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PALAZZO TARALLO

Seconda sede del Museo Pitrè

 

 

L’antico Palazzo Tarallo, in via delle Pergole, in pieno centro storico, è la seconda sede del Museo Pitrè, dopo quella “storica” che si trova nelle dipendenze della Palazzina Cinese (attualmente chiusa per restauro).

Recentemente restaurato dall’Amministrazione comunale - assessorato al Centro storico e dotato di tutti gli standard tecnologici e di sicurezza necessari per le sue finalità culturali, ospita la biblioteca specializzata del Museo, mostre permanenti e temporanee di carattere etnografico, il teatrino dell’Opera dei Pupi (nel quale verranno realizzati spettacoli), un laboratorio di restauro e la “stanza della memoria” di Giuseppe Pitrè.

Martedì 27 marzo, giorno dell’inaugurazione da parte del Sindaco, il “puparo” Enzo Mancuso mette in scena Morte di Agricane dei Tartari sul palcoscenico del teatrino; spettacolo che si svolge “no stop” per tutta la giornata; a seguire, si apre una mostra di ex voto dalle collezioni del Museo e viene presentato l’ultimo numero della rivista “Il Pitrè”.

Il Museo di Palazzo Tarallo è aperto ogni giorno (tranne il lunedì) con i seguenti orari: da martedì a sabato, ore 9-19.30; domenica, ore 9.30-13. L’ingresso è gratuito (tel. 091 6177004).

 

La storia dell’edificio

 

Palazzo Tarallo di Ferla - Cottone d’Altamira (o, più semplicemente, Palazzo Tarallo) si trova nel mandamento Palazzo Reale, a ridosso delle mura di Santa Agata, tra via delle Pergole e via Chiappara al Carmine, nel cuore dell’antico quartiere dell’Albergheria. Esso costituisce una preziosa testimonianza dell’architettura civile nobiliare “minore” sei-settecentesca della città, la cui storia è legata indissolubilmente a quella di due note famiglie aristocratiche: i Tarallo, duchi di Miraglia e signori di Ferla, e i Cottone, marchesi d’Altamira, ma che coinvolse anche altre famiglie di rango della nobiltà siciliana: i Valguarnera principi di Niscemi, i Marassi duchi di Pietratagliata e gli Alliata principi di Villafranca.

Simbolo distintivo di quell’aristocrazia di provincia trasferitasi nella capitale in cerca di affermazione sociale, come la maggior parte dei palazzi palermitani, esso è il frutto di accorpamenti di diverse dimore riunite in un progetto barocco di riconfigurazione complessiva degli apparati decorativi, sia esterni che interni.

Il nucleo principale fu la domus magna del ricco possidente Pietro Muscarello, originario di Partitico, edificata agli inizi del XVII secolo su una preesistenza cinquecentesca. Spetta a Francesco Tarallo, primo barone di Baida, il compito di rifondare il palazzo nella seconda metà del ’600 per risiedervi stabilmente. La parte principale dell’edificio l’aveva ricevuta in dote sposando Nunzia Muscarello, figlia di Pietro. A quest’edificio se ne aggiunsero altri, sia collaterali che nelle immediate vicinanze.

Con il successivo acquisto della ducea di Miraglia, i Tarallo raggiunsero una ragguardevole condizione di prestigio: conseguenza immediata delle mutate condizioni economiche e sociali fu il trasferimento della residenza principale nella strada del Cassaro, in un imponente palazzo (oggi sede dell’Hotel Centrale) vicino ai Quattro Canti, acquistato nel 1689. La dimora di via delle Pergole venne data in affitto. Nel 1736, in occasione del matrimonio tra Isabella Tarallo Rau Impellizzeri, figlia di Pietro Tarallo, secondo duca di Miraglia, e Giuseppe Gaetano Cottone, marchese di Altamira, tutte le proprietà immobiliari dei Tarallo tra via delle Pergole e via Chiappara al Carmine vennero assegnate come dote nuziale.

