Cos'è
Dopo l’apertura con Like Kiribati di Giuseppe Provinzano, Scena Nostra continua il fine settimana del 23, 24 e 25 gennaio con Arcipelago G, pièce nata da un testo di Paolo Briguglia che ne cura la regia, ed Enrico Cibelli. Prodotto da piccola compagnia impertinente Arcipelago G- che vede sul palcoscenico Pierluigi Bevilacqua, Asia Correra, Mario Mignogna e Celeste Morese, con le musiche originali di Marco Maruotti- debutta in prima nazionale allo Spazio Franco dove lo spettacolo è nato grazie a “Segni-residenze franche”, il programma di residenze artistiche di Spazio Franco recentemente riconosciuto come Centro di Residenza delle Arti Performative in Sicilia. Arcipelago G è una tragicommedia distopica ambientata intorno al 2120 su un’isola periferica e dimenticata dove il mondo sembra essersi inceppato. Due fratelli, Laio e Jakob, presidiano un avamposto militare in attesa di un attacco che forse non arriverà mai. Laio, cecchino paraplegico e comandante fanatico, vive immerso in una disciplina ossessiva e in una fede cieca nel Senato che governa l’arcipelago. Jakob, incatenato al suolo come punizione, è l’opposto: disilluso, rabbioso, in costante tensione tra il desiderio di fuga e il legame irrisolto con il fratello. Intorno a loro si muove un universo grottesco e allucinato: una Panda gigante modificata, devota e ambigua; Suor Angelica, ufficiale di collegamento visionaria, sospesa tra misticismo, propaganda e follia; una natura mutata che partorisce
gabbiani ciechi, tigri sentinella e lombrichi che cantano come un coro tragico. In questo paesaggio, la guerra diventa sempre più astratta, ridotta a rituale e parola vuota, mentre la violenza reale si consuma nei rapporti umani.
Brevi note di regia
La regia di Arcipelago G assume il punto di vista di un mondo che ha perso l’equilibrio, evitando qualsiasi realismo rassicurante. Lo spazio scenico è un avamposto mentale prima ancora che fisico: la spiaggia non è un luogo naturalistico, ma un paesaggio psichico in rovina. Gli altoparlanti, sempre presenti e invasivi, diventano una sorta di divinità laica che diffonde propaganda, interferenze e pubblicità, confondendo sacro e profano. Il lavoro degli attori punta a una recitazione tesa e irregolare, in cui il grottesco convive con momenti di crudezza estrema. La lingua, impastata di dialetti, errori, neologismi e lingue straniere, è una materia sonora prima che semantica. La violenza non è mai spettacolarizzata, ma emerge come conseguenza inevitabile di un sistema umano malato. Il finale non cerca catarsi, ma lascia lo spettatore in uno stato di sospensione: ciò che resta non è la vittoria o la sconfitta, ma la domanda su cosa significhi resistere quando tutto ha già perso senso.