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La condizione Umana

(dal 21 Febbraio 2019 al 31 Marzo 2019)

A Palazzo Ajutamicristo, sino al 31 marzo, si svolgerà la mostra "La Condizione Umana".

Accadeva quarant’anni fa. Il 13 maggio del 1978 il Parlamento italiano approvava in via definitiva la Legge n.180, ribattezzata col nome dell’uomo che ne aveva ispirato i principi, conducendo una strenua battaglia per la chiusura dei manicomi e promuovendo una nuova concezione della disciplina psichiatrica, a partire dal ruolo alternativo delle istituzioni e da una diversa considerazione delle persone con disagio mentale.

Quell’uomo era Franco Basaglia (Venezia, 1924-1980), psichiatra, neurologo, saggista, direttore degli ospedali psichiatrici di Gorizia, Colorno, Trieste, affiancato nel suo percorso professionale dalla moglie Franca Ongaro (Venezia, 1928-2005).

Relatore della legge fu lo psichiatra e politico democristiano Bruno Orsini, ma le fondamenta erano tutte in quella rivoluzione che Basaglia condusse per anni, nella cornice di un movimento dalla portata internazionale, alimentando un dibattito pubblico acceso e animando realtà feconde, come il gruppo Psichiatria Democratica, da lui fondato nel '73.
In occasione del suo quarantennale la storica legge è stata celebrata in varie forme.

Ed è in questo contesto che nasce il progetto espositivo “La condizione umana”, promosso dell’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e realizzato della Soprintendenza di Palermo.

Ideata e curata da Helga Marsala, la mostra è ospitata nel quattrocentesco Palazzo Ajutamicristo, sede della Soprintendenza.

La grande ala dall’aspetto consunto richiama l’estetica dei molti manicomi italiani dismessi, imponenti reperti di archeologia sanitaria: tra questi la stessa Vignicella di Palermo, sede estiva di campagna dei Gesuiti nel XVI secolo, che ospita l’archivio/museo dell’ex ospedale psichiatrico, realtà intorno a cui è urgente costruire un progetto di recupero e valorizzazione. Al centro ci sono gli sguardi di alcuni tra i tanti artisti, fotografi, cronisti, registi, che guardando alla sfida basagliana portarono o ancora portano avanti indagini e ricerche sul tema. Nomi storici, insieme ad affermati esponenti delle ultime generazioni.

“Questa mostra segna una bella continuità: in quelle stesse sale che hanno accolto una delle sezioni principali di Manifesta arriva subito dopo un nuovo progetto d’arte contemporanea - afferma l’Assessore dei Beni Culturali Sebastiano Tusa.“La missione della valorizzazione non smette di coinvolgere i tanti soggetti istituzionali in campo e i moltissimi spazimonumentali dell’Isola. La mostra, a partire dallo sguardo di autori diversi, affronta un argomento difficile, ancora attuale. E potremmo forse parlare di una forma di “archeologia”: frammenti e reperti di vite vissute al margine, nell’isolamento e nel dolore, vengono recuperati grazie a un esercito di talenti che incontrano le battaglie di medici, infermieri, operatori sanitari. Ricordare la lotta di Basaglia, a 40 anni dall’approvazione delle legge che chiuse i manicomi-lager, è per noi un fatto doveroso, in senso culturale, politico, umano”.

“Un progetto fortemente sostenuto dal Dipartimento dei Beni Culturali – aggiunge il Dirigente Generale Sergio Alessandro – nato da un percorso di ricerca sul tema complesso del disagio psichico e degli istituti manicomiali. Una nuova produzione, in termini di ideazione, cura, collaborazioni, che conferma la volontà dell’Assessorato e del Dipartimento: offrire sempre più spazio ai contenuti, alle idee, alle riflessioni originali, con un’ottica internazionale e con l'intenzione di lasciare al passato l'importazione di iniziative pensate e prodotte da altri, le mostre didascaliche o i progetti rivolti alle mera conservazione. La cultura – conclude - dall’archeologia fino al contemporaneo, dev’essere occasione di crescita, approfondimento e scoperta, ma anche di dialogo tra diversi campi del sapere: in questo caso le arti visive e il mondo della psichiatria”.