In seguito ai danni subiti dal terremoto del 1751, il palazzo venne ristrutturato e riconfigurato dal capomastro Vincenzo D’Alessandro al fine di fargli assumere un assetto più coerente alla moda del tempo. I lavori terminarono nel 1752 e vi furono coinvolti numerosi artigiani e artisti dell’epoca: Giovan Battista Russo (per le opere d’ornato e d’intaglio), Natale Perricone (lavori di “mastro d’ascia”), Giuseppe Geraci e Rocco Collica (opere in marmo), Nicolò Sarzana (pavimentazioni in preziose maioliche decorate), Filippo Chimenti  (opere murarie), Gaspare Diecidue (doratura degli stucchi e degli infissi interni).

Le decorazioni pittoriche furono affidate a Pietro Martorana, allievo di Gaspare Serenarlo e padre del più celebre Gioacchino, che, con l’enfasi tipica dell’epoca, realizzò quattro grandi affreschi nelle volte delle sale del piano nobile, raffiguranti Il Trionfo di Betsabea con il re Salomone (l’unico dipinto ad essere sopravvissuto), Storia di Giuseppe il Giusto, Il sacrificio di Abramo e Mosè nel roveto ardente, tredici soprapporta con scene tratte dalla vita di Cristo, due ovali raffiguranti la Vergine del Carmine e San Giuseppe e numerose decorazioni di porte, pareti e soffitti lignei.

L’acquisto, nel 1756, di un’unità edilizia collaterale al palazzo, sull’attuale via Chiappara, di proprietà dei sacerdoti Giuseppe Pottino e Giovanni Cancila, consentì l’aggregazione di una grande sala con piccole camere annesse. Per la sistemazione della nuova ala del piano nobile, il marchese d’Altamira si avvalse, ancora una volta, dell’opera di abili artigiani e artisti. A Giuseppe Meradelli venne affidato il compito di realizzare gli arazzi dipinti “a succo d’erba” con i quali tappezzare per intero le pareti della nuova sala, mentre Pietro Martorana affrescò l’ampia volta.

Dopo la morte del marchese d’Altamira, nel 1757, il palazzo venne ereditato dalla figlia secondogenita Maria Cirilla, sposata con Girolamo Marassi, duca di Pietratagliata. Quest’ultima lo assegnò, come bene dotale, alla primogenita, anch’essa di nome Cirilla, in occasione del suo matrimonio, nel 1818, con Luigi Alliata Moncada, terzogenito del principe di Villafranca. Nel 1854, l’edificio apparteneva ai due figli di Luigi e Cirilla: Fabrizio e Giovan Battista Alliata Marassi.

L’introduzione, nel 1844, di un livello ammezzato tra il primo e secondo piano, e il frazionamento degli ambienti principali del piano nobile, per la trasformazione in appartamenti d’affitto, furono causa del declino dell’edificio e della perdita di buona parte delle opere di Martorana.

Alla fine dell’800, venne acquisito dalla famiglia Di Napoli, alla quale si devono le più recenti trasformazioni. Gli eredi di Federico Di Napoli e il barone Giuseppe Chiaramonte Bordonaro furono gli ultimi proprietari del palazzo prima della vendita al Comune di Palermo, avvenuta agli inizi degli anni Ottanta del ’900.

 

Il restauro

 

Le opere di restauro hanno avuto l’obiettivo di riproporre le caratteristiche spaziali e tipologiche originarie del palazzo, in grado di ricreare l’unitarietà architettonica iniziale e di organizzare spazi disponibili per un uso di carattere culturale conforme alla sua storia e alle sue qualità.

L’intervento può essere riassunto in alcuni momenti fondamentali, consistenti: nell’eliminazione di tutte le superfetazioni, in particolare del piano ammezzato; nel ripristino delle parti mancanti a causa dei crolli; nella bonifica e nel recupero degli elementi strutturali; e nell’adeguamento alla nuova destinazione d’uso, nel pieno rispetto delle sue caratteristiche tipologiche.

Attraverso materiali d’archivio, sono state scoperte numerose tracce di elementi architettonici preesistenti, come archi, vani di porte e di finestre murate, stipiti di portali, mostre e cornici, che hanno svelato le configurazioni più antiche dell’edificio e la natura delle successive opere trasformative. Il tema progettuale prevalente è stato, dunque, quello del recupero della memoria del palazzo che ha indotto a ricercare tutti i segni architettonici di qualità per una loro completa restituzione, liberandoli dalle sovrastrutture che ne impedivano una chiara lettura.

