Cos'è
Vuccieri (macellai, per i non palermitani) dallo sguardo autocompiaciuto rivolto alla macchina fotografica; pescivendoli dai “falari” (grembiuli) di intensa colorazione manierista; un fruttivendolo che mostra orgoglioso un suo prodotto ortofrutticolo; un “picciotto” di colore o ancora un’ilare signora col proprio figlioletto; altri individui dagli atteggiamenti più o meno picareschi: sono costoro i personaggi immortalati da Alessandro Di Giugno al mercato della Vucciria di Palermo, in una sequenza di ritratti in grado di evocare un luogo fisico (che però è anche simbolico) con tutte le sue complesse dinamiche socioculturali. Una serie di scatti realizzati quasi vent’anni fa, che costituiscono una fedele “testimonianza storica” di ciò che quello spazio è stato (prima di diventare luogo di “movida”); un dettagliato documento visuale di chi e di cosa c’era, capace di rendere quel “mood” e quelle atmosfere (peculiari e irripetibili) di un’epoca che fu e di cui ormai rimangono solo labili tracce. <<Nessun afflato elegiaco – scrive il curatore – né alcuna volontà di cristallizzazione del dato “folklorico” con modalità di tipo tassonomico, ma una sorta di “cuntu” per immagini (della serie << e c’era e c’era>>) in grado di fissare con un lessico umoristico (però capace di indurre una profonda riflessione) il grande mercato palermitano (e con esso la sua gente) un attimo prima (o proprio all’inizio) di quell’irreversibile crepuscolo, di quella trasformazione e decadenza che ne hanno cancellato drasticamente l’identità >> Letteralmente “ritirate fuori” dal proprio archivio lo scorso anno (in coincidenza col cinquantenario della Vucciria di Guttuso), queste foto costituiscono pertanto un rilevante contributo visivo ad una obbligata meditazione sulle perverse dinamiche (di sfruttamento e di gentrificazione) che ormai da anni investono e travolgono – e non solo a Palermo – i luoghi storici (e chi li abita), determinando un dilavamento progressivo d’ogni segno e traccia autoctoni (buoni o cattivi che siano) in un triste adeguamento a canoni convenuti dalla seriale uniformità. Nessuna volontà – da parte di Di Giugno – di alimentare meccanismi (per altro fuori tempo massimo) di mummificazione etnoantropologica, ma – scrive ancora il curatore – << un richiamo voluto e ponderato – attraverso il meccanismo della fabulazione immaginifica – al mantenimento d’una memoria duratura e consapevole che indichi chi siamo e da dove veniamo, e che consenta – di conseguenza – di maturare quelle difese culturali, quegli anticorpi dell’intelligenza, grazie ai quali contrastare quei processi di potere (economico- comunicativi) il cui obiettivo prioritario è uniformare tutto e tutti in una mediocre disidentità.>>