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Città di Palermo - Home Page

 

Testimonianze del passato

René Bazin Il grande pellegrinaggio
Patrick Brydone Omaggio alla Santa
Dominique Vivant-Denon La festa nel Settecento
Wolfgang Goethe Visita alla grotta
Jean Houel Il carro del 1776
William Agnew Paton Ascensione al monte
Giuseppe Pitrè Ritorno alle antiche feste
dal Diario di Antonino Mongitore 1724
 

Il grande pellegrinaggio

René Bazin

Sì, la città è in festa. Molti balconi sono illuminati. Negli angoli delle strade, le immagini dei santi, circondate da drappeggi ornati con carta dorata, con mazzi di fiori posati o attaccati alle mezzelune di ferro, di lampadine o di candele accese, brillano nella notte calma. i passanti, più numerosi del solito, seguono quasi tutti la stessa direzione: scendono verso il mare. Fra loro, gruppi di contadini delle campagne vicine, con costumi pittoreschi; gli uomini portano il berretto cascante, le donne vestono con gonne vistose e grembiuli a fiorami. Evidentemente, c’è questa sera un appuntamento popolare che agita tutta la provincia. È il 3 settembre. Domani la Chiesa celebra la festa di santa Rosalia, patrona di Palermo, e, questa notte, fedele alle tradizioni, il popolo si reca in folla verso l’oratorio della santa eremita, verso la grotta che domina il mare, in cima al monte Pellegrino.

La festa del 15 luglio, data dell’invenzione delle reliquie della santa, la processione, le illuminazioni, i fuochi artificiali per i quali il consiglio comunale vota, ogni anno, delle somme considerevoli, sono celebri in tutta Europa. il grande pellegrinaggio del 3 settembre lo è di meno e la sua fama non oltrepassa di molto i confini della Sicilia. Non ci sono colpi di cannone, né uno spiegamento della forza pubblica, ma è una manifestazione più originale forse e altrettanto viva della devozione siciliana; ecco almeno quanto ci avevano annunciato e che stavamo per vedere, al nostro rientro dallo Zucco.

Subito, a piazza Lolli, prendo una carrozza e dico al cocchiere di portarmi al píe’ di monte. In pochi minuti, siamo nei quartieri vicini al mare e la folla aumenta nelle vie più strette; folla allegra ma non chiassosa. Si va a gruppi verso monte Pellegrino: padre, madre, figli, tutta la nidiata. Dialoghi, in cui dominano le vocali sonore, si scambiano tra la strada e le finestre gremite. Piccoli venditori ambulanti, che trasportano sul ventre le proprie mercanzie, decorate con carta trasparente, corrono, girano, si incrociano, scompaiono come stelle filanti. Molti vanno a piedi, ma ce ne sono ancora di più nelle vetture. Dieci, dodici, quindici persone stanno, strette come chicchi di uva nera, sui minuscoli carretti del paese. La parte anteriore, la parte posteriore, le stanghe, i predellini, i laterali, tutto è sovraccarico. il cavallo con i pennacchi trotterella comunque allegramente. Nella notte, davanti a noi, la massa bluastra della montagna si staglia alta sull’orizzonte. È lontano, oppure vicino? Non lo so. Sembrerebbe una nuvola temporalesca, dalle forme rotonde, in mezzo alla quale si contorce una spirale luminosa, formata da un’infinità di puntini dorati. Sono i ceri, le lanterne, le torce dei pellegrini che salgono i tornanti del pendio, verso la grotta dove la dolce vergine, figlia del duca Sinibaldi, amante della solitudine e della contemplazione, visse e morì ignorata, penitente e raggiante. La leggenda è carina e ne riparlerò senz’altro. In questo momento, ventimila persone circa ci precedono o ci seguono. Nella strada dei sobborgo in cui entriamo, le vetture, pressate le une contro le altre, avanzano passo dopo passo. Lo spettacolo prende un colore intenso. Ai due lati della via sono accesi dei fornelli che sbarrano con bagliori rossi l’onda umana che avanza. Si vendono fritture di ogni genere, e piccoli ceci arrostiti, la simenza, una specialità siciliana. Altri venditori offrono ventagli di santa Rosalia, montati su un pezzo di canna e decorati con frange multicolori; altri ancora vendono torce, carte trasparenti, limoni, fichidindia. Vedo due o tre case aperte, vividamente illuminate, in cui si balla. Le fiaccole si accendono a centinaia, in mezzo ai gruppi. Si distinguono, nei raggi danzanti della luce, delle teste dai capelli crespi, fisionomia rurali di stupendo rilievo, serie, vivaci, in cui si sente la passione a fior di pelle, uomini armati di fucili, in piedi sui carretti, coppie di giovani contadini, venuti da lontano, che camminano affiancati, seri nei loro abiti nuziali. Forse la novella sposa ha seguito l’antica tradizione e fatto scrivere nel contratto di matrimonio che suo marito, almeno il primo anno, l’avrebbe accompagnata al pellegrinaggio di santa Rosalia. Porta tutta la piccola ricchezza della propria vita: la sua aria giovanile e felice, e il suo grembiule di seta, ancora segnato dalle pieghe rigide delle cose nuove. Alcuni canti si innalzano qua e là, mormorati dapprima da poche voci, poi ripresi in coro, su un tono strascicato, in dialetto siciliano.