Le ricerche archivistiche hanno consentito di ricostruire la configurazione del palazzo nelle diverse epoche, sia per quanto concerne l’impianto tipologico e l’assetto distributivo degli ambienti, sia relativamente ai ricchi apparati dei prospetti esterni, della corte, dello scalone d’onore e di tutte le sale del primo e secondo piano. Nella facies  settecentesca si è riconosciuto pertanto il massimo valore architettonico raggiunto dal palazzo nel corso della sua storia, dove all’austera compostezza degli apparati architettonici cinquecenteschi e seicenteschi si sovrappone il virtuosismo degli elementi tardo-barocchi. Da qui la messa in luce di un intero sistema di varchi e finestre, tra il primo e il secondo livello del prospetto su via Chiappara, risalente ai primi nuclei del palazzo costituiti dalle “case mercantili” cinquecentesche.

La paziente ricerca di tracce e di elementi superstiti ha dato i suoi frutti anche all’interno dell’edificio. Così, celate da strati di calce o di semplice imbiancature, sono riemerse mostre in pietra con segni di finitura a stucco, affreschi parietali del XVII secolo con puttini e ghirlande, labili e purtroppo irrecuperabili decorazioni, a quadratura geometrica, sulle pareti delle sale del piano nobile e del piano cadetto.

Si è voluto, poi, ristabilire l’originaria comunicazione tra i due androni del palazzo, caratterizzati da coperture costituite da volte a botte con lunette opportunamente restaurate ed integrate nelle parti mancanti. Sono stati liberati pure tutti gli archi esistenti nei magazzini, realizzando in tal modo un sistema continuo di spazi comunicanti.

All’antico scalone d’onore è stata restituita la sua funzione di rappresentanza per mezzo di un accurato restauro e del ripristino delle parti mancanti. Gli ambienti del piano nobile sono stati riportati alla loro originaria dimensione, ripristinando, con l’utilizzo di antiche tecniche costruttive, le volte “ad incannucciata”. Particolare cura è stata destinata al recupero degli apparati decorativi, ad iniziare dalla preziosa volta con stucchi ed affresco centrale del “camerone” principale.

 

Lo staff dei lavori

Il progetto di restauro e la direzione dei lavori sono stati dell’architetto  Giuseppina Pizzuto e dell’ingegnere  Pietro Faraone, con l’architetto Giuseppe Di Benedetto; le ricerche storico-archivistiche dell’architetto Giuseppe Di Benedetto; la consulenza per gli impianti dell’ingegnere Giovanni Pecorella; l’assistenza di cantiere è stata dell’architetto Deborah Napoli; l’ingegnere capo dei lavori, Giovanni Puleri.

 

 

Le vicende del Museo Pitrè

 

La destinazione di Palazzo Tarallo come museo delle tradizioni popolari è una scelta di grande rilevanza da parte dell’Amministrazione comunale e si ricollega alle vicende del Museo etnografico siciliano, intitolato al suo fondatore, Giuseppe Pitrè, che a quasi un secolo di distanza dalla sua istituzione, si espande ed amplia le sue attività in una nuova sede.

La sua prima collocazione non fu particolarmente felice: quattro piccole stanze e un corridoio, nell’edificio scolastico dell’Assunta, in via Maqueda, assegnati dal Comune a Pitrè nel 1910, dove il grande etnologo, per mancanza di spazio, poté semplicemente ammassare tutti quegli oggetti e testimonianze della cultura popolare siciliana tra ’800 e ’900 che aveva raccolto e studiato con passione, molti dei quali lo stesso Pitrè aveva presentato nella Mostra etnografica all’interno dell’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, costituendo il primo consistente nucleo del futuro museo.

