relazione che non parla della santità dei reperti ritrovati e della difficoltà della
stessa attribuzione ad un corpo femminile, in assenza del ritrovamento dell'ilio.
60 Seconda relazione del dottor Francesco Guerreri, ivi, p. 251.
61 Relazione del dottor Herosimo Salato, ivi, p. 245. Relazioni analoghe rilasciano anche
i dottori Hieronimo Spucces e Lorenzo de Natali.
62 V. Petrarca, Di Santa Rosalia, cit., p. 63.
63 Alla fine del Cinquecento erano stati i francescani a diffondere il culto di santa
Oliva e a cercarne il corpo nell'ex chiesa di Cosma e Damiano, sotto la sacrestia di casa
Professa. Essi accusarono nel 1600 i gesuiti di avere trovato il corpo della santa, di
averlo trafugato e di averlo consegnato al Duca di Feria per portarlo in Spagna. La folla
fece pressione sul Senato e sull'Arcivescovo per avere restituito il maltolto e
quest'ultimo lanciò la scomunica, proclamandola oralmente, a cavallo, in mezzo alla folla
che assediava e lanciava sassi contro Casa Professa. Vedi G. Agnello, La Santa Oliva di
Palermo nella leggenda popolare e nella tradizione letteraria, in "Archivio Storico
Siciliano", serie III, vol. VIII, 1956, pp. 190-192. Gli ultimi scavi avvennero per
ordine del Senato nel 1659: vi partecipò tutto il popolo e si scoprì un antico cimitero
cristiano.
64 Così F. Benigno, Aristocrazia e Stato in Sicilia all'epoca di Filippo III, in M. A.
Visceglia, Signori, patrizi, cavalieri nell'età moderna, Bari-Roma, Laterza, 1992, p. 92.
65 A. Cuccia, L'immagine scolpita di Santa Rosalia, in AA. VV., La rosa dell'Ercta.
1196-1992, Palermo, Dorica, 1992, p. 135.
66 S. Troisi, La via Maqueda, in De Seta, M. A. Spadaro, S. Troisi, Palermo città d'arte,
Palermo, Ariete, 1999, p. 34. Ma sullo sviluppo urbanistico di Palermo vedi C. De Seta -
L. Di Mauro, Palermo, Roma-Bari, Laterza, 1980.
67 A. Amore, Oliva, in "Bibliotheca Sanctorum", cit., vol. IX, 1967, col. 1165.
Siciliana di nobili natali sarebbe stata esiliata a Tunisi, dove venne uccisa per non aver
voluto apostatare. Nel medioevo si credette che il suo corpo fosse a Tunisi ed ancora nel
1402 il re Martino di Aragona lo richiese al califfo di quella città. Il culto potrebbe
essere stato portato dall'Africa per la "falsa interpretazione del nome della grande
moschea": la Moschea dell'Ulivo (accanto a cui peraltro c'era un'altra Moschea,
chiamata del Pioppo), diventò Moschea di S. Oliva. La più antica immagine di Oliva,
forse del XII secolo, attualmente al Museo nazionale di Palermo, la raffigura insieme a
Venera e Rosalia. Vedi G. Agnello, La Santa Oliva di Palermo, cit., pp. 151-193.
67 A. Amore, Ninfa, in, "Bibliotheca Santorum", cit., col. 1009.
69 Ivi, col. 1010.
70 M. C. di Natale, Santa Rosalia. Simboli e immagini, in AA.VV., La rosa dell'Ercta,
cit., p. 154.
71 Testimonianza di Vincenzo Bonello del 13 febbraio 1625, in Originale delli testimonij,
cit., p. 258.
72 P. Follone, La Rosalia, poema epico, Palermo,1651, p.152.
73 M. Sanfilippo, Doria Giannettino, in "Dizionario Biografico degli
Italiani", Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1992, vol. XLI, p. 345. Ma cfr.
anche S. Pedone, Il cardinale Giannettino Doria, in AA. VV., Genova e i Genovesi a
Palermo, Palermo, Istituto Storico Siciliano, 1982, pp. 111-125 e soprattutto R. Pirri,
Sicilia sacra, Palermo, 1733, vol. I, p. 222 sgg.
74 Negli anni 1622-1650, tra i "santi patroni principali", oltre ad Agata, Oliva
(elette nel 1602 e 1606)e ai più antichi Cristina, Ninfa, Rocco, Filareto, Sebastiano,
troviamo S. Rosalia, S, Mamiliano, S. Agatone, S. Giovanni Teriste (1624); tra i
"santi patroni ordinari eletti dal Senato", troviamo: "S. Filippo Neri
(1622), S. Ignazio, S. Francesco Saverio, S. Andrea di Avellino (1624), S. Francesco di
Paola, beato Lorenzo Giustiniano, S. Domenico, S. Francesco d'Assisi, S. Isidoro, S.
Teresa (1625), S. Angelo Carmelita, S. Agostino, S. Alberto (1626), i 23 Martiri
giapponesi, S. Benedetto, S. Sergio (1628), S. Andrea Corsino, beato Gaetano da Thiene
(1629), S. Barbara (1648), S. Nicolò da Tolentino (1650). Poi i decreti di Urbano VIII
detteranno nuove regole per il santo patronato cittadino. L'elenco è di F. Pollaci
Nuccio, Di Santa Rosalia e Santi Patroni della Città di Palermo, in "Nuove
Effemeridi Siciliane", vol. VI, serie III, 1876, pp. 261-264.
75 S. Cabibbo, Catene d'inventioni. Cittadine sante a Palermo fra XVI e XVII secolo, in G.
Fiume - M. Modica (a cura di), Il santo e la città, Venezia, Marsilio, in corso di
pubblicazione.
76 In particolare P. A. Tornamira, Idea congetturale della vita di S. Rosalia, vergine
palermitana, monaca e romita del Patriarca San Benedetto, Palermo, 1668, la vuole non solo
monaca, ma persino badessa del monastero di S. Maria di Buffiniana, passato
successivamente sotto la regola di S. Basilio (da qui l'equivoco che Rosalia possa essere
stata monaca basiliana). Passato l'anno di approbatione in una grotta a Monreale,
cambiando le vesti con l'abito romito e la fune, passa poi a Quisquina, dove ha delle
compagne e un padre spirituale. Pronunciati i voti solenni, vi aggiunge il quarto voto
benedettino della perpetua reclusione e, passata a Palermo su invito della regina
Margherita, si fa chiudere nella grotta di monte Pellegrino, con una liturgia pubblica.
Con lei stanno altre venti romite. La discussione provocata dal libro, produce dello
stesso autore Risposte ad otto domande sopra l'idea congetturale della vita di Santa
Rosalia, Palermo, 1670.
77 Le agiografie di Rosalia sono innumerevoli; qui faccio riferimento a G. Galeano, La
santa Rosalia vergine romita palermitana, Palermo, 1653 e a P. Follone, La Rosalia, poema
epico, Palermo, 1651.
78 Sul festino esemplari gli studi di G. Isgrò, Feste barocche a Palermo, Palermo,
Flaccovio, 1981.
79 R. Santoro, Il carro come rappresentazione, in AA. VV., La rosa dell'Ercta, cit., p.
193.