394° Festino di Santa Rosalia

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Il 7 maggio del 1624 attraccò al Porto di Palermo un vascello della "redenzione delli cattivi", ossia del riscatto dei cristiani prigionieri degli "infedeli", partito da Barbarìa (Tunisi) al comando di un moro chiamato Maometto Cavalà e carico di "cori pilusi, cordoame, rascie, riso, dattoli, passole e scagliola", vale a dire: pelli da conciare, corde di juta, formaggi, ovviamente riso, datteri, uva passa e miglio.

Il salto indietro è vertiginoso. Ci accompagna uno dei diaristi del tempo, Gianfrancesco D'Aurìa. Pretore (sindaco) di Palermo è don Vincenzo del Bosco, duca di Misilmeri. I senatori palermitani (corrispondevano agli attuali assessori municipali) si accorgono che il vascello, prima che a Palermo, è approdato a Trapani. E vengono ad appurare questa storia. I deputati della sanità di Trapani non "li volsero dar prattica, anzi lo fecero allargare dal porto e lo sequestrarono con guardie. E si certificarono che la città di Tunisi era suspetta di contagio e che tanto il vascello che le genti e mercanzie erano suspette di contagio".

C'era stato l'allarme. Era stato avvisato il Vicerè. "Con corriero a posta ne diedero avviso al principe Emanuele Filiberto, gran priore di Castiglia e generale del mare. Ma il vicerè era stato mal consigliato. Il suo segretario, Antonio Navarro De Reteghi, lo aveva convinto ad ammettere il vascello a Trapani. Gli ufficiali sanitari della città erano stati perfino minacciati di morte se per l'avvenire avessero messo in quarantena una di quelle imbarcazioni.

A Trapani il vascello resta dal 26 aprile al 5 di maggio per lavori di riparazione. Salpa quindi per Palermo, dove approda, come si è detto all'inizio, il 7 di maggio. E' qui, al Molo Nord, che viene sbarcato il micidiale carico. Mentre Maometto Cavalà, il comandante, insieme con il guardiano del porto, va a Palazzo Reale per portare i doni a sua Altezza Serenissima: cammelli, leoni, gioielli e pelli conciate inviati dal re di Tunisi. Di peste morirà anche il vicerè.

"Nessuno dei medici osava parlare insino che si videro giungere l'acqua sotto la gola", i soliti ritardi nei soccorsi!
"E si vedeva per tutta la città per tutto il mese di maggio e quasi li 15 di giugno morire gran numero di persone. Alcune persone muorino con un tumore alle cosce, sotto le scille, sotto l'orecchio. Alcun'altre gli nascono certe crustole negre, che doppo diventano papole. Ne muorino altre con certe peticche negre e livide per tutta la lor persona o di subbito o al terzo o al quinto giorno al più".
Che si fa? Si prega. "Vanno i padri per la città, confessando et communicando li malati di contagio e di questi padri ni sono morti per causa del contagio et travaglio. L'abito è di tela azola. I devoti portano collari, catene, teschi di defunti, libbrazzi attaccati a travi et altri simili che a molti parve essere il spettaculo della Santa Inquisizione".
Palermo si straforma in un vasto lazzaretto sotto il cielo. Il resto è leggenda, mito. O prodigio? Chissà.
E' già luglio, la città è falcidiata. Vincenzo Bonelli, un saponaio di via dei Pannieri, che ha perduto per la pestilenza moglie e figli, sale sul Pellegrino per una solitaria battuta di caccia.
E' il rinvenimento dei resti mortali della Santuzza, il rapido processo di riconoscimento, il passaggio dell'urna per ogni strada e ogni vicolo, di fatto la prima edizione del Festino, anche se non c'era stato tempo di costruire il carro trionfale. Fatto sta, che la morìa cessa.

La Santuzza

I committenti (curatori di questo opuscolo) mi raccomandano di dire chi è Santa Rosalia. Con il cuore in mano, posso dire che è un sentimento popolare tutt'ora forte, affidato al vezzeggiativo Santuzza. Gli unici a saperlo con certezza - che è poi la verità dell'immaginazione - sono (o furono) "gli orbi", i cantori ciechi che nel triunfu raccontavano con capillare precisione nascita, formazione, turbamenti, passione e morte di Rosalia. Di essi ci occuperemo alla fine.

Noi non possiamo che richiamare le vaghe cose che si tramandano incontrollate, per smentirle subito dopo, nostro malgrado. Lo stesso Pitrè ne parla come della "leggenda di Santa Rosalia".