Fu solo dopo la sua morte (1916), che il Comune poté usufruire dei locali della Palazzina Cinese con le sue dipendenze (gli antichi alloggi della servitù reale e la cappella), immersi nel parco della Favorita. Qui nel 1934 Giuseppe Cocchiara, allievo e continuatore dell’opera di Pitrè, ricevette l’incarico dal Comune dell’allestimento del nuovo museo, di cui fu il primo direttore. Una sistemazione realizzata secondo criteri museografici all’avanguardia per i tempi, ispirata ad esempi illustri, quali lo Skansen di Stoccolma, creato da Artur Hazelius, e ai musei etnografici en plein air.

Nel tempo, le nuove acquisizioni e donazioni di enti pubblici e privati hanno reso inadeguata la sede del “Pitrè”, per la quale si sono resi necessari anche interventi di ristrutturazione e restauro. Così, si è individuato in Palazzo Tarallo il sito idoneo per accogliere parte delle collezioni, non distante dalla prima sede del museo, l’edificio scolastico dell’Assunta; mentre, su progetto dell’architetto Giuseppe Pagnano, i lavori del Museo alla Palazzina Cinese sono iniziati nel dicembre 2005. Al fine di evitare il più possibile traumi alle opere, dovuti allo spostamento in altro luogo, si è proceduto con il criterio della rotazione, suddividendo il restauro in due grandi lotti e spostando le collezioni all’interno della stessa sede museale.

Oggi il Museo Pitrè, diretto da Eliana Calandra, conta oltre 4 mila oggetti provenienti da diverse zone della Sicilia, 3.500 tra fotografie, diapositive e stampe, e più di 27 mila volumi specializzati. Il nucleo originario di beni, quello direttamente ascrivibile a Pitrè, verrà riallestito nelle dipendenze della Palazzina Cinese secondo un percorso museologico che, rifacendosi a quello del Cocchiara, storicizzerà le collezioni.

Dal punto di vista delle strategie culturali, l’operazione di incrementare gli spazi e le attività, dotando il museo di una seconda sede, è molto innovativa, poiché apre nuovi scenari e possibilità di fruizione. Dunque, se nella sede “storica” del Museo, in omaggio ad un’identità consolidata e alla memoria dell’opera di Pitrè e Cocchiara, verrà sostanzialmente riproposto il percorso originario, a Palazzo Tarallo trovano posto le attività e i servizi che ne potenziano ed integrano la fruizione.

 

 

L’allestimento museale a Palazzo Tarallo

 

Le esposizioni. Nell’allestimento museografico curato dall’architetto Antonio Di Lorenzo, a Palazzo Tarallo trovano spazio mostre temporanee e permanenti. Le prime, avvalendosi prioritariamente del patrimonio dello stesso Museo, ma senza escludere apporti esterni, illumineranno di volta in volta aspetti particolari della cultura e delle tradizioni popolari.

Per cominciare, nelle ex scuderie, a piano terra, è stata realizzata – fino al 29 aprile – una mostra di ex voto dalle collezioni del Museo: pitture su latta per ringraziare la Madonna e i Santi di un miracolo ricevuto, espressione di una devozione popolare che fino alla prima metà del ’900 si esprimeva con immediatezza visiva attraverso la raffigurazione, a tinte forti, della situazione estrema di pericolo e della soprannaturale salvezza. Commissionati dai devoti ai pittori, diventarono una forma di artigianato specializzato a carattere popolare; nella seconda metà del secolo XIX, infatti, in concomitanza della nascita della pittura su carro e di altre espressioni della cultura figurativa popolare, quali ad esempio quella dei pincisanti o dell’Opera dei Pupi, si vennero a formare una serie di scuole con  repertori figurativi autonomi rispetto alle forme e agli stili propri dell’arte colta; opere di artigiani di mestiere, dei quali è possibile identificarne solo alcuni, come i Manfrè, originari di Bagheria, ma operanti ad Alcamo, i Giannone di Partinico, i Carlino di Petralia, i Benfante di Palermo ed altri.

L’esposizione permanente è allestita, invece, negli ambienti del piano nobile, fra i quali spicca l’ampio salone affrescato da Pietro Martorana, che contiene soltanto un bel letto seicentesco con testata in ferro battuto. Qui verranno organizzati incontri culturali e presentazioni di libri.