Presto la carrozza si ferma. Siamo ai piedi del monte, in mezzo ad un vasto terreno sassoso, piantato di ulivi. Attraversiamo la folla brulicante che canta. Oh! che accampamento singolare! Sotto gli alberi, uomini, donne e bambini dormono distesi sulla nuda terra. Il cavallo o la mula da una parte, il carretto dall’altra, li proteggono, separando le varie famiglie. Alcuni pellegrini hanno attaccato ai rami delle coperte, come un tetto bruno. Altri, seduti in cerchio, attendono l’ora di partire oppure vegliano sui dormienti. Tutti questi gruppi silenziosi, avvolti d’ombra azzurra, danno l’idea di una tribù di nomadi, fermatasi un momento nella propria corsa per riposarsi e per percorrere l’indomani una tappa difficile, mentre, proprio in mezzo alla pianura, tracciando una linea luminosa, una seconda tribù, nella confusione pittoresca e nel rumore di una marcia notturna, tenta di scalare la montagna. Questi, che proseguono la strada, andranno a dormire a due ore di cammino da qui, sull’altopiano brullo del Pellegrino, ascolteranno una messa all’alba e ridiscenderanno con il nuovo giorno. Salgono a piedi. Le loro torce in movimento disegnano, fino alla cima, i tornanti del monte. Ci sono piccole luci, molto in alto, molto lontano, che raggiungono le stelle, come se un gran colpo di vento, soffiando sul fuoco di un pastorello, portasse in spirale questi fasci di scintille. 

 

Omaggio alla Santa

Patrick Brydone

Ieri salimmo sul monte Pellegrino per rendere omaggio a S. Rosalia e per ringraziarla della varietà degli svaghi procuratici. Si tratta di una delle più faticose escursioni fatte in vita mia. La montagna è altissima ed eccezionalmente erta, la strada che vi conduce è chiamata con nome molto appropriato: la Scala. Prima della scoperta di S. Rosalia era ritenuta inaccessibile, ma ora, con grandi spese venne costruita una strada che taglia i precipizi. Trovammo la santa giacente nella sua grotta, nell’attitudine in cui sarebbe stata scoperta: col capo dolcemente reclinato sulla mano e con davanti un crocifisso. C’è pure una statua di marmo bianchissimo e di squisita fattura; è collocata nell’interno della caverna, nello stesso punto ove spirò S. Rosalia, e rappresenta una piacente fanciulla di circa 15 anni in devoto atteggiamento. L’artista trovò modo di infondere in questa bellissima statua un’espressione di estrema commozione. Mai in vita mia vidi una scultura che m’impressionasse di più e non mi sorprende che si sia cattivata i cuori del popolo. È rivestita di un abito in oro battuto ed adorna di preziosi gioielli. La caverna è estremamente umida e la povera e piccola santa deve avere avuto un ricovero ben freddo e ben squallido. Attorno alla caverna è costruita una chiesa; dei custodi stanno a guardia delle preziose reliquie e ricevono le offerte dei pellegrini.

In un antro del monte Quisquina, a grande distanza da questa montagna, venne trovata un’iscrizione scolpita dalla mano di S. Rosalia stessa. Si dice che disturbata nel suo ritiro essa si rifugiasse sul monte Pellegrino, più isolato e meno accessibile. Ecco la copia di tale iscrizione nel latino della piccola e povera santa: "EGO ROSALIA SINIBALDI QUIS QUINE ET ROSARUM DOMINI FILIA AMORE DEI MEI JESU CHRISTI IN HOC ANTRO HABITARI DECREVI".

Dopo la fuga di S. Rosalia dall’antro ove fu trovata l’iscrizione, non s’ebbe sentore di lei, sinché, circa cinquecento anni dopo, le sue ossa furono trovate in questo posto.

La vista dalla vetta del monte Pellegrino è bella ed estesa. Nelle giornate serene si scorgono varie isole dell’arcipelago delle Lipari e gran parte del monte Etna che si trova all’estremo opposto della Sicilia. La Bagaria ed il Colle, coperti di numerose ville e di giardini, appaiono bellissimi da lassù. La città di Palermo, di cui si gode il panorama, dista meno di due miglia dai piedi della montagna. In occasione dell’illuminazione della città la gente sale sull’erta per ammirare il bellissimo effetto, ma noi purtroppo abbiamo tralasciato di farlo.

Circa a metà della salita si scorgono dei resti di un celebre castello e gli autori siciliani fanno risalire le sue origini alla più remota antichità. Il Massa dice che si suppone sia stato costruito durante il regno di Saturno, immediatamente dopo il diluvio, e già al tempo delle prime guerre puniche era venerato per la sua vetustà. Venne poi trasformato in fortezza ed è menzionato dagli storici greci. Diodoro nel suo 23° libro dice che Amilcare lo tenne per tre anni malgrado le forze dei Romani, i quali con un’armata di quaranta mila uomini invano tentarono di sgomberarlo.

Credo che il monte Pellegrino sia la migliore posizione per ammirare Palermo. La magnifica città si adagia all’estremità di un anfiteatro naturale, formato da alte montagne rocciose, ed il paesaggio che si estende fra la città e queste montagne è uno dei più ricchi e dei più belli del mondo. Il complesso appare quale un meraviglioso giardino ricco di alberi fruttiferi di ogni specie, bagnati da chiare fonti e da ruscelletti, che con le loro curve sinuose danno un variato aspetto alla pianura. Per la posizione singolare e la ricchezza del suolo, Palermo è stata designata con epiteti adulatori, in ispecie dai poeti che l’hanno denominata la Conca d’oro. Venne pure chiamata Aurea Valle, Hortus Siciliae, ecc.; e per abbracciare tutti questi nomi venne aggiunto il termine di Felix col quale si trova distinta nelle mappe.

Molti etimologi affermano che il suo nome originario di Panormus derivi dalla ricchezza di questa vallata, nome che in greco antico significherebbe "tutto un giardino" mentre altri dicono sia inutile cercare delle interpretazioni forzate, ed asseriscono, con maggiore apparenza di plausibilità, che fosse chiamata così dall’ampiezza e convenienza dei suoi porti e si menziona che in antico uno di questi si estendesse sino al centro della città. Questa è pure la versione di Diodoro: egli dice che si chiamava Panormus perché il suo porto penetrava appunto nelle parti interne della città. Panormus, in greco, significa "tutto un porto", e Procopio nella sua storia delle guerre dei Goti assicura che al tempo di Belisario il porto era abbastanza profondo da permettere a questo generale di spingere le navi sino alle mura della città. Oggi il nome non corrisponde più così bene come allora. Questi porti furono quasi totalmente distrutti e interrati, io credo, in seguito ai violenti torrenti che calano dalle montagne circostanti che altre volte distrussero gran parte della città. Il Fazello parla di un’inondazione di cui fu testimonio oculare, prodotta dalle acque discese dai monti con tanta veemenza da far credere che la città sarebbe stata spazzata via. Vennero abbattute le mura vicino al palazzo reale e diverta ogni cosa che si opponeva al passaggio delle acque, furono distrutti conventi, chiese e duemila case, affogarono tremila persone. Le macerie trasportate in mare da un tale torrente sarebbero sufficienti per interrare un piccolo porto, sicché non ci sorprende che il porto capace, tanto celebrato, non esista più.