"Per tutto regnava desolazione e terrore ed ecco giungere la nuova che le ossa di Santa rosalia, vergine palermitana, figlia di Sinibaldo signore della Quisquina e delle Rose, vissuta per poco alla corte di Ruggero Re di Sicilia, erano state trovate sul Pellegrino. La Santa, già lungamente invocata, supplicata, aveva prodigiosamente rivelato il luogo preciso dei suoi resti mortali. Essi eran là dove - secondo la tradizione quattro volte secolare - la Romita erasi ridotta a vita di contemplazione". Ma erano davvero, quelle ossa, le sue spoglie mortali?

"Storicamante - dice Massimo Ganci - è tutto molto labile. A proposito delle ossa, gli scienziati del secolo scorso parlarono di resti di un ominide preistorico. Quanto alla figura della Santuzza, in epoca normanna dev'esserci stata una Rosalia figlia di Sinibaldo, ma non esiste alcuna vera traccia storica".

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Il Viaggio

Ci sono certi palermitani indignati, non escluso chi scrive, che rifiutano la Madre Città com'è adesso, per rifugiarsi in una Ideale Palermo del Passato, sede di ogni possibile perfezione.
Questi concittadini patetici non direbbero mai Via Maqueda (come in acqua), nè Piazza Bologni: ma via Macheda e Piano di Bologni. Che c'entra tutto questo con il Festino? C'entra, c'entra.
Forti delle descrizioni che ne fecero i viaggiatori stranieri del Settecento (soprattutto quella del Brydone) questi palermitani accorati e megalomani hanno messo in giro la voce, secondo la quale il Festino era una tappa d'obbligo nei contratti matrimoniali delle famiglie più potenti d'Europa: in forza di questo contratto il promesso sposo, fosse principe o barone, si impegnava a portare la promessa sposa almeno una volta nella vita a Palermo per il Festino, quasi una delle Meraviglie del Mondo.
Mettendoci adesso il cuore in pace, serenamente disillusi, possiamo affermare che tutto questo non è vero, attenendo alla mitologia del festino, ad una iperbole di immaginazione dei nostalgici.
Di vero c'è un piccolissimo nocciolo: il viaggio dei regnicoli. Vediamo di che si tratta.
Questa traccia si trova in uno studio di Giuseppe Pitrè uscito all'alba del secolo, "Feste patronali in Sicilia".
Scrive dunque il nostro più grande etnologo: "Ricordiamoci che tra gli usi nuziali di molte famiglie popolane di provincia v'era quello di un viaggio che lo sposo, entro l'anno del matrimonio, dovea procurare alla sposa in Palermo, proprio per Festino di Santa Rosalia: uso che pur troviamo in altre province della Sicilia per le feste dei patroni di Trapani, Marsala, Girgenti, Caltanissetta. C'eran famiglie che voleano consacrata la promessa nel contratto nuziale; ma la parola aveva quasi sempre valore di contratto".
Era questo il viaggio, ahinoi! Chi non si rassegni torni a Brydone: " la festa di Santa Rosalia a Palermo è considerata come lo spettacolo più bello dell'Europa" E chi non ci viene, peggio per lui..

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Miracoli

Santa Lucia protegge gli occhi, Sant'Agata i seni, San Biagio la gola (forse anche orecchio e naso). Santa Rosalia protegge occhi, seni, gola, compresi naso e orecchio.
Santa Rita aiuta le malmaritate, giovani spose angariate, che prendono colpi dal cattivo compagno e infamie dalla suocera e dalle cognate.
Santa Rosalia, non solo le conforta dalle bastonate, non solo riassorbe i loro lividi, ma induce lo scellerato a rinsavire, in qualche caso miracoloso a prendere dai parenti di lei uguale razione di bastonate.
Maria Santissima dei Naufraghi, dalla minuscola chiesa di Corso dei Mille, rivolge il suo sguardo a chi va per mare e a chi aspetta a riva. Gli abitanti di quella zona, usando una ellissi davvero preoccupante , la chiamano " 'A Maronna anniàta" (la Madonna annegata), quasi che neppure Lei possa salvarsi. Santa Rosalia dall'alto del sacro promontorio è l'unico effettivo faro del Mediterraneo.
C'è perfino un protettore dei piedi, certo Beato Pellegrino Laziosi da Forlì, che chi conosce può invocare dato che per trent'anni, penitenzialmente, evitò di sedersi, ricavandone delle raccapriccianti vene varicose. Con Rosalia, per piedi, gambe, ginocchia, cosce, non ci sono problemi.
Nonostante i palermitani siano costretti a curarsi in giro per il mondo, l'imbocco della grotta sul Pellegrino continua a riempirsi di ex voto di cera: cuore, milza, rognone, gola, polmoni, occhi, seni, mani, braccia, gambe, tutto dalla testa ai piedi.
Tutto, come si vede, può la Santuzza. Su un punto solo, su un solo tipo di richiesta, sembra non riuscire, o riuscire con estenuante fatica: l'occupazione giovanile.
Nella notte sul 4 settembre dell'83, in occasione del pellegrinaggio, il vostro cronista fece un sondaggio tra i penitenti che sfidano scalzi i rovi, gli spini, le bottiglie di birra rotte e le lattine di cocacola della Scala Vecchia: per quale grazia ricevuta quella moltitudine sudata saliva alla venerata grotta? Quali miracoli opera negli anni ottanta la Santuzza?
Matrimoni, malattie, zuffe nella "parentela" Rosalia ne risolve a dozzine. Ma in tutta la notte non riuscì a trovare un solo posto di lavoro per la miriade di disoccupati, sottoccupati, raccoglitori di cartone, infimi spacciatori di eroina.