Nelle altre sei sale sono stati collocati due eleganti portantine settecentesche e alcuni manufatti del Museo di gusto e committenza colta e aristocratica, anche se realizzati in quelle stesse botteghe artigiane da cui uscivano opere di uso più popolare; tra i quali, alcuni mobili dipinti, di fine ’700, provenienti dall’ex Museo nazionale (oggi Museo archeologico regionale “Antonino Salinas”).

Si tratta di un cassettone, un armadio, un mobile-altare, una “scarabattola” e due teche. Pur essendo di provenienza diversa, essi presentano alcuni dati omogenei: appartengono al XVIII secolo (un periodo particolarmente significativo per la produzione del mobile dipinto), sono di manifattura siciliana e hanno la cifra comune di essere dipinti. Gli artigiani che li realizzarono avevano come modello di riferimento i mobili a cineserie dell’alta aristocrazia, largamente diffusi.

Il cassettone ha un contorno  lievemente curvilineo e i piedi sagomati; è decorato a tempera con motivi fitomorfi, floreali e rocaille su fondo giallo-oro. L’armadio ha un doppio battente in legno dipinto e le pitture sono da riferire alla scuola di Vito D’Anna; la sua originaria collocazione chiesastica è suggerita, oltre che dalla semplicità della struttura, anche dalle raffigurazioni delle Virtù teologali all’interno dei riquadri. Il mobile-altare ha una ribalta in legno, dipinto e dorato; il paliotto è decorato da vasi di fiori e frutti e da un ovale che incornicia il mezzo busto di Sant’Antonio da Padova. La “scarabattola” ha una struttura semplice, ma ben rifinita, di gusto Luigi XVI; l’apparato cromatico si limita a due colori: nero e oro; e le decorazioni rocaille lasciano il posto ad esili motivi floreali e geometrici di colore nero. Le due teche in legno intagliato, dipinto e dorato, inedite e identiche nella struttura e nella decorazione, sono di forma rettangolare, con timpano modanato, a motivi floreali e rocaille, e di tonalità pastello su fondo giallo-verde.

Il teatrino dell’Opera dei Pupi. Al pianterreno di Palazzo Tarallo, nei locali originariamente adibiti a scuderie e rimessa per le carrozze, oltre alla mostra degli ex voto, si possono ammirare il frontale del teatrino ottocentesco del Pitrè e il teatrino completo assemblato da Cocchiara nei primi del ’900, con i fondali dipinti a colori vivaci da Nicola Faraone (ma, più probabilmente, era Rinaldi il suo vero nome) e le panche di legno verde con bordura rossa. Qui verranno realizzati spettacoli dell’Opera dei Pupi e rivivrà così una delle tradizioni siciliane più note e peculiari, riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

Il laboratorio di restauro. Una sala del primo piano è adibita a laboratorio. Il pubblico può seguire le diverse fasi dell’intervento in fieri e, tramite pannelli illustrativi, viene informata delle tecniche in uso e delle lavorazioni seguite. Il primo dei restauri previsti è quello di una portantina settecentesca, sponsorizzato da un privato e realizzato da un’officina specializzata. Anche per gli interventi successivi verranno coinvolti sponsor privati, che contribuiranno così alla valorizzazione di un patrimonio della collettività.

La stanza della memoria. E sempre nel piano nobile non poteva mancare, come omaggio al fondatore del Museo, una “stanza della memoria” dedicata a Giuseppe Pitrè: il suo tavolo da lavoro, i suoi occhialini, i suoi libri, ma soprattutto l’evocazione del suo pensiero e del suo fondamentale insegnamento.

Qui viene esposta per la prima volta una “cartapecora” con dedica encomiastica di Ugo Antonio Amico a Pitrè (primi del ’900), decorata da un acquerello di Rocco Lentini raffigurante una Musa. Esposte anche una decina di stampe litografiche d’epoca, contenenti l’alfabeto del contadino e motti di saggezza popolare.