Si ritiene generalmente che, dopo Camaseno, Palermo sia la più antica città dell’isola.

 

La festa nel Settecento

Dominique Vivant-Denon

Uno degli spettacoli che emoziona di più la flemma siciliana è la corsa dei cavalli che i siciliani amano con passione. È il passatempo della seconda giornata. Dei bambini di otto anni montano sui cavalli; senza sella e senza staffa, e li stringono con una forza incredibile. Ci sono tre di tali corse. Io vidi la prima dal punto di partenza, dalla porta Felice. I cavalli si trovano dietro una corda e si ha un bel da fare a contenere il loro ardore; sapendo che devono contendere fra di loro, essi già cercano di lottare, di prevenire l’un l’altro con una partenza anticipata. Un senatore, da un palco, suona una campana; si mettono allora i fantini a cavallo: essi sono seduti sulle spalle, colla testa avanzata sul collo, le gambe distese lungo i fianchi del cavallo, nella attitudine di spronarlo coi loro speroni, di cui fanno uso con estrema agilità. Al secondo colpo di campana si tira la corda, i cavalli partono e un colpo di cannone avverte il popolo lungo la via che i cavalli sono in cammino; la folla si sfalda a tempo, di quel tanto necessario per lasciare passare i cavalli; i quali fanno quanto possono, non soltanto per avanzare, ma per sbarrare la via, nuocere e ritardare la corsa a quelli che si avvicinano o li raggiungono. Un altro senatore, al termine della corsa, aggiudica il premio al vincitore; e il ragazzino è portato in trionfo, decorato delle insegne di un’aquila che gli viene passata al collo ed è acclamato da tutto il suo partito. I fornitori di questi cavalli sono dei ricchi privati, che li nutrono tutto l’anno per questo solo giorno e, non meno dei fantini, sono emozionati dal loro trionfo; tutto ciò nell’antico spirito dei giuochi olimpici, per l’onore di vincere, poiché non si applicano, come altrove, i rovinosi sistemi delle scommesse. Il Senato sostiene la spesa dei premi, che si riduce ad una quarantina di onze, cioè venti luigi per le tre corse. La prima si fa con dei cavalli del paese, la seconda colle cavalle, la terza, la più rapida, con dei bàrberi. Il secondo giorno finisce col ritorno del carro che parte dal palazzo del viceré è ritorna alla Marina, fermandosi ogni dieci passi, per far udire la musica. In tal giorno il carro è illuminato ed assieme alla luminaria della via si ottiene un effetto più abbagliante della luce del giorno.

Il terzo giorno il carro ripassa ancora e comincia a dar fastidio. Sembra che in quel giorno non lo si metta in marcia che per farlo a pezzi in piazza del Palazzo. Quella sera i fuochi d’artificio della Marina, l’illuminazione che mette in mostra tutta la bellezza di questa passeggiata, la luminaria del Càssaro e dei bastimenti in mare, si riuniscono per fare di Palermo una città incantata. Il quarto giorno, nel pomeriggio, riprendono le corse; col medesimo entusiasmo. La sera si gode lo stupendo colpo d’occhio della grande chiesa decorata e rischiarata in un modo magico. Colla protezione dell’arcivescovo potemmo godere completamente e senza alcuno sforzo questo magnifico colpo d’occhio. Tutto l’interno di questo vasto edificio è ricoperto di una nuova decorazione meno severa e più appropriata alla festa e potrebbe servire di modello a tutte le decorazioni dei genere. Dei festoni, delle ghirlande di carta e di cartone argentato, dei maliziosi specchietti, sono gli elementi di questa decorazione, organizzata e preparata con tanta arte che non si può farsi una idea della sua magnificenza. Questa architettura senza ombre è assolutamente diafana; i lumi sull’argento sembrano tante stelle scintillanti e in tutta questa luce brillante i sensi rimangono stupefatti sino all’esaurimento.

Il quinto giorno viene celebrato con un’eterna processione, iniziantesi al calar della notte, e che finisce a un’ora dopo mezzanotte. Qui si vede il gusto dei Palermitani per le macchine e quanto si esaltino nella devozione dei loro santi. Ogni congregazione porta la sua macchina colla rappresentazione di qualche scena del Vecchio o del Nuovo Testamento, figurata con delle immagini in grandezza naturale o con dei fanciulli. i conventi religiosi si incaricano del corredo di queste figure ed hanno sempre la cura di vestire e pettinare Giuditta e la Vergine all’ultima moda. Queste figure vengono portate su delle impalcature sulle spalle di trenta o trentasei uomini, che vanno a gara a far correre il loro santo più velocemente di quello degli altri, e fanno delle contromarce e ritornano sui loro passi con delle grida di trionfo veramente selvagge. Infine arriva santa Rosalia che cammina un po’ più posata, provoca il giubilo, fa inginocchiare il popolo e chiude la festa.

 

Visita alla grotta

Wolfgang Goethe

L’esterno della chiesa non ha niente di promettente e si apre la porta senza aspettazione; ma appena entrati si prova la più grande delle meraviglie. Il visitatore si trova entro una galleria larga quanto la chiesa e che si apre di contro alla navata. Vi si vedono i soliti recipienti per l’acqua santa e alcuni confessionali. La navata è come un cortile aperto e allungato: a destra è chiusa dalla ruvida roccia del monte, a sinistra da una continuazione della galleria. Il pavimento di lastre di marmo è leggermente inclinato per lasciar scorrere l’acqua piovana. Nel mezzo di questa navata c’è una fontana.

