HomePage

Comune-Archivio-Servizi Sociali-Guida alla Città-Urp-Immagini-Ricerca-Links-Webmaster-Meteo    

Città di Palermo - Home Page

 

 

TERZO ITINERARIO

 

Chiesa di Sant’Agostino (alias Santa Rita)

 

Capolavoro della maturità artistica di Giacomo Serpotta, la chiesa di sant’Agostino segna anche l’apice del successo del maestro palermitano. Dopo avere eseguito stucchi per oratori, e dunque per compagnie di laici, per chiese di ordini religiosi femminili, e aver realizzato qualche altro significativo ma episodico intervento in chiese di ordini maschili, finalmente viene incaricato di comporre l’intero allestimento decorativo della sede degli Agostiniani a Palermo. L’incarico risale al 1711 ma l’opera sarà terminata intorno al 1728 e consisterà nel più vasto apparato serpottiano. La tecnica e la cultura del maestro sono ormai consolidate, l’accesso ai modelli di Gian Lorenzo Bernini, come nota Donald Garstang, è deciso e deliberato e, con disinvoltura ma anche con rigore, i suoi stucchi si distendono sulle pareti dell’unica navata sotto forma di putti, angeli e statue tra nimbi. Cronologicamente la prima porzione dove interviene è la controfacciata d’ingresso, intorno al grande rosone medievale, dove propone quasi un’autocitazione della controfacciata dell’oratorio di Santa Cita, tramite un velario e angeli che si librano con estrema leggerezza. Dietro a uno di questi, il Serpotta appone la sua firma e la data 1711. La circonferenza del rosone viene poi proiettata sulla facciata esterna del presbiterio con la realizzazione di un grande scudo circolare che riporta le insegne agostiniane. Sulle pareti lunghe si aprono le strette cappelle che già ospitavano i dipinti della chiesa più antica, così il maestro, come nel contemporaneo oratorio del Rosario in San Domenico, inserisce elementi figurativi volti ad esaltare queste immagini. Sopra ogni quadro viene realizzato un nuovo tipo di “teatrino”, simile a quello elaborato nella cappella dello Sposalizio della Vergine della chiesa della Gancia. È una bella invenzione che mette in luce ancora una volta la teatralità del maestro. Come nota ancora Garstang, l’arco di proscenio è quello delle cappelle, così i putti sono proprio all’interno della scena e interagiscono con i nuovi “teatrini”, dove un altro stretto arco offre l’illusione di un maggior spazio dove raffigurare le scene. Ai lati delle cappelle mediane di Sant’Agostino (a destra) e di Santa Monica (a sinistra) inserisce altrettante coppie di statue allegoriche di virtù poste su nimbi, come ad indicare la loro immaterialità. Ben più solidi sono gli elegantissimi santi e beati dell’ordine Agostiniano che sfilano come in un corteo verso il presbiterio. Sono raffinate figure di dame e cavalieri in vesti monacali. Le suore mostrano sguardi alteri e sognanti, con pose languide e morbide. Le maniche delle vesti si allungano a dismisura e tutto sembra scivolare via con morbidezza ed estrema naturalezza. Al culmine della sfilata stanno, ai lati del presbiterio, Sant’Agostino e Santa Monica. Il primo, a destra, sembra dirigersi con un gesto plateale verso il fedele, abbandonando i libri mentre un puttino, indicando la propria bocca, allude forse alla predicazione del Santo. La seconda è ritratta in estasi con un particolare accorgimento che la propone con una posa simile alla Santa Teresa di Bernini per la cappella Corsaro a Roma, ma più complessa, in modo da sfruttare il minor spazio possibile in profondità.

 

Oratorio di Santo Stefano Protomartire

 

La compagnia di Santo Stefano fondò questo oratorio a partire dall’ultimo decennio del XVI secolo. Già nei primi anni del Seicento giunsero ad arricchire l’aula opere pittoriche di grandi artisti di area genovese tra cui Bernardo Castello che firmò e datò 1619 la pala d’altare con la Lapidazione di Santo Stefano, oggi esposta al Museo Diocesano. Per valorizzare ulteriormente la preziosa quadreria, che consta di oltre tredici tele seicentesche con episodi legati alla vita del Santo, fu affidata nel 1755 a Giovan Maria Serpotta, figlio di Procopio e dunque nipote di Giacomo, l’intera decorazione a stucco dell’oratorio, oggi non più esistente. Per quanto la documentazione risulti ambigua, si ritiene tradizionalmente che siano da ascrivere alle sue mani i due angeloni superstiti, posti su piedistalli ai lati della cornice in stucco della pala principale.

 

 

Chiesa di Santa Ninfa dei Crociferi

 

La chiesa di Santa Ninfa, fondata dall’Ordine dei Camilliani detti anche Crociferi, conserva alcuni interessanti interventi serpottiani e serpotteschi, ancora oggi oggetto di studio e di approfondimento. Nella cappella del Crocifisso (la terza a sinistra) è noto l’apparato a stucco unanimemente riconosciuto a Giacomo Serpotta. Rappresenta La Madonna, la Maddalena e San Giovanni ai piedi della Croce. Fu realizzato probabilmente nel terzo decennio del XVIII secolo, come si ricava dallo stile ormai maturo del maestro che, contemporaneamente, stava realizzando le grandi statue nella vicina chiesa di Sant’Agostino. Il Serpotta si mette alla prova con un tema già affrontato, in marmo, nella Cattedrale di Palermo, dal padre Gaspare nel 1664, e riesce a colpirci per la finezza esecutiva, la semplicità dei gesti e delle pose che esprimono un dolore compassato e contenuto, come quello della Maddalena che fisicamente abbraccia la Croce.

Nella cappella di San Venanzio (sulla destra), dedicata nel 1718, viene invece elaborato un progetto che rimanda chiaramente ai modelli romani con i due angeli posti ai lati dell’opera pittorica contenuta entro una cornice in stucco la cui cimasa è curvilinea. Questo genere di schemi viene usato da Giacomo Serpotta a partire dal 1693 e risente delle influenze dell’architetto Giacomo Amato con cui lavorerà all’oratorio di San Lorenzo. In questo caso gli angeli, pur mancando del vigore e turgore delle carni e delle vesti degne del miglior Serpotta, si librano comunque in maniera alquanto naturale con il conseguente svolazzamento delle vesti e mostrano un’adeguata varietà di espressioni. Alla luce di queste e altre osservazioni l’attribuzione è dibattuta fra Giacomo e il figlio Procopio che ne è il miglior imitatore ed esecutore.

Da escludersi come opera di mano serpottiana, ma piuttosto di un imitatore, le due rigide statue allegoriche che si trovano nella seconda cappella a sinistra dei Santi Liberale ed Evanzia, e che guardano alle ben diverse Allegorie dell’oratorio del Rosario in San Domenico.

 

 HomePage  

 

  Comune di Palermo © 1997 - Ultima modifica: mercoledì 02 aprile 2008 16.39.18