La Biblioteca. La Biblioteca del Museo Pitrè comprende circa 27. 500 titoli,  di cui numerosi volumi antichi, 60 editi tra il 1600 ed il 1699, 760 editi tra il 1700 ed il 1850. Essa è coeva del Museo, in quanto nel 1891, quando Pitrè organizzò per l’Esposizione Nazionale di Palermo la Mostra etnografica siciliana, nel catalogo figuravano “parecchie migliaia di oggetti relativi ai costumi e agli usi del popolo siciliano” insieme ai “libri e libretti che il popolino siciliano legge o si fa leggere”. I soggetti di tali opuscoli, 23 titoli, sono i più diversi: religiosi, epici, comici ed inoltre, favolette, massime, canzonette amorose, etc. Fra i libri più preziosi della Biblioteca, 28 cinquecentine, in ottimo stato di conservazione (in quanto recentemente restaurate), circa 100 libretti popolari di soggetti diversi e oltre 500 testate di periodici, fra estinti, sospesi e correnti.

Nei saloni al secondo piano di Palazzo Tarallo (intitolati a Giuseppe Bonomo, di recente scomparso) trova gli spazi adatti, sia per la conservazione che per la consultazione, la biblioteca specializzata del Museo, con esclusione del Fondo manoscritti e rari, che rimarrà nella sede storica della Palazzina Cinese. Qui resteranno anche, oltre alle cinquecentine e all’archivio con la corrispondenza del Pitrè (5.096 missive di autori italiani e 1.735 di stranieri, oltre ad una grande quantità di appunti riguardanti gli argomenti più svariati), i venticinque volumi della Biblioteca delle Tradizioni popolari siciliane, con cui il grande demologo indagò ogni aspetto della vita del popolo siciliano, illustrandone le tradizioni e le  forme: canti popolari, fiabe, novelle, racconti e leggende, proverbi, spettacoli e feste, giochi fanciulleschi, usi e costumi, credenze e pregiudizi. E poi, il primo volume di un’altra opera di grande rilievo per gli studi etno-antropologici, la Bibliografia delle Tradizioni popolari d’Italia (del quale lasciò manoscritto il secondo volume), Tradizioni cavalleresche in Sicilia, Catalogo e descrizione di costumi siciliani, Eco della Sicilia (contenente cinquanta canti popolari siciliani).

A Palazzo Tarallo, troviamo, invece, tutto il resto del patrimonio librario riguardante le tradizioni popolari, la storia e l’architettura siciliana, che nel tempo ha arricchito la Biblioteca: fra cui i circa 3 mila volumi donati dal professore Bonomo, numerosi periodici, oltre ad una consistente raccolta di tesi specialistiche svolte da studenti universitari.

La Biblioteca possiede anche un’importante documentazione iconografica, comprendente una prestigiosa raccolta di stampe e fotografie di autori diversi, come Interguglielmi, Incorpora, Giannone, Uzzo. Riproducono feste popolari e religiose, vedute e monumenti, eventi storici, costumi tipici del popolo siciliano, usi e mestieri ormai in via di estinzione. Fra queste, oltre un centinaio di fotografie di Emanuele Giannone costituiscono un’interessante campagna eseguita dall’autore sulle strade di Palermo, antecedente al “taglio” di via Roma, che è stato oggetto di una mostra nel 2000. Un’altra singolare raccolta di oltre 100 “scatti” documenta il fenomeno del brigantaggio in Sicilia: si tratta di foto segnaletiche di autori diversi, diffuse dalle autorità nel secolo XIX per la ricerca di uomini che avevano seminato il terrore nelle campagne siciliane o per dare notizia della loro cattura o esecuzione. Anche questa collezione è stata oggetto di una mostra nel 1999. Una curiosa raccolta di stampe e santini, databili tra la fine dell’800 ed i primi del ’900, costituisce una vera e propria rassegna dei santi protettori del popolo siciliano, di recente integrata da una donazione privata. Completano la collezione una serie di fotografie e documenti  che riguardano eventi e tappe della vita pubblica e privata del Pitrè.

Nella sala di lettura sono stati collocati i busti di Giuseppe Pitrè, di Giuseppe Cocchiara (quest’ultimo di Giovanni Rosone) e del poeta Ignazio Buttitta (opera dello scultore Giacomo Rizzo).

 

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