La grotta della Santa è stata trasformata in coro, senza che si sia cercato di togliere nulla della sua naturale rozzezza. Vi si arriva salendo alcuni gradini, subito dopo i quali viene il pulpito con il messale; ai due lati si distende un giro di scanni. Tutto viene illuminato dalla luce del sole entrante dall’atrio e dalla navata. L’altare maggiore è situato in fondo alla grotta, in basso.

Come ho già detto, nella grotta non si è mutato nulla. Ma poiché le rocce filtrano sempre acqua, per togliere questo inconveniente, si sono messe alle sporgenze di esse delle grondaie di piombo variamente collegate tra loro. Queste grondaie hanno tutte un brutto colore verde e quindi a vista si crede che nella grotta siano cresciuti dei grandi cactus. L’acqua viene tutta raccolta e versata in un grande recipiente dove accorrono i fedeli a farne provvista, perché credono che essa guarisca ogni specie di mali.

Avevo già osservato tutto con molta attenzione, quando mi si avvicinò un prete per domandarmi se ero genovese e se volevo far dire delle messe. Risposi che ero venuto a Palermo, in compagnia d’un genovese che aveva preferito di venire domani che era giorno festivo, e poiché uno dei due doveva rimanere sempre in casa, oggi ero venuto io per visitare le bellezze della chiesa. Il prete replicò che avessi fatto quello che più mi piaceva, che avessi pure osservato tutto e che avessi fatto le mie devozioni in tutta libertà, e dopo avermi indicato un altare laterale, come specialmente efficace, mi lasciò.

Mi voltai e, a traverso il fogliame lavorato di una grossa lampada di ottone, vidi rilucere qualche cosa. Mi inginocchiai davanti ad un cancello finemente lavorato e cercai di spingere lo sguardo nell’interno, ed al chiarore tranquillo di alcune lampade vidi una bella dama. Giaceva come assorta in una specie di rapimento, gli occhi semichiusi e la testa negligentemente posata sulla mano destra, carica di anelli. Io non potevo osservare bene la statua, ma vista a quel modo aveva uno speciale incanto. Il suo abito era formato da una sottilissima lamina dorata che imitava molto bene una stoffa riccamente lavorata in oro. La testa e le mani sono di marmo bianco e, se non hanno uno stile elevato, pure sono di grande effetto e di molta naturalezza, tanto che si aspetta quasi che la donna debba sospirare e muoversi. Le sta vicino un piccolo angelo che sembra voglia farle vento con un giglio.

In questo frattempo i monaci erano entrati nella grotta, avevano preso posto nei loro scanni ed avevano cominciato a cantare il vespero. Mi sedetti su di un banco dirimpetto all’altare e rimasi ad ascoltare per un bel pezzo; poi tornai di nuovo all’altare e m’inginocchiai con la speranza di poter osservare più distintamente la bella immagine della Santa. E mi abbandonai interamente all’incanto di quel luogo e di quella immagine.

Il canto dei monaci risuonava nella grotta, l’acqua gocciolava monotona nei recipienti, mentre le rocce sporgenti del vestibolo e la strana forma della navata restringevano sempre la scena. C’era una quiete straordinaria in questa solitudine quasi morta, una grande purezza in una grotta selvaggia, l’orpello della liturgia cattolica, e specialmente di quella siciliana, aveva qui ancora una bella semplicità naturale e l’illusione che la Santa potesse muoversi impressionava anche un uomo maturo e calmo come me. In una parola, abbandonai quel luogo con fatica e rientrai a Palermo solo a notte avanzata.

 

Il carro del 1776

Jean Houel

Il Carro, che d’ordinario costituisce il principale ornamento della festa, parte da Porta dei Greci, cammina lentamente e, avanzandosi lungo la spiaggia detta la Marina, giunge a Porta Felice, per la quale entra in città. È tirato da quaranta muli riccamente bardati e guidati da venti postiglioni con lunghi costumi rossi alla spagnola e cappelli sormontati da ondeggianti piume. Carro, muli, postiglioni sono preceduti da una compagnia di dragoni a cavallo, da otto trombetti, sei ufficiali a piedi con uno stendardo e due insegne, quattro scudieri ed altrettanti dignitari del Senato a piedi, da una specie di caporale con otto uomini al servizio del Senato, in livrea e a piedi, con un drappello ed altri otto dragoni, pur essi a cavallo.

Il Maestro di cerimonie a cavallo, avvolto in un gran mantello nero e coperto d’un cappello a larghe tese, guarnito di piume bianche alla spagnola, segue immediatamente a capo dei muli che tirano il Carro, con un campanello in mano, che egli suona di tanto in tanto per ordinare le fermate, le riprese e via dicendo.

Il Carro, costruito ogni anno sopra un nuovo modello, ha circa ottanta piedi di altezza, quaranta di lunghezza e venti di larghezza: è un’arca di trionfo mobile, che porta una grandissima quantità di musici, e la cui base è come una conca, piantata su quattro ruote. Nel mezzo di quest’arca è il simulacro della Santa, rappresentata in forma di giovinetta con splendidi abiti, sospesa su di una nuvola, e circondata da raggi di gloria; figure di soldati presso di Lei pare che veglino a Sua custodia.

Il cannone dà il segnale della partenza alle cinque o alle sei di sera. Il Carro si avanza cosi lentamente che tutti hanno l’agio di contemplarlo. Otto granatieri a cavallo vanno dietro tenendo a distanza la popolazione, che lo segue in folla gridando Viva!. Una polizia saggia e severa impedisce che carri o vetture transitino durante le cinque ore della festa per la bella spiaggia della Marina e per la gran via del Càssaro, guardie a cavallo con la sciabola in mano agli angoli delle vie adiacenti, intendono a fermarle, e mantengono rigorosamente la consegna: cosi il popolo vi sta sicuro e forse non gli è mai capitato danno.

