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La Tempesta

(dal 07 Dicembre 2018 al 16 Dicembre 2018)

Dal 7 al 16 dicembre, nella Sala Grande del Teatro Biondo, andrà in scena "La Tempesta".

La tempesta, ultimo capolavoro di William Shakespeare e suo definitivo congedo dalle scene, è un congegno teatrale prodigioso, in cui s’incrociano alcuni temi che prefigurano l’orizzonte della modernità: lo sguardo occidentale a confronto con quello dell’altro, la realtà e l’illusione, l’incantesimo della mente e il potere come complotto e usurpazione, il mistero della giovinezza e l’incombere della fine.

Ambientandola in un paesaggio fantomatico, una casa-asylum su un’isola – un luogo dove si provvede all’anatomia dell’anima – Roberto Andò rilegge La tempesta attraverso il fluire, grandioso e imprevedibile, della mente di Prospero, assecondando l’incedere minuzioso e incalzante del suo piano per congedarsi dal mondo e iniziare la figlia Miranda alla vita e al mistero dell’esistenza.

Protagonista della pièce è Renato Carpentieri, un attore giunto a quel magistero essenziale e profondo che appartiene solo ai grandi interpreti, qui affiancato da un cast affascinante e sorprendente in cui nel ruolo di Calibano troviamo Vincenzo Pirrotta.

In una misteriosa isola del Mediterraneo naufraga una nave con a bordo il re di Napoli, Alonso, suo figlio Ferdinando, suo fratello Sebastiano, il duca di Milano, Antonio, e vari cortigiani. Sull’isola vivono il gran mago Prospero, già duca spodestato di Milano, sua figlia Miranda, lo spirito Ariele e lo “schiavo”, il mostro umano Calibano (il cui nome è anagramma di “cannibale”). La tempesta è stata escogitata da Prospero e nel naufragio non è perito nessuno.

I naufraghi approdano in punti diversi: Ferdinando opportunamente vicino a dove si trovano Prospero e la figlia, così che i due giovani si innamorino perdutamente l’uno dell’altra; il re di Napoli e il duca di Milano devono invece compiere un lungo cammino attraverso l’isola, mentre Calibano si mette al servizio dei marinari Stefano e Trinculo per organizzare un colpo di stato per rovesciare il padrone. Più tardi, Antonio e Sebastiano complottano per strappare il regno di Napoli ad Alonso, ma falliscono miseramente.

Alla fine Prospero perdona tutti, anche chi non si pente, come il fratello Antonio, che gli aveva portato via il ducato milanese. Il mago prepara le nozze di Ferdinando e Miranda con un affascinante spettacolo e, dopo aver sotterrato la bacchetta con i suoi incantesimi, si prepara a tornare con gli altri in Europa, lasciando Calibano unico padrone dell’isola.

Note di regia

Quando preparavo Il manoscritto del principe, il film in cui ho raccontato gli ultimi quattro anni della vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (quelli in cui scrisse Il Gattopardo), per trasmettere la mia idea del principe all’attore che l’avrebbe interpretato, il grandissimo Michel Bouquet, lo paragonavo a Prospero e gli leggevo quel che lo stesso Lampedusa aveva scritto della Tempesta per i suoi allievi. Tomasi descriveva la commedia come l’ultimo slancio fantastico di un genio, e ne invidiava il brio indiavolato. Nel raccontarla a Francesco Orlando vi metteva qualcosa di sé, ritrovandosi perfettamente nell’addio alla vita intonato dal mago: «E il mio finire è la disperazione».

Da allora ho sognato molte volte di portarla in scena. Per quanto contestata da Harold Bloom, penso che La tempesta sia un geniale omaggio al teatro, e una delle commedie più profonde che siano state dedicate al senso della vita. È l’opera della rigenerazione, dove il naufrago, il disperso, l’usurpato ritrovano il filo interrotto delle loro esistenze. Se c’è una ragione per cui ancora oggi questa commedia ci parla, è nell’idea, per nulla semplice o banale, che l’essere umano sia destinato a convivere con la tempesta, e che dopo ogni tempesta debba fare chiarezza dentro di sé. Come pure, per dirla con Auden, che l’unica magia che ci è concessa sia «il potere d’incanto che viene dalla disillusione».

La trama, come la riassume Tomasi di Lampedusa, dice molto: «Un uomo vecchissimo e sapientissimo attira nel suo rifugio i nemici, li perdona, dà loro in dote la sua bellissima figlia, poi spezza la bacchetta, sotterra il libro, disperde i sortilegi». 

La tempesta appartiene a quel florilegio di opere accomunate dalla tardività, affratellate cioè da uno stile attraverso cui autori diversi hanno espresso in forma drammatica il proprio rapporto col mondo. Adorno riassume questa relazione terminale nell’idea dell’opera d’arte catastrofica. Ma nel capolavoro di Shakespeare, apparentemente, tutto sembra destinato alla conciliazione, non a caso si tratta di una favola. Eppure, anche nella Tempesta domina il tono della retrospezione, ma Shakespeare vi trasfonde uno spirito nuovo, di pietosa serenità, e la fa coincidere con la metamorfosi degli esseri umani che vi sono rappresentati.

È il ritorno del romance e della parabola. Anche qui ci sono le crepe e le fessure di cui parlava Adorno a proposito dell’ultimo Beethoven, ma il paesaggio in sfacelo diviene occasione di salvezza e, appunto, di rigenerazione.

Il suono che vi domina è quello del flutto profondo del mare, come dirà Eliot, il gorgo in cui Prospero, come Fleba il Fenicio, riattraverserà gli stadi della giovinezza e della maturità, per puntellare, infine, le proprie rovine.

Nella visione che abbiamo voluto darle con Gianni Carluccio, l’isola è diventata una casa disastrata (allagata dalla pioggia e dal mare?), di cui Prospero ha fatto il laboratorio di una speciale esplorazione dell’anima, un interno-esterno circondato da un mare all’inizio in tempesta, poi calmo, e, alla fine, quando Calibano resta il solo abitante dell’isola, di nuovo in preda a un disordine di cui non si prefigura l’esito.

La nuova traduzione di Nadia Fusini nasce dalla sua lunga, profonda, frequentazione del testo di Shakespeare, e il nostro adattamento dal desiderio di tendere l’azione, lasciandone l’intera responsabilità alla mente di Prospero, alla sua regia.

Renato Carpentieri, un attore giunto all’essenza del suo grandissimo talento, mi dà la certezza di un Prospero memore di quell’accento che ancora si ritrova in certi preziosi, e isolati, intellettuali del Sud, mossi da una disperata intelligenza, e, insieme, da una infinita disposizione al fantasticare, offesi dall’intollerabilità del reale, ma vocati a una dolente dolcezza, a un indomabile furore. Ma qui voglio citare anche tutti gli altri meravigliosi interpreti, e compagni di viaggio, di questa avventura eccezionale: Vincenzo Pirrotta, Filippo Luna, Giulia Andò, Paolo Briguglia, Paride Benassai, Gaetano Bruno, Fabrizio Falco.

Maggiori informazioni sul sito del Teatro Biondo

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