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SECONDO ITINERARIO
Oratorio del Santissimo Rosario in San Domenico
Nella fase della piena maturità di Giacomo Serpotta si pone l’oratorio costruito dalla compagnia della Madonna del Rosario in San Domenico, fondata nel 1568, ed oggi restaurato a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo. L’artista vi mise mano tra i primi anni del Settecento e il 1717 dialogando con la straordinaria pinacoteca lì contenuta. L’oratorio, difatti, dai primi del ’600 era divenuto il contenitore di quadri commissionati per conto degli illustri e colti membri del sodalizio. Spicca ancora oggi la maestosa pala d’altare della Madonna del Rosario con San Domenico e Santa Caterina da Siena, e i Santi Vincenzo Ferreri, Oliva, Ninfa, Agata, Cristina e Rosalia, dipinta dal celeberrimo pittore fiammingo Anton Van Dyck, allievo di Rubens (1625-1627). Il quadro è dedicato alla memoria del flagello della peste che aveva colpito Palermo nel 1624, e che era stato debellato dal salvifico intervento di Santa Rosalia, da allora Patrona della città. Altre pregevoli pitture raffiguranti i quindici Misteri del Rosario ad opera di fiamminghi, genovesi e artisti locali avevano arricchito l’oratorio entro la prima metà del XVII secolo, e tra queste ricordiamo solo la Disputa di Gesù al Tempio, la Pentecoste, e l’Incoronazione della Vergine di Pietro Novelli, l’Assunzione di Giovan Andrea de Ferrari, la Resurrezione di Orazio de Ferrari, Cristo alla colonna di Matthias Stom, ed ancora nel secondo decennio del ’700 la Visitazione di Guglielmo Borremans. Il maestro palermitano dovette dunque valorizzare questi quadri esaltandone la bellezza e i significati teologici. A tal fine furono realizzati, al di sopra delle pitture, entro ovali ad altorilievo, episodi dell’Apocalisse e due del Vecchio Testamento, legati ai Misteri del Rosario di cui sono la prefigurazione. Ai lati, invece, stanno le statue allegoriche di Virtù: Obbedienza, Fortezza, Pazienza, ecc., incredibilmente abbigliate come dame. E tra le dame palermitane sono le più à la page, vestite alla moda secondo il gusto corrente di derivazione francese. Sfoggiano pizzi e merletti, silhouette invidiabili, corredate da accessori pretenziosi, copricapi piumati e acconciature fissate da diademi, spille, e movenze da smaliziate “modelle” d’altri tempi. Sono in posa, bloccate come in un’istantanea o da un deciso comando di un abile regista che dirige uno spettacolo, un vero e proprio sacro teatro barocco. Tutto ciò ha convinto Rudolf Wittkower a scrivere che “probabilmente non c’è altro luogo in Italia dove la scultura si sia così avvicinata a un vero spirito rococò”.
Chiesa di San Matteo
Nel 1599 venne costituita l’Unione dei Miseremini che successivamente divenne un’arciconfraternita e assunse sempre maggiore importanza. La raccolta di elemosine per l’assistenza dei defunti e per preghiere a favore delle anime purganti, consentì di accumulare in poco tempo un consistente patrimonio, anche per la donazione del benefattore Mario Muta, e di fondare la chiesa di San Matteo nel 1632. I Miseremini arricchirono la chiesa con opere d’arte di alcuni tra i maggiori maestri locali, tra cui non poté mancare Giacomo Serpotta che qui chiese di essere sepolto. Nel 1728, con la direzione dell’architetto Francesco Ferrigno, il Serpotta realizzò quattro statue allegoriche, da sistemare nel presbiterio, che raffiguravano la Fede, la Clemenza, la Giustizia e la Penitenza. Alla fine del Settecento, con il rifacimento in senso neoclassico di questa zona della chiesa, le prime due furono spostate nell’oratorio adiacente dove subirono i bombardamenti del 1943 e furono in parte distrutte. Si salvarono solamente le teste che finirono sul mercato antiquario. La testa della Fede giunse nella collezione del regista Luchino Visconti. Oggi sono esposte al Museo Diocesano di Palermo. Nella chiesa rimangono le altre due statue insieme a quelle di Bartolomeo Sanseverino che rappresentano la Carità e la Speranza. Sulla controfacciata si ammira anche un altorilievo del Serpotta con Cristo che conforta le Anime del Purgatorio, che fu eseguito per sincera e gratuita devozione dal maestro palermitano nel 1729. |