Quando il Carro ha attraversato la spiaggia della Marina, entra in città per Porta Felice e si avanza lungo il Càssaro; i balconi, gremiti di persone e soprattutto di donne sfarzosamente vestite, fanno uno stupendo spettacolo. Nel corso c’è tanta folla che il Carro può procedere a stento; e così fino alla Piazza del Palazzo del Viceré presso Porta Nuova, dove giunge che è già notte.

Allora si illumina il Càssaro, il quale ai due lati pare tutto in fiamme. Il numero degli accenditori è tale che il Corso viene illuminato in un istante. Lo splendore delle mura che guardano la spiaggia della Marina, la bellezza del sito, la moltitudine delle persone, l’eleganza delle vesti, il chiarore dolce e vivo delle infinite lampade formano un insieme incantevole, uno spettacolo delizioso; onde si prova un sentimento, un piacere che consola, e si gioisce della gioia comune.

Nella Piazza del Vicerè era preparato un gran fuoco d’artifizio, la cui decorazione rappresentava il prospetto d’un edificio abbastanza ben eseguito. Questo fuoco si bruciò circa due ore dopo il tramonto del sole, e durò mezz’ora. Il palazzo del Viceré, quello dell’Arcivescovo, così come le case e i monasteri dei dintorni che decorano la medesima piazza, erano affollati di persone, le voci di gioia, i battimani risuonavano da ogni parte, l’applauso era generale e l’eco ripeteva lontano il rumore della piazza.

 

Ascensione al monte

William Agnew Paton

Quando mirammo prima Monte Pellegrino sorgente in sue nobili linee dal mare, alto nella luce del sole mattutino - nostra prima visione del lido di Sicilia - stabilimmo di farne l’ascensione sino alla sommità, per indi studiare la topografia di Palermo, la Conca d’Oro e i monti circostanti. Epperò la dimane del nostro arrivo, essendo tempo buono, e l’aria fresca e corroborante, un vero mattino da gita in montagna, noi uscimmo dalla porta settentrionale della città, Porta San Giorgio, e, prendendo la "Via del Monte Pellegrino", venimmo alla "falda di montagna", che vuol dire al suo lembo. Seguitando il nostro cammino, traversammo una pianura sulla quale stava facendo le sue evoluzioni uno squadrone di cavalleria italiana. Sostammo per pochi minuti a osservare i movimenti della truppa, e ci ricorda di esserci provati a immaginare la strage che un piccolo corpo d’uomini armati di carabine e d’altri strumenti moderni di guerra avrebbe potuto fare dei soldati di Amilcare Barca, che avevano piantate le loro tende in quello stesso antico piano, appiè del monte Ercta (il nome antico di Monte Pellegrino) anni 2141 addietro.

Appiè del Monte Pellegrino trovammo un "asinaio" che ci aspettava; con due ben tenute e ben pasciute bestie della paziente famiglia, che come dice il proverbio in Sicilia "porta il vino e beve l’acqua". Erano animali gagliardi e faticanti, e, se non facevano quel viaggio di volontà propria, tuttavia andavano del loro passo perseverante, memori senza dubbio di quell’altro proverbio "Asino duro, baston duro".

Non perdemmo tempo nel montare i nostri corridori, che ci permisero graziosamente di farlo senza rimostranza alcuna. In verità essi ci si sottomisero con tanta mansuetudine e stupidità che noi concepimmo fortissimo sospetto di non esser tratti ingannevolmente nei lacci di una sicurezza illusoria dalla quale dovessimo destarci poi; presto o tardi, quando a tempo debito saltasse in testa ai nostri asini di camuffarsi in un brutto momento di pelle di leone. Il nostro "asinaio" informandoci che gli asini eran "giovani" e "mulu forti", allentò loro la cavezza, e distribuì a ciascun d’essi una bussa preliminare col suo bastone, emettendo un acuto grido gutturale "Ah!" e "Avanti!" e la nostra cavalcata incominciò l’ascesa della strada di montagna, che è un largo viadotto, solidamente costruito con archi e piloni, un miracolo d’arditezza per ingegneri del secolo decimosettimo, i cui zig-zag su per la montagna attraversano avanti e indietro un burrone precipitoso, nel quale, nella stagione invernale, si riversano giù torrenti d’acqua. Ben quindici o venti volte la strada salta da una parte all’altra sì da fare, in vero, meravigliare come gl’ingegneri trovassero luogo su quei precipizi, e dove si stessero mai i costruttori mentre gettavano le fondamenta.

Subito dopo, trasalendo di stupore, aggiungemmo una greggia di un migliaio di capre; potevano anche essere di più, di meno non già. E certo noi non avevamo mai visto prima un numero così grande di quegli animali, di tutte le razze, di tutti i colori, di tutte le età e condizioni. Dietro quelle seguiva, mandando sempre quello strano grido "AAh!", "eeh!", un buon numero di caprai, bruni e riarsi dal sole, cenciosi e arruffati, taluni vestiti di larghi calzoni e abiti di pelle di pecora, altri con le gambe nude, salvo i calzoni corti sino al ginocchio, e portando tutti quanti la giacca di pelle di capra. Strani esseri, dall’aspetto innaturale, simili a satiri! Potevamo quasi fantasticare che Sileno fosse uno di quelli, vecchio dalla barba squallida e con l’epa d’apparenza punto siciliana. Si poteva immaginare che tutti quanti di quella strana compagnia, se vi fosse stato lo stesso Pan a suonare la zampogna, si sarebbero mossi a danzare, roteare via via per le rupi in mezzo a viti e felci, secondo lo stile di loro antica stirpe, prima che i santi cristiani cacciassero gli dei pagani da Palermo e mettessero in fuga le deità dei monti e delle selve. E come non immaginare questo o qualche cosa di simile?

Eravamo in mezzo a uno strano teatro di rocce e di rupi torreggianti, che pendevano paurosamente sopra abissi tenebrosi e spalancate voragini, soli, in un mondo selvaggio; e intorno a noi vi erano tutti gli accessori necessari a disporre romanticamente lo spirito, volgendo coraggio e mobilità di cuore in debolezza e superstizione. Come non fantasticare del ritorno di Pan? In verità sogni diurni anche più strani sarebbe difficile allontanare da immaginazioni suscettibili dell’influenza del tempo e del luogo; poiché, lungo il fianco della strada, di Decembre, una settimana o due prima del Natale, noi scorgevamo pur margherite e fiorarancio e soave alisso, timo selvatico, menta fiorita e maceroni, e astri punteggiati di rosa, trifogli germoglianti, acetosella, e, ultime, ma non in minor copia, violette, che schive ci spiavano dall’ombra; dolci occhi che guardavano e splendevano nella molle luce del sole: il loro aspetto allietava la vista affaticata dalla selvatichezza delle tetre rupi e dei picchi inospiti della imminente montagna, e tutti quei fiori fiorivano dolcemente nella vigilia di Natale. Decembre nella gaia veste screziata del Maggio, il mondo tornato giovine ancora! Come non fantasticare di satiri e delle zampogne di Pan?

Passati gli ultimi archi che sostengono la strada di qua e di là, traverso e sopra l’abisso, seguimmo una via maestra, lastricata, dal nord alla fronte occidentale della montagna, e ci fermammo a piè di una vasta gradinata intagliata nella pietra viva. Lasciammo i nostri asini senza cavezza, punto dubitando che non gli avessimo a trovare di nuovo, e saliti cinquanta gradini o più, ci fermammo dinanzi alla grande porta di un antico romitorio.

Avevamo lasciata alle spalle la città splendida e rumorosa appena, da un’ora e ci sembrava già di essere lontani dalla vita e da’ suoi negozi, come se avessimo attraversato un deserto, o avessimo scalato qualche immenso San Bernardo; e ci stavamo dinanzi alle porte di un’antica confraternita "che dimentica il mondo, dal mondo dimenticata". Subito venne di entro le tetre mura il cupo flauteggio d’un organo e l’armonia di dolci voci che cantavano: erano i monaci in preghiera. Invisibili coristi stavano cantando un antico inno gregoriano, grato all’orecchio e tenero al cuore, e tale da rimanere dolcemente nella memoria. Dentro erano pace e quiete; solo il mondo esterno sembrava triste e desolato.

Subito, in risposta al nostro picchiare, una particella fu aperta da un vecchio monaco, al cui invito entrammo in un vestibolo, che aveva da una parte una sacrestia, dall’altra un santuario scavato nella roccia, dinanzi al quale tremolavano tre o quattro candele quasi già consumate.

La volta era sostenuta da due congiunti monoliti di grosso marmo sormontati da capitelli intagliati di pomposi disegni. Strano era il trovarsi nell’ombra di quel vestibolo, guardando oltre i pilastri in cerca della luce del sole piovente entro il cortile, che sembrava una navata la quale avesse per sua volta il cielo e per pareti, quella a destra, rupi non tagliate, quella a sinistra, una continuazione della struttura del vestibolo. Ad un lato di questo spiazzo aperto e quadrato, vi era un fonte battesimale, che era una fontana naturale; più oltre, attraverso il cortile, si apriva una larga caverna nel fianco della montagna, nel cui interno molte candele scintillavano sopra un elevato altare al quale un sacerdote stava dicendo messa. il silenzio era rotto solo dal mormorio della preghiera, dall’onda musicale dell’organo e dal canto dei coristi. Noi potevamo indovinare, più che non vedessimo, le figure dei monaci nei loro stalli, a ciascun lato della grotta. Attraversando quella che pareva una navata senza volta, entrammo nel santuario; una grotta misteriosa con stalattiti che pendevano dalla volta, sotto cui era sospeso uno strano e complicato sistema di doccioni per raccogliere l’acqua, che altrimenti gocciolerebbe sui religiosi e sui devoti. Il nostro cicerone spirituale ci indicò un sedile, dove ci sedemmo, dietro i monaci vestiti e incappucciati, a fianco del Vangelo. La parte anteriore della caverna era illuminata dal sole; i recessi interni erano avvolti nell’oscurità, salvo dove la luce delle candele, poste sull’altare, illuminava fiocamente le pareti e la volta del misterioso santuario.

Quando la messa fu finita, e spenti gli echi dell’ultimo "amen", poiché quei santi padri ad uno ad uno chetamente disparvero dalla grotta, ritornando alle celle del loro romitorio, la nostra guida accese un cero, e ci fece guardare entro una cassa di vetro che rinchiudeva un reliquiario, sotto a un altare che sorgeva a sinistra della cancellata; inginocchiandoci dove Goethe s’era inginocchiato, a pregare, come lui, fra i misteri della tomba, noi volevamo pur credere di mirare ciò che egli, più di un secolo addietro, aveva ammirato e descritto.

Tutto questo noi ci sforzavamo di vedere come Goethe, abbandonandoci alla passeggera illusione del luogo e alle sue ispirazioni; ma la nostra fantasia aleggiava debolmente dove la sua s’era librata con sì intrepido volo. Volgemmo gli occhi alla luce e alle dolci realtà della vita. Salutammo con piacere la vista di alcune felci di delicato capelvenere, che vegetavano alla luce del sole intorno al comignolo della fontana nell’aperto cortile - la navata - della chiesa. Un’antica e vera fontana, che serve da fonte battesimale, da pila dell’acqua santa e da fontana d’acqua da bere, dove si battezzano i bimbi, dove monaci e pellegrini devotamente si fanno il segno della croce e bevono per guarire da’ loro brutti mali.

 

Ritorno alle antiche feste

Giuseppe Pitrè

Dopo il 1858 s’incominciarono in Palermo i lavori del livellamento del Càssaro, che si compirono solo nel 1864; sicché il carro non poté più essere costruito; e quando ci si sarebbe potuto pensare, i tempi eran già mutati e la rivoluzione del 1860 aveva insieme con gli ordinamenti politici rovesciato le vecchie istituzioni municipali. Le pubbliche manifestazioni religiose, e prime tra tutte le feste di S. Rosalia, furon messe da parte o ridotte a quelle soltanto che non paressero avanzo dell’antico regime. Di carro trionfale non si parlò più altro che come ricordo storico.