Il trionfo

Rosalia è nipote per parte di madre Ruggero d'Altavilla, che ha cacciato per ispirazione della Madonna i musulmani e s'è impadronito di tutta la Sicilia.
Siamo intorno al 1100. La fanciulla cresce alla corte dello zio. E' molto bella e suscita interessi molto terreni. Tra gli altri quello di non meglio identificato principe di Baldovino, che capita, ospite di riguardo, alla corte di Ruggero.
Il raffinato cavaliere non osa dichiararsi. Rosalia è molto riservata e non glie ne dà modo. Ma ecco l'occasione. Durante una battuta di caccia grossa sul monte Pellegrino (si vede che allora era zona di safari) un leone sta per uccidere Re Ruggero. Baldovino, coraggiosamente, lo salva. E uccide per giunta il leone. E allora? Allora Ruggero chiede a Baldovino di indicare egli stesso un premio per la sua eroica azione. E Baldovino chiede la mano di Rosalia. Ma il matrimonio non si farà. Rosalia fuggirà, gettando nello sconforto la madre, lo zio, l'intera guarnigione di stanza a Palazzo dei Normanni. E comincerà la sua vita di romita fino alla morte nella grotta del Pellegrino.
Dopo quasi cinque secoli, durante la peste di Palermo, i suoi resti mortali vengono trovati eccetera eccetera.
Questo è il riassuntino del triunfu di Santa Rusulia , che fino a una ventina d'anni fa veniva cantato dagli orbi , strumentisti e cantori ciechi, che in questo modo si guadagnavano da vivere.
Il cronista ebbe la ventura di conoscere forse l'ultimo degli orbi palermitani, Francesco Di Gregorio, dal quale raccolse il testo del triunfu e quello de "lu ballu di li virgini", che "camminavano insieme", si eseguivano cioè unitamente.
Gli orbi, al completo, formavano questa piccola compagnia di canto e musica: chitarra, mandolino, violino e chitarruni, ossia contrabbasso da suonare con l'archetto. Cantare, cantavano tutti, perchè il triunfu (non solo quello di Rosalia) è lunghissimo, oltre due ore.

Il gran finale, nella stessa formazione, era appunto "lu ballu di li virgini", dove vengono invocate alcune centinaia di sante, che in paradiso fanno festa alla Madonna e al Padreterno.
"Bella festa si fa 'n celu / tra li virgini e li Santi / Cu amuri e tantu zelu / li virgini abballanu tutti quanti..."
Ma torniamo al triunfu, che si celebrava davanti a un altarino della Santuzza, con rinfresco per suonatori e invitati di vino e fave a coniglio.
Veniva eseguito in quattro o cinque tempi per dare modo ai suonatori-cantori di bere, ubriacarsi ragionevolmente, riprendere fiato e schiarirsi la voce.
La tradizione forse comincia nel '700. Il disegno del tema musicale e la lingua ben costruita lo fanno pensare. Purtroppo non ve ne possiamo dare alcuna idea se non quella che viene dall'attacco del testo: "Quann'è chi naqui Santa Rusulia / tinni triunfu la Curti Riali / tuttu lu populu festa facìa / pi li biddizzi ca 'un c'eranu l'eguali.../ Vulennula Gesuzzu pi siua spusa / di 'n celu 'n terra ci detti st'omuri / e di lu celu Rosa fu mannata / pi essiri di Palermu l'avvocata".
Rosalia, avvocata di Palermo, non è male. Palermo ne ha bisogno. Anche nell'aulabunker, al maxiprocesso.

(Tratto dal libro Santa Rosalia e la sua gente - testo di Salvo Licata)

363° Festino di Santa Rosalia