“Dalla Real Casa dei Matti, fondata da Pietro Pisani nel 1824, fino alla Vignicella dei Gesuiti e al vicino complesso dell’Ospedale psichiatrico costruito da Francesco Paolo Palazzotto nel 1885 – dichiara l’Architetto Lina Bellanca, Soprintendente di Palermo – la città testimonia anche attraverso l’architettura l’evoluzione dei trattamenti sanitari rispetto alla malattia mentale. È rimasto per me sconvolgente e indelebile il ricordo della visita all’Ospedale di via Pindemonte, nell’ambito di un corso universitario, poco prima dell’approvazione della legge Basaglia. La condizione di vita dei ricoverati mi era apparsa inaccettabile. La proposta di Helga Marsala di dedicare al 40° anniversario dalla legge 180 una mostra a Palazzo Ajutamicristo è stata accolta e sostenuta dalla Soprintendenza, per il ruolo fondamentale che questa riforma ha avuto nella società italiana, pur fra le molteplici difficoltà applicative. L’abolizione dei manicomi ha riscattato anni di prevaricazione e di annullamento della personalità dei ricoverati, sottolineando il rispetto della persona umana. Mi piace rilevare che, al piano terra dello stesso Palazzo, dove è allestita un’esposizione permanente, sono visibili materiali scultorei provenienti proprio dalla Vignicella dei Gesuiti, recuperati durante un cantiere di restauro condotto negli anni Novanta dalla Soprintendenza di Palermo. La mostra rinvia ad altre iniziative promosse dall’Assessorato alla Sanità negli spazi della Vignicella, per ricordare la legge Basaglia”.

LA FOLLIA COME ‘CONDIZIONE UMANA’
In un testo del 1975, “Crimini di pace”, Franco Basaglia e Franca Ongaro scrivevano:
“Ciò che deve mutare per poter trasformare praticamente le istituzioni e i servizi psichiatrici (come del resto tutte le istituzioni sociali) è il rapporto fra cittadino e società, nel quale si inserisce il rapporto fra salute e malattia. Cioè riconoscere come primo atto che la strategia, la finalità prima di ogni azione è l’uomo (non l’uomo astratto, ma tutti gli uomini), i suoi bisogni, la sua vita […]. Quando il valore è l’uomo, la salute non può rappresentare la norma se la condizione umana è di essere costantemente fra salute e malattia”. La ‘follia’, dunque, come condizione propria dell’umanità, non come catastrofe da contenere, rinnegare, violentare.
Continuamente Basaglia sottolineò la fragilità dell’ipotetica linea di separazione tra normalità e patologia psichica. Tutti, indiscriminatamente, siamo esposti al disagio. Spiegò in una delle sue conferenze brasiliane, nel ‘79:
“Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere, perché fa diventare razionale l'irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita”.

LA MOSTRA
“La legge che mise fine all’esistenza dei manicomi nasceva da una rivoluzione che fu anche e soprattutto politica e filosofica - spiega Helga Marsala - dal momento che provò a ridefinirei concetti di marginalità e differenza, a spezzare la logica dell’emarginazione di classe, a mutare la percezione che la società aveva dei pazienti e la natura dei luoghi in cui questi venivano confinati. È lì che la ‘malattia’, al centro di un sistema di controllo e di potere, si ripiegava su stessa, autoalimentandosi. L’essere border-line, o semplicemente disobbedienti, equivaleva a un destino di sedazione e riduzione all’ordine. Spogliati di sé, ridotti a numeri di matricola e foto segnaletiche, sovente sottoposti a trattamenti feroci (dall’elettroshock alla lobotomia), i ricoverati perdevano lo status di ‘persone’. Una comunità informe, confinata in uno spazio totalizzante: qui la follia era indotta, esasperata, circoscritta. Impressa a fuoco sulla carne”.

Così, lentamente, mutarono gli approcci terapeutici, l’idea stessa di malattia mentale, il ruolo delle istituzioni nella presa in carico del paziente, il rapporto tra sistema dominante e margine sociale.

Fondamentali furono i libri, gli studi di medici pionieri e audaci intellettuali, le conferenze, gli articoli di denuncia, ma anche le fotografie, le opere d’arte e i documentari che contribuirono a spalancare quell’inferno e a innescare riflessioni importanti.

Tra gli storici documenti video selezionati: l’inchiesta di Sergio Zavoli del ’68 “I giardini di Abele”, il film sperimentale di Michele Gandin del ’69 “Gli esclusi” e il lungometraggio “Matti da slegare” del 1975, diretto da Bellocchio, Agosti, Petraglia, Rulli.

Un SOS fu lanciato agli artisti dallo stesso Basaglia, nel tentativo di accendere i riflettori su una realtà sconosciuta ai più: bisognava entrare nei manicomi e immortalarli, abbattere i muri, svelarne l’invisibile e l’indicibile.

Da qui parte la mostra, cercando esperienze, storie, visioni, e rintracciando i progetti installativi tra le immagini pittoriche o fotografiche, i film, gli archivi, progetti installativi: dalla parola scritta (la poesia, gli studi psichiatrici, l’inchiesta giornalistica, le testimonianze biografiche), fino al teatro, come spazio ancestrale del gioco, della festa, della libertà e della rigenerazione identitaria.

 

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