Nel 1895 la cittadinanza palermitana con un indirizzo al Consiglio Comunale della città affermava il vivo desiderio del ritorno alle antiche feste della durata dei cinque giorni e con gli spettacoli ad essi relativi. Codesto desiderio, come bisogno, come necessità "in vista della grande depressione economica del paese", veniva riaffermato nella adunanza conciliare del di 31 Dicembre da un nuovo eletto a quella rappresentanza; ed il Consiglio, "desideroso di venire in soccorso delle varie classi sociali che vivono del piccolo commercio" (secondo "l’ordine del giorno" del proponente), deliberava unanime "di ripristinare le antiche feste di S. Rosalia in tutto ciò che fosse compatibile coi tempi nuovi e con le modificate condizioni topografiche della città".

Palermo fece plauso al voto; i diari cittadini furon larghi di lodi; ed il maggiore tra essi, il Giornale di Sicilia, scrivea:, "Il tradizionale Festino è stato ripristinato, ed abbiamo visto con quanto giubilo della popolazione".

E si tornò ai secolari spettacoli. Il primo dei cinque giorni un carro trionfale sul disegno del 1857, alto trenta metri, lungo ventidue, largo quattordici, percorse maestosamente, mirabilmente non più il Càssaro, divenuto poco resistente per le gallerie sotterranee, ma la via Libertà fino a Porta Macqueda, in mezzo a centinaia di migliaia di persone entusiaste a quella vista, nella quale rivivevano tradizioni carissime.

Si rividero, dopo qualche anno trasandate, le tele trasparenti dei fuochi artificiali; e, avanzo dei vecchi cilii, stati alienati o dispersi dalla ingordigia ed ignoranza del fisco, la macchina della Gancia e quella di S. Giuseppe, slanciata, elegante.

L’entusiasmo si riaccese l’anno seguente; ma nel 1898 e nell’anno che chiude il secolo le cose mutarono aspetto; e, contro la volontà e le aspirazioni del popolo, che ha pagato sei milioni un teatro dove non ha potuto mai entrare, la malevoglianza di un sindaco, anzi di due sindaci, non sai se più inabili ad amministrare la pubblica azienda che paurosi del biasimo dei mestatori del giorno, le feste lietamente esumate ripiombarono nella fatua volgarità.

Quali le ragioni di tanto e così inatteso mutamento avverso i desideri dei cittadini?

Le ragioni son molte, ed alcune appena rivelabili in segreto; onde è bene troncar senz’altro particolarità incresciose, e riprendere le funzioni di chiesa quali sono e quali si son sempre solennizzate.

Il Vespro solenne nella Cattedrale, che celebravasi al quarto, adesso vien celebrato al secondo giorno; ed è una delle funzioni ecclesiastiche le quali il turbinìo dei tempi non ha potuto abolire. Per un paio d’ore, dall’Avemmaria, il grande e sontuoso tempio che accoglie le ceneri di Re Ruggero, di Arrigo VI, di Costanza imperatrice, di Federico II, formicola di uomini e di donne, di cittadini e di provinciali, di popolani e di nobili, tutti eguali nella casa del Signore. La Giunta Comunale, tanto per non far mormorare il popolo, che vuol vedere i suoi rappresentanti prender parte alla festa religiosa, vi si reca officialmente in vetture da piazza con poche guardie municipali, intese Sudati di marina, nella loro tradizionale divisa rossa. In tempi diversi dai nostri, il Senato palermitano, Grande di Spagna di I Classe, avea per le principali e più solenni comparse le sue magnifiche vetture, (carrozze di lu Sinatu); in una sola delle quali, tutta indorata, erano state spese non so quante centinaia d’onze. Ma dopo il 1860 furori fatte entrare come curiosità archeologiche nel Museo Nazionale di Palermo, e le argenterie del Comune veniva venduta a peso materiale d’argento entro sporte e sacchi.

Abituati agli ornamenti ed alle illuminazioni delle nostre chiese in occasioni solenni, noi Siciliani non ci fermiam più che tanto su questa particolarità, vorrei dire esteriore, del nostro culto religioso o devoto; ma ben vi si fermano i forestieri, i quali nelle relazioni dei loro viaggi ne prendono sempre nota speciale.

La illuminazione della Cattedrale fu mai sempre ragione di sorpresa per essi: ed io non saprei ritrarla meglio di quel che fece l’abate Riccardo de Saint-Non, che pure era un ecclesiastico e non nuovo agli splendori delle chiese della Francia e di fuori. Il 15 Luglio del 1785 egli scriveva: "Questa quarta sera si distingue dalle altre ed è particolarmente occupata da uno spettacolo di un genere nuovo, del quale è impossibile formarsi un’idea senza averlo visto: parlo della illuminazione del Duomo, che è addirittura magica. Tutto l’interno del vasto edificio è coperto d’una nuova decorazione, meno severa, più analoga ad una festa, e che potrebbe forse servir di modello ad ogni altra di siffatto genere. Quel che più stupisce è questo: che lo effetto dello spettacolo è per cosi dire dovuto ai più piccoli espedienti: frange, ghirlande di carta, cartone inargentato, pezzettini di specchi di nessun conto; ma tutto adatto e rischiarato in guisa che entrando si crede di veder tradotte ad atto le idee che si hanno dello incanto e di quel che esso abbia potuto produrre di più meraviglioso. Questa architettura senza ombre ed illuminata da tutti i lati pare diafana. I lumi riflessi su laminette d’argento somigliano a stelle scintillanti e dappertutto la luce brilla ed abbaglia così che i sensi ne rimangono sbalorditi e subito stanchi, onde non è possibile resistervi oltre una mezz’ora".

Dopo un secolo e più lo spettacolo non è per nulla mutato, né modificato. Il Duomo tutto è un torrente di luce.

Officia pel Vespro della sera il Ciantro, presente lo Arcivescovo con tutta la sua Corte: ed è questa forse l’unica volta in un anno in cui l’autorità ecclesiastica e la rappresentanza del Comune s’incontrino officialmente.

Migliaia e migliaia di persone, finita la cerimonia, sboccano per le tre diverse porte in via dell’Incoronata, in via Matteo Bonello e nella Piazza della Cattedrale. Son le 10 di sera, e tutte hanno desiderio e fretta d’andare all’imminente sparo dei fuochi; chi prende le vie scorciatoie, chi il Càssaro illuminato a giorno, affrettandosi pel Foro Italico.

 

1724

dal Diario di Antonino Mongitore

 

Il 15 maggio, si pubblicò il bando per le feste, invitando i cittadini a concorrere alla prossima solennità, e manifestare quanta venerazione conservano i palermitani per la loro prediletta padrona.

Ed i palermitani risposero all’invito con entusiasmo ammirevole; e la città intera fu adorna di archi infiorati e di lumi. Non vi era via, vicolo o cortile, che non avesse appesa al muro o alzata sopra altari posticci una immagine della Vergine Rosalia.

Le feste ufficiali durarono otto giorni e furono concordate tra il Senato, che era composto dal pretore Giuseppe Galletti principe di San Cataldo e dal senatori Scipione Di Blasi, Antonino Galletti, Girolamo Fardella, Raffaele Bonanno, Ignazio Graffeo e Giovanni Pizzarro e l’arcivescovo Giuseppe Gasch, coll’approvazione del Viceré Gioacchino Fernandez Portocarrero conte di Palma e marchese Almenara.

La mattina del giorno quattordici s’iniziarono le feste nella Cattedrale, col canto del Te Deum a piena orchestra e numeroso coro; dopo vi fu pontificale, celebrato dall’Arcivescovo, coll’intervento del Viceré del Senato e di tutti i dignitari. Le truppe erano schierate nella piazza innanzi la Cattedrale, ed alla consacrazione concorsero alla solennità con salve di gioia, alle quali risposero il rombo dei cannoni del Castellammare e dei baulardi ed il suono delle campane di tutte le chiese.

La sera si cantò il Vespro solenne dal ciantro Alonzo Fernandes, coll’intervento delle stesse autorità.

Il giorno quindici, nella stessa Cattedrale vi fu cappella reale, coll’assistenza del Viceré, del Senato e delle autorità civili e militari e coll’íntervento di molte signore dall’aristocrazía.

La sera, una caratteristica processione, si partì dal duomo e percorse il Corso Vittorio Emanuele, il foro Umberto I, ed entrando da Porta dei Greci, si sciolse nella chiesa del monastero della Pietà, dove rimase conservata l’urna di Santa Rosalia. Quale processione era composta da quasi tutte le congregazioni e confraternità e dai frati conventuali, con musiche e tamburi, e tutte portavano le macchine trionfali in legno, dette volgarmente vare, ricche di oro e di argento, con figure simboliche, o di santi. Chiudeva la processione l’urna in argento della nostra venerata Patrona, seguita dal Viceré, dal Senato, dai dignitari, dall’Arcivescovo coll’intero Capitolo e da una fiumana di popolo devoto ed esultante.

Il dopo pranzo del giorno sedici, attraversò il corso Vittorio Emanuele ed il foro Umberto I, una cavalcata di tutti i nobili, coll’intervento del Viceré, dei dignitari e degli ufficiali di cavalleria.

La sera del giorno diciassette si ripeté la stessa processione del quindici. Si partì dalla chiesa del monastero della Pietà, percorse la via Alloro, la via Quattro Aprile, la piazza Marina, la via Bottai, il corso Vittorio Emanuele e si sciolse alla Cattedrale, ove rimase l’urna di Santa Rosalia.

La mattina del giorno diciotto usci, dal Collegio della Compagnia di Gesù, tutta la scolaresca, con torce accese, con stendardi e musiche e si recò alla Cattedrale, dove vi fu comunione generale, innanzi l’altare della nostra Patrona, con offerta di ceri e si cantò in coro il Sacris sollemnis .

Nelle ore pomeridiane, da Porta Felice salirono sino alla piazza Vittoria, sette carri trionfali, riccamente addobbati con drappi e velluti, raffiguranti vari soggetti, riguardanti Santa Rosalia, con sopra delle musiche.

La mattina del giorno diciannove si riunirono entro la Cattedrale varie compagnie di verginelle, con stendardi e musiche, vestite di tessuti di lanetta, con ghirlande di rose in testa e gigli o foglie di palme nelle mani. Furono vestite a spese dei monasteri del Salvatore, Cancelliere, Martorana, Vergini, Santa Caterina, Badia Nuova, Monte Vergine, Pietà, Origlione, Sette Angeli, Concezione, Repentite, S. Vito e Santa Rosalia; e tutte le intervenute si fecero la comunione nella cappella di Santa Rosalia.

La sera dello stesso giorno, all’Ave Maria, le stesse compagnie si riunirono nella chiesa del monastero della Pietà e percorrendo in processione varie vie si sciolsero alla Cattedrale. Ciascuna compagnia portava una vara e la chiudeva la Congregazione di Santa Rosalia, con una macchina trionfale, ricca di argento, con sopra otto statue di santi palermitani e dal centro si alzava altra statua in argento, colla reliquia di Santa Rosalia.

La sera del giorno venti, i sette carri, sfarzosamente illuminati, discesero pel corso Vittorio Emanuele e si fermarono al foro Umberto I.

Il giorno ventuno di buon mattino nella Cattedrale si cantò dall’Arcivescovo messa funebre, in suffragio delle anime di tutti i morti di peste dell’anno 1624. Dopo, da un canonico fu cantata messa solenne e vi fu comunione generale, cominciando dal Pretore e dai Senatori.

La sera dello stesso giorno si chiusero le feste, collo sparo dei fuochi artificiali, nella piazza Vittoria